Page 48 - Hazar
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me i bambini nei lunghi pianti in cui scoppiavano
               gridando il nome del padre. Ci portarono a Raqqa,
               dove siamo rimaste quarantacinque giorni. In quel-
               la prigione, ridotte a schiave, ci davano un pane
               al giorno per me e i miei tre figli, un po’ di riso e
               acqua puzzolente. Padre mi dovevo turare il naso
               con le dita per berla. Dalla prigione di Raqqa non
               potevamo mai uscire all’aria aperta.
                  I soldati del califfato ogni giorno entravano e
               ci gridavano di convertirci all’islam o ci avrebbero
               ammazzate. Quando sei in questa situazione, pa-
               dre, la testa scoppia! Io avevo nel fondo del cuore
               il nero terrore che potessero fare del male ai miei
               piccoli oppure... togliermeli! Erano troppo picco-
               li per essere picchiati. Le frustate le prendevano
               solo i figli dai dieci anni in su, ma questi piccolini
               li prendevano da parte e gli ripetevano brani del
               Corano, per farglieli imparare a memoria, una sorta
               di madrassa nel carcere. Una tortura continua. Per
               renderci meno aggressive, drogavano il cibo e le
               lunghe giornate di Raqqa trascorrevano in una sor-
               ta di intontimento dal quale non riuscivi a uscire.
               Proprio in questo intontimento prendevano alcune
               di noi e le portavano via. Tornavano dopo aver ri-
               cevuto ripetute violenze. Le più sfortunate stavano

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