Page 30 - Gerusalemme
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.םָלוֹעְל םי ִהלֹא - ֱ  יִקְלֶחְו י ִבָבל - ְ  רוּצ


            L'esperienza di chi rischia fino in fondo

            E’ interessante cogliere come la Scrittura non ha paura di queste esperienze; anzi, ce le presenta, le
            riporta, le registra, perché sono esperienze di chi veramente cammina nell'amicizia con Dio, di chi ha
            rischiato tutto.
            È chiaro che chi non rischia molto non vive queste esperienze; sono le esperienze di chi gioca la
            propria vita. Spesso i santi, addirittura i contemplativi, vivono al limite queste esperienze, perché
            hanno rischiato davvero tutto.
            Se noi leggiamo alcune frasi di santa Teresa di Gesù Bambino negli ultimi mesi della sua vita
            (quando era straziata dalla malattia; quando non riusciva quasi più a reggere, pur con quella sua
            volontà  ferrea;  oppure  quando,  ragazza  giovanissima,  aveva  perduto  la  capacità  di  controllare,
            come  sempre  aveva  fatto,  la  propria  fantasia,  le  proprie  parole)  vediamo  che  escono  da  lei
            alcune parole che sono simili a quelle di questo salmo, e che del resto sono simili alle parole di
            Gesù: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».
            Questa esperienza drammatica è l'esperienza del Figlio  di Dio; è l'esperienza di chi ama fino in
            fondo, di chi rischia fino in fondo, e quindi di chi assapora il gusto della prova. Non è l'esperienza
            di chi cammina sulle vie piane, facili, di chi non rischia nulla, ma l'esperienza di chi ama molto.
            Questo salmo nasce da un grandissimo amore, e proprio  per questo esprime con molta libertà la
            propria sofferenza. Ci sembra strano, ma non viene chiusa la bocca di chi si lamenta così; anzi, il
            lamento viene portato avanti con amarezza. Questo uomo confronta la propria vita con quella di
            altri e dice: «Per poco non inciampavano i miei piedi, per un nulla vacillavano i miei passi», cioè
            sono stato a un pelo dalla disperazione.

            Anche san Paolo ha espressioni come questa nella seconda lettera ai Corinzi. All'inizio dice: «Ho
            sentito su di me  l'angoscia della morte». E questo confronto che il credente fa tra sé e coloro che
            invece, pur non avendo fede, «hanno fortuna», viene portato avanti con una descrizione molto calcata:
            questi  uomini,  queste  potenze  mondane  hanno  tutto,  senza  nessuna  preoccupazione,  si  sentono
            quasi  esenti  dalle  sofferenze  e  dai  timori,  pieni  di  orgoglio  e  di  violenza.  Sembra  la
            descrizione di certe violenze politiche di cui il mondo ci dà l'esempio, violenze che sembrano
            ostentare  una  assoluta  sicurezza;  «Scherniscono,  parlano  con  malizia,  minacciano  dall'alto  con
            prepotenza».  E  a  un  certo  punto  nasce  in  questa  esperienza  di  autosufficienza  perfino
            un'espressione  pratica  di  ateismo:  «Come  può  saperlo  Dio,  c'è  forse  conoscenza
            nell'Altissimo?». Dio sembra non curarsi di queste cose.

            L'amarezza si scioglie
            La  tentazione  viene  qui espressa in tutta  la sua  crudezza,  quasi  fino  al  limite  della  tollerabilità.
            Colui  che  prega,  dopo  essersi  guardato  intorno,  guarda  ancora  in  se  stesso  e  si  vede  come
            abbandonato nell'amarezza tutto il giorno: «...la mia pena si rinnova ogni mattina». Quando la
            giornata inizia io guardo avanti a me e dico: anche questa sarà una giornata senza sole. Allora si è
            portati  a  concludere  come  Giobbe  dopo  la  lunga  riflessione  che  percorre  tutto  il  libro:  non
            capisco!  «Riflettevo  per  comprendere,  ma  fu  arduo  agli  occhi  miei,  finché  non  entrai  nel
            santuario di Dio». Questa sofferenza, questo dolore è macerato nel cuore  di una persona che,
            nonostante tutto, è rimasta legata a Dio: Non posso lasciare il numero dei tuoi figli; non capisco
            niente, non vedo niente, ma sono legato a te!
            È l'esperienza del buio, della desolazione, nella quale non si vede nulla, ma si dice: Signore, non
            ci  capisco  niente  ma  sono  legato  a  te,  tu  non  mi  abbandonerai.  E  questa  esperienza  viene
            premiata: «Entrai nel santuario di Dio».





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