Page 69 - Amina
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tolte le scarpe. Scendo. Il facchino dalla casacca
               rossa guarda in alto. Lontano, da alcuni vetri,
               una ragazza asciutta dai capelli lunghi guarda
               un monitor. Chiama al citofono. Devo ripassare
               sotto lo scanner. Scendo dalla piattaforma. La
               ragazza chiama al citofono: devo ripetere alzan-
               do camicia e maglietta. Ridiscendo. La ragazza
               chiama nuovamente al citofono: devo rifare lo
               scanner, salgo... e scendo. Il facchino scompare
               e il silenzio piomba in quella specie di labirinto
               di corridoi del Terminal per Gaza, di quell’infa-
               me complesso costruito attorno al muro.
                  Il tempo che passa è di circa 5 minuti, ma il
               tempo nella sceneggiatura del dramma israeliano
               non è un accessorio ma un elemento che, unito
               al silenzio, crea disagio, infonde subdolamente
               paura. Inghiotto e mi chiedo: ‘Qualche cosa non
               va? Ma che cosa?’... e la domanda ti martella il
               cervello, te lo riduce in poltiglia. Suona la sirena.
               Si apre alla mia sinistra una porta di cristallo.
               Dall’alto la ragazza mi dice di entrare. Si chiude
               la porta dietro di me e davanti ho un muro di
               cemento armato che incute soggezione: sta per
               andare in scena la parte centrale del mio pas-
               saggio della frontiera. Gli attori sono cambiati


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