Page 71 - Amina
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venti secondi, mi lascia tenere le mutande. Metto
tutto nella vaschetta che passa sotto un metal-
detector attivato da fuori la cella. Mi fa sedere
su una sedia di plastica grigia. Le mani sopra le
ginocchia. È freddo. Soprattutto mi sento nudo,
umiliato... ti spengono dentro. Passano i minu-
ti. Per non pensare inizio a recitare il rosario:
conto le Ave Maria chiudendo a pugno un dito
per volta, scelgo i misteri dolorosi: lentamente si
forma il pugno della mano destra e poi il pugno
della mano sinistra. I miei misteri del rosario in
una cella fredda scorrono così lenti. Sono con-
fuso. Cosa mi succederà? Ho paura a muovermi.
Meglio stare fermi. Le telecamere osservano e il
tempo mi mangia dentro. Mescolo Ave Maria a
paure, illazioni, supposizioni, forti incazzature.
Ho paura a sbuffare, ho paura a parlare. Inghiot-
to amaro, cerco di calmarmi: non ho fatto niente.
Ma la paura ha il sopravvento. Sbaglio a contare,
sbaglio a pregare: dico l’Ave Maria in italiano,
poi passo all’inglese, poi allo spagnolo, al fran-
cese... un misto di lingue che mi ubriaca. Poi mi
viene in mente Hamas. Almeno là c’erano Kasim
e Amal... mal comune mezzo gaudio, ma qui!
Nessuno, sono solo. Quarto mistero doloroso:
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