Page 74 - Amina
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Escono. La porta di cemento armato si richiu-
               de e il ragazzo mi dice esattamente gli indumenti
               da rimettermi: maglietta, camicia, pantaloni, cal-
               ze e scarpe. Faccio quanto mi chiede estrema-
               mente lento e accondiscendente. Mi guarda. Il
               portone di cemento armato si riapre. Percorro
               il labirinto e, in fondo al labirinto, trovo in un
               cassone bianco lo zaino con tutto in disordine:
               la mia bibbia aperta con tutte le immagini gettate
               alla rinfusa, il progetto di aiuto all’ospedale con
               tutti i fogli sparsi, i 30 dollari che ho in tasca
               sparpagliati sul fondo, orologio, catenina, iPad,
               telefonino, cavetti e batterie tutti setacciati, spar-
               si e disordinati. Raccolgo tutto... trovo anche il
               passaporto. Respiro profondamente e mi dirigo
               al banco dei passaporti. Altri 10 minuti di attesa
               e sono fuori, sono libero!
                  Salgo in macchina. Pierbattista mi ha manda-
               to un’autista a prendermi. Mi sento bene, gusto
               la libertà. Nel cuore questa profonda e lunga
               umiliazione mi ha fatto bene, mi ha fatto sen-
               tire piccolo, un pirla, mi ha schiacciato, mi ha
               annientato per brevi minuti. Brevi minuti, ma
               sicuramente per me i più lunghi di tutta la mia
               vita. Essere in una centrale di Hamas il giorno


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