Page 67 - Amina
P. 67
scusano con me per avermi trattenuto in una
centrale dei servizi segreti per due ore, in un po-
meriggio da incubo. Arriva il momento del check
point dell’Autorità Palestinese; strette di mano e
poi gli abbracci a padre Imad e a Edward, con la
promessa di ritornare presto a Gaza. Mi offrono
il servizio del pulmino per il chilometro e mezzo
che mi separa dal muro costruito dagli israeliani.
Lo rifiuto e cammino con lo zainetto in spalla,
recito il rosario e, lentamente, il mastodontico,
brutto muro si avvicina e il senso di oppressione
cresce. Non c’è nessuno. Mi domando: ‘Quanto
tempo mi faranno perdere prima che aprano per
i controlli? Andrà tutto bene?’.
Arrivo vicino. La prima porta di cemento ar-
mato spessa mezzo metro è aperta. Entro. Dopo
due metri il cancelletto rotante è fermo e c’è il
segnale rosso. Passano alcuni minuti. Silenzio. Le
telecamere mi guardano. Scatta il verde con una
specie di breve sirena. Giro il cancelletto e sono
dentro; salgo per circa 80 metri. La porta della
seconda barriera è aperta. Entro e un uomo, con
una casacca rossa, mi invita a compilare un for-
mulario: quanti cellulari hai? Quanti tablet? Cari-
ca batterie? Computer? Asciugacapelli? Un’infinità
65

