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Bassora. Nel giugno 2014 la città cadde in mano
               ai miliziani di Daesh che, nelle settimane succes-
               sive, scacciarono tutti i cristiani della città scesi
               dai 50000 del 2003 ai 3000 del 2014. Dunque
               oggi a Mosul non esistono cristiani, non esistono
               sacerdoti e le chiese sono ridotte a un ammasso
               di detriti. ‘Cosa vai a fare lì?’, mi interrogo nella
               strada che mi sta portando nella periferia. Trovo
               subito una risposta. ‘Vado in pellegrinaggio. Non
               sono un reporter di guerra, sono un sacerdote!
               Vado a Mosul per pregare e per consolare, anche
               solo una persona, ma il valore simbolico della
               consolazione non è questione di quantità ma di
               qualità. Vado a Mosul dove ha vissuto Giona,
               vado a visitare l’antica Ninive’. Perché il nome
               Mosul, che si lega a immagini di guerra, ha to-
               talmente cancellato dalle nostre teste il ricordo
               di quella città: è una città della bibbia di grande
               significato. Mi spavento. Prego il profeta Giona e
               ripenso alle sue parole: ‘Ancora quaranta giorni
               e Ninive sarà distrutta!’. Quanto sono attuali e
               profetiche quelle parole del profeta ancora oggi
               dense di mistero. Venire a Mosul? Perché tutti
               hanno sconsigliato? Perché? Perché? Perché? La
               domanda diventa ritmica nel cuore mentre le pri-


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