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andando dove si uccide. Avere un’arma per pro-
teggersi? Avere un’arma comunque per sparare.
Lui rientra e io faccio finta di niente, di non aver
visto la pistola e mi ricompongo in un sorriso
accogliente.
“Tutto in ordine, padre. Quando hanno visto
che tu sei un sacerdote ci hanno subito concesso
il permesso”.
Partiamo. La strada si fa polverosa. L’auto cor-
re sulla pista e, mentre ci avviciniamo a Mosul, i
segni della guerra diventano più evidenti.
“Qui, padre, Daesh lungo la strada bruciava
petrolio per impedire agli aerei della coalizione
di bombardare. Con il fumo provocato era diffi-
cile vederli...”.
I posti di blocco si susseguono e ci avvicinia-
mo alla città. A 17 km incontriamo il villaggio di
Bartella che visiteremo nel pomeriggio. Da quel
villaggio vengono cinque bambini cristiani che
sono profughi nel Dawidiya. Li abbiamo presi in
adozione a distanza per tre anni.
Siamo alle periferie della città caotica. Mosul
è una città di più di 1.500.000 persone. È la ter-
za città più grande del Paese dopo Baghdad e
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