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dei ricordi ancora pieni di vita. Scrivo in modo
scorretto, ma voi capite il cuore. Tutti mi ave-
vano sconsigliato di andare a Mosul, ma questa
non è una novità dei nostri viaggi: è avvenuto
per Garissa, Dadaab e soprattutto per i cartelli
del narcotraffico in Messico... Ma qui ancora peg-
gio: non solo dall’Italia ma anche dall’Iraq tutti
mi hanno detto di non andare... Abuna Yoshia,
padre Samir, i peshmerga, tutti hanno sconsi-
gliato. Addirittura in Italia mi dicevano che per
avere un contractor dovevi pagare la folle cifra
di 10.000 euro. Novelle metropolitane da chi, qui
in Iraq, non si muove da Erbil o Duhok e poi,
lavorando per organizzazioni no profit, porta a
casa, a spese dei poveri, 5.000 euro al mese più
comodi alberghi.
È un giovane cristiano di nome Ivan a por-
tarmi nella guerra. Come per le dodici ore di
pista in Kenya con Jimmy e Doreen, macchina
grossa e robusta: 4000 di cilindrata per sostenere
le dure strade della guerra. Partiamo presto da
Erbil. È venerdì 5 maggio. La strada è comple-
tamente libera perché oggi è venerdì, il giorno
della preghiera musulmana. Arriviamo al primo
dei numerosi checkpoint. C’è una inconsueta fi-
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