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MOSUL
Non sono mai stato sul fronte di una guerra.
Vederla, sentirla... di più, ascoltarla! Non è un
film, non è un notiziario della TV, ma è reale.
Ci sei dentro, la respiri come gli agenti chimici
usati da ISIS contro le milizie irachene. Non mi ci
ritrovo nei panni dell’inviato di guerra, mi stan-
no scomodi e non li voglio indossare. Sono un
semplice prete che giunge in città per pregare e
per condividere... e già! Per il momento qui è già
difficile fare solo questo. La città è interamente
musulmana, non ci sono cristiani e i cristiani qui
non vogliono ritornare. Cosa ci fa un prete a Mo-
sul? Due cose: celebra la messa, prega e cerca di
condividere, di portare una goccia di speranza
con un bacio a un piccolino musulmano che di
questa guerra non ne vuole sapere niente ma c’è
coinvolto fino al midollo; con un forte abbrac-
cio dato a un soldato cristiano arrivato durante
la messa; con una bottiglietta di acqua data ai
ragazzi troppo giovani per essere soldati di una
guerra assurda. Ma andiamo con ordine.
Scrivo da Erbil, il giorno dopo essere tornato
da Mosul, con la mente stanca ma con il pregio
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