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la di camion. Ivan li supera e poi parcheggia
               la grossa jeep. Sono emozionato, preoccupato
               e anche lievemente agitato. Tutti sconsigliano.
               Posso ancora ritornare. Ivan mi chiede il tesseri-
               no di riconoscimento, prende il suo, compila un
               modulo su un foglio rosa e mi dice:
                  “Torno subito, padre, vado a fare la prati-
               ca per l’ingresso. Stai tranquillo ma, per ogni
               evenienza, sappi che qui nel cruscotto c’è una
               pistola!”.
                  Non mi dà il tempo di rispondere... Lo spor-
               tellone si chiude con un sonoro tonfo. Sorri-
               do con me stesso: ‘Simpatico questo ragazzo...
               Una pistola nel cruscotto. Bella battuta! Ci sta in
               questa terra di guerra’. Apro lo sportellone e il
               caldo di 38 gradi mi dà uno schiaffo. Scatto foto.
               Troppo caldo. Rientro e chiudo. Lui non arriva.
               Il cruscotto è lì che mi sfida. Mi lancia una do-
               manda: ‘Aprimi e vedi se scherza!’. Accolgo la
               sfida e sbianco. È vero! Ha una pistola. La tocco.
               È fredda e nera e, mentre la tocco, il freddo e il
               nero mi entrano nel sangue attraverso il tatto e
               la vista. Un’impressione di morte, di tristezza...
               Poi la reazione! Ma questo Ivan è pazzo oppure,
               semplicemente, sa dove stiamo andando. Stiamo


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