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DAWIDIYA IDPs CAMP IN DUHOK

                  Aspettavo da tanto tempo di avvicinarmi a lo-
               ro, di conoscerli, di stringerli e di abbracciarli. Il
               campo di Dawidiya è il cuore del viaggio, come
               Challapalca lo è stato per il viaggio in Perù o l’u-
               niversità di Garissa per quello del Kenya. Quattro-
               mila persone. Il campo è a stragrande maggioran-
               za yazida ma c’è anche una discreta presenza di
               cristiani. Domani incontrerò la storia di tre donne
               incarcerate e vendute come schiave dagli uomini
               di Daesh, una triste, orrenda storia. Incontriamo
               la direttrice del campo profughi e il comandante
               militare dei 18 agenti che sorvegliano il campo.
               Sono emozionato. Finalmente le loro storie riem-
               piranno queste righe nate attorno alla vicenda di
               essere cristiani, alla ricerca degli ultimi e delle loro
               storie di dolore. Essere cristiani qui significa dare
               la vita, significa perdere tutto come è avvenuto a
               loro, come è avvenuto alla Santa Famiglia fuggita
               in Egitto.
                  Iniziamo la visita del campo contrassegnato
               dai teloni azzurri dell’ONU, che qui garantisce un
               minimo programma di alimentazione per chi qui
               ha perso tutto e vive in povertà estrema. Proprio

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