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deprimente. Mostro di apprezzarli molto e così
Adnan, dopo averli staccati, me li regala. Vengo
invitato con ampi gesti a sedermi per terra. Con
l’aiuto del programma di traduzione il giovane
papà mi parla del suo stato di invalidità, dovuto
a una cervicobrachialgia sinistra da ernia discale
cervicale. Porta infatti costantemente un collare.
Adnan ha 42 anni. È fuggito dalla Siria nel
2014 perché ormai non riusciva più a garantire
l’incolumità a tutta la sua famiglia.
“Abitavo in una casa meravigliosa – mi rac-
conta visibilmente commosso – in una città bel-
lissima, Damasco. Quella casa, quella città non
esistono più. Assad le ha distrutte. In Siria non
posso e non voglio più tornare. Non c’è futuro
né per me né per i miei figli. Là ora c’è solo
morte e distruzione”.
Per ultimo Adnan mi parla della giovane mo-
glie, appena venticinquenne. Soffre di una ma-
lattia agli occhi, anche se non riesco a capire di
preciso di cosa si tratti e anche il traduttore non
mi aiuta. Servono cure e Adnan non lavora.
Mentre penso a cosa possano sembrare i miei
problemi, le mie preoccupazioni, in confronto
a quella situazione drammatica che ho appena
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