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e agli amici che ci hanno preceduto sono toc-
cate invece famiglie di cristiani in fuga dall’Iraq,
perseguitati per la loro fede.
Arriviamo sulla collina che domina Fuheis,
ormai addormentata in una calda notte dell’esta-
te giordana. Don Gigi mi accompagna, come ha
fatto con tutti gli altri, all’interno dell’abitazione
di Adnan, il profugo siriano che mi ospita. Var-
chiamo un cancello assemblato in qualche modo
e un piccolo vialetto ci conduce a un interrato
adibito ad abitazione. Adnan apre una porta di
lamiera ed entriamo. Un rapido sopralluogo da
parte di don Gigi e un suo tempestivo quanto
mai provvidenziale ammonimento nei miei con-
fronti dal momento che mi accingevo a salutare
all’“occidentale” la moglie di Adnan, per lo più
entrando in casa senza togliermi le scarpe, dan-
no inizio alla mia serata. Realizzo in un attimo
dove sono andato a finire: sono ospite di una
famiglia dell’islam sunnita! Così, mentre da un
lato mi sto chiedendo “chi me l’ha fatto fare” e
dall’altro cerco di controllare la nausea, tolgo
le scarpe e, senza fissare la moglie di Adnan, la
saluto dicendo: “Salam Halekum”. La giovane
donna risponde: “Halekum Salam”. Da quel mo-
mento non la guarderò più in viso.
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