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ALHAM crIstIAnA IrAcHenA
Il mio incontro con i profughi inizia già sul
pulmino della Caritas che ci sta accompagnan-
do alle loro abitazioni. Alham, la donna che mi
ospita, è seduta sugli ultimi sedili attorniata dai
suoi cinque figli. Il breve tempo di salutarci e di
fare conoscenza grazie al primo figlio, di nome
Safaa, che maneggia con disinvoltura il suo cel-
lulare ricorrendo al traduttore, ed eccoci arrivati.
Scendiamo con don Gigi che ci accompagna
dentro la loro abitazione. Una scala ci porta in
un piccolo appartamento al piano interrato di
uno stabile. All’ingresso subito la cucina, poi la
camera di Alham e sua figlia, una saletta con il
divano e un piccolo televisore, e infine la camera
dei quattro figli maschi. Il bagno è all’esterno.
Una volta partito don Gigi, resto in compa-
gnia di Alham e dei suoi cinque figli. Ci acco-
modiamo nella saletta. Safaa è il mio tramite con
il resto della famiglia: si rivolge a me in inglese,
riportando quanto gli altri gli riferiscono e con
il cellulare mi trascrive tutto in italiano; quanto
scrivo io a loro, lo riporta con il traduttore in
arabo e poi lo legge al resto della famiglia.
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