Page 55 - Diana
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vedo arrivare alle spalle di mamma. Lei non se ne
accorge. Lui, il mostro nero, estrae una pistola con
il silenziatore. Esplode il primo colpo alla schiena,
poi due colpi al fianco destro e, per essere sicuro
di ammazzare, viene davanti a lei, mira alla testa,
ma colpisce il collo… Lei, mia mamma, mi crolla ad-
dosso e, prima di spirare, riesce a dire: ‘Diana, abbi
cura di Dalya e Yousef’. Il giovane nero demonio
scappa. Nessuno lo insegue, nessuno grida anche
perché il silenziatore ovatta le quattro esplosioni.
Mia zia Hatu fugge con la piccolina tra le braccia
e con il cellulare in una mano grida al fratello al
telefono: ‘Sami hanno ammazzato tua moglie, vieni
qui siamo al banco della t-shirt. Io metto in salvo
Dalya, tu pensa a Diana’.
Anche lei, mia zia, non c’è più. Cado in una
vertigine di shock. Ho il vestito sporco di sangue.
Portano una coperta, coprono il cadavere e mi la-
sciano lì, seduta, da sola in mezzo alla follia di una
calca di gente che, incurante, continua a compe-
rare e vendere. Passano dieci minuti. Sono seduta.
Per me i dieci minuti sono dieci anni, anzi dieci
secoli che fotografano l’orrore, che fotografano in
me per sempre l’angoscia con cui ti parlo e con il
quale questa sera, a diciotto anni, piango…”.
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