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religione che l’islam odia profondamente, una
razza bellissima dai capelli chiari e dagli occhi
chiari. Come per Hazar il problema della lingua
è forte perché la bambina non parla arabo ma
curdo. Giunto al campo ho la fortuna di incon-
trare Jamal un giovane yazida che parla inglese
e, dunque, la traduzione passa dal mio inglese
direttamente al curdo.
È sera. Piove a dirotto nel campo di Dawidiya
e, quando piove, tutto diventa un casino. Non
ci sono fogne e l’acqua allaga i viottoli, le stra-
dicciole; il fango imbratta tutto. È buio, piove a
catinelle, tutto è infangato e poi fa freddo, molto
freddo. Il campo diventa squallido. La povera
gente ammassata nei container sembra risentire
questa malevola impressione di disagio. Sono
persone che sono fuggite dall’ISIS e che qui non
hanno nulla. Il campo è cristiano e yazida, non
ci sono musulmani. Proprio in questo inferno
vogliamo gettare un piccolo seme di speranza,
vogliamo raccogliere una storia di dolore tra le
tante e poi raccontarla, spiegarla, diffonderla
perché il mondo e la gente possano riflettere e
diventare migliori.
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