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gno di rispetto e d’accoglienza. Le nere e lunghe
             sopracciglia incorniciano due meravigliosi occhi
             neri. Il suo sguardo mi mette una certa soggezio-
             ne, oserei definirlo uno sguardo ‘nobile’, pur nella
             tremenda miseria in cui la donna vive e in questo
             isolato villaggio sperso tra le montagne del Viet-
             nam del nord.
                 Entriamo in casa e lui è lì: Anton!
                 Veste una camiciola colorata ed è sdraiato su
             un materassino ad aria di colore blu. Il caldo è forte
             e l’umidità ancora di più. Anton è completamente
             disabile. Non solo il ventre è deformato e spigo-
             loso, ma non riesco neppure a capire se sia una
             parte del bacino. È magrissimo, un puro scheletro
             rivestito di pelle… Penso pesi venticinque chili.
             Ha un grosso cerotto sulla testa e il suo sguardo
             è perso, la mascella è deforme, la deglutizione è
             compromessa: sembra una parvenza di SLA le-
             gata a quelle patologie di dimagrimento proprie
             dell’AIDS… ma Anton non è assolutamente questo.
             La sua è una malattia genetica. Praticamente è
             nato così. Il primo sguardo suscita in me ribrezzo,
             un ribrezzo sordo e profondo, una sorta di disgu-
             sto. Ma che cos’è questo? Impaurisce, destabiliz-
             za, crea capogiro! E io ci devo stare dentro: devo

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