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“Stai meglio ora, don Gigi?”.
                 “Tu non sai come, dopo una giornata di cammi-
             no, un pezzo di sapone nuovo e una bacinella d’ac-
             qua pulita allietino la vita da queste parti! Grazie
             di cuore per questo tuo meraviglioso gesto”.
                 Queste coccole di Tuyet mi hanno fatto dimen-
             ticare Anton. Ci pensa lei con dolcezza a farmelo
             ricordare. Mi riprende la mano:
                 “Ora andiamo da lui, padre, e preghiamo in-
             sieme!”.
                 La donna me lo dice con grande gentilezza ma
             è un comando assoluto che non ammette scuse.
             Accetto la sfida! Come ogni volta, nei posti più bui
             e tetri del mondo, quando sono sulla soglia del do-
             lore, quando, dopo migliaia e migliaia di chilometri
             stai per incontrare Gesù in uno di questi terribili
             disastri umani… vorrei scappare. Questa volta mi
             sento più forte perché Tuyet, mentre ci avvicinia-
             mo al materassino blu, stringe sempre più la ma-
             no, me la stringe forte forte, quasi a comunicarmi
             il suo dolore. Quella stretta della sua mano così
             forte mi seduce e mi fa respirare tutto il dolore di
             una madre per la malattia incurabile e debilitante
             del figlio. A mia volta sono io a stringere forte la
             sua mano e questo le deve dare coraggio. Mi guar-

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