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diciamo ‘normale’ ho impiegato due anni duri di
fisioterapia, di medicine e controlli...”.
“E poi? Come cavolo ti è saltato in mente di
tornare qui? Io sarei fuggito dal Kenya e dall’A-
frica per sempre!”.
“Don Gigi, è stato per me naturale tornare
qui. Non mi è mai passato per la testa di fare
altre cose. Questa è diventata la mia terra e così
sono tornato! Alcuni anni dopo sono stato fatto
vescovo e sono felice di essere vescovo ferito
per una terra ferita dove la qualità di ‘vescovo’
lascia il posto al fatto di essere un ‘uomo ferito’
prima di tutto e di condividere così, con i miei
cristiani, sofferenza e dolore. Non voglio trasfor-
marmi in un martire, ma semplicemente sono
un uomo ferito, come ferita e torturata è la mia
gente a Garissa o a Dadaab. Sono felice che tu
sia qui, sono contento che questa mia esperien-
za possa aiutare i giovani a crescere, ma deve
rimanere semplice e spontanea, non deve essere
celebrazione mia ma di questa terra, di questa
Chiesa sofferente e di Gesù Cristo, l’unico che
dobbiamo imitare”.
“Vescovo Joe, ultima domanda. Di padre Hil-
lary, il nostro amico, cosa ne è stato?”.
Il vescovo sorride.
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