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Il vescovo mi guarda e con calma mi dice:
                  “Il Signore mi ha dato una seconda vita e per
               rinascere ho dovuto molto soffrire”.
                  Alla mia mente torna il ricordo dei sette anni
               di sofferenza acuta di Santina e la sua rinascita
               alla vita di disabile e, nelle orecchie del cuore,
               ascolto la frase di Paolo: ‘Quando sono debole
               è allora che sono forte!’. È proprio vero: la for-
               za di questo uomo, vescovo qui a Garissa, la
               qualità del suo episcopato per una diocesi tanto
               speciale è dettata dalla sua ferita all’anca. Per
               essere vescovo di martiri cristiani, che a Garissa
               hanno dato il loro sangue, Gesù gli ha chiesto
               di prepararsi dando il suo sangue e lui, di buon
               grado, ha accettato.
                  Lo interrogo:
                  “Monsignore, sei riuscito a perdonare?”.
                  “Fin dal primo momento in cui mi trovavo
               sul bordo di quella pista, ferito, mai ho provato
               risentimento per quell’uomo, ma grande com-
               passione. Non voglio essere trasformato in un
               martire. Poteva capitare anche te, don Gigi, e
               forse ti saresti comportato meglio di me. È stato
               il caso. Non ho cercato io questa ferita... e, come
               hai visto, non avevo nessuna intenzione di mori-
               re. Per rimettermi in piedi e ritornare a una vita


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