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grandi quattordici. Entriamo nel fiume, ci lavano
con acqua fredda e poi ci conducono in un luogo
appartato, lontano da quel maledetto giaciglio.
Sono la terza ma, da lontano, sento le urla della
piccolina che, dopo mezz’ora, viene portata via
fasciata dal torace alle ginocchia. Mi vengono i
brividi, vorrei scappare, ma mia madre, che ha
avuto otto figlie e che le ha mutilate tutte è dura,
tiene la mia mano stretta come una morsa di fer-
ro e mi è impossibile fuggire. Anche la seconda
ragazza viene portata via fasciata dopo urla spa-
ventose. È il mio turno, tocca a me. Piango, non
voglio muovermi. Mia madre mi trascina a forza
e poi urla un’aberrazione: ‘Non piangere, devi
essere forte, devi essere una vera donna!’. Mentre
stanno per castrarmi, mentre stanno per castrare
il mio più profondo essere femminile, mia madre
ha il coraggio di gridare il contrario di quello
che lì avrebbero fatto di me e cioè non essere
più donna! Sono piccola e ci credo. Asciugo le
lacrime e, con decisione, arrivo sullo spiazzo. È
tutto sporco di sangue. La donna più anziana che
avrebbe fatto l’incisione, mentre lava il coltello
affilato usato per il parto e per la mutilazione
genitale femminile, con calma mi spiega quello
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