Ecco LY il n. 23 della collana #VoltiDiSperanza, con l’introduzione di Paolo Ruffini, Prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede.
CHI CAMBIA IL MONDO NEL NASCONDIMENTO DI UN FIUME INQUINATO
Io non ci sono mai stato in Vietnam.
Non ho idea di cosa sia un villaggio di catapecchie e di barche sul fiume.
Non so cosa sia un fiume inquinato come una fogna, e che sapore abbiano i pesci pescati lì.
Non so cosa significhi viverci. Sperare e disperarsi.
Essere salvati e poi perduti.
Amare e morire.

Ecco la Introduzione del Prefetto in integrale sul quotidiano Avvenire del 15 agosto 2019. Si può leggere cliccando sull’immagine nel formato pdf.
E se penso a quante cose non so, pensando invece di sapere come è che va il mondo, mi vengono i brividi.
Io non conosco davvero cosa sia la sofferenza.
Non conosco sino in fondo il mistero del dolore. Cosa è che ci fa davvero soffrire e cosa è che ci rende davvero felici.
Conosco Ly, però, adesso, attraverso il racconto di don Luigi.
E conosco il suo segreto. Ly sa cosa è che ci unisce.
Ly sa che nessuno può salvarsi da solo.
Conosco Ly e attraverso la sua storia conosco anche un po’ più me stesso, vedo con occhi diversi chi mi sta intorno, e anche chi forse non vedrò mai. Tutto acquista una luce diversa: illusioni, disillusioni; fatica, riposo; vicino, lontano; speranza, sconforto.
Vedo Ly innanzitutto. Vedo i suoi occhi. Vedo la sofferenza, il dolore, e soprattutto la bellezza, la fiducia e la felicità di chi non si arrende. Di chi cambia il mondo nel nascondimento di un fiume inquinato, di chi perdona e semina.
Vedo Dio in lei e capisco perché don Luigi ha tanto insistito per incontrarla.

Ecco la Introduzione del Prefetto in integrale sul quotidiano Avvenire del 15 agosto 2019. Si può leggere cliccando sull’immagine nel formato pdf.
Vedo tante cose, e fatico a trovare le parole per spiegare cosa è che vedo.
Ripenso così al Vangelo. A quante volte lo ho letto o ascoltato.
A quante volte lo ho tradito. A quante volte non ho capito che non è Dio che si nasconde, siamo noi che non lo vediamo. Concentràti come siamo su noi stessi.
Ripenso a cosa significa essere uomini, a cosa ci unisce in unico destino.
Ripenso a una esortazione di Papa Francesco: «Tutti, prima di parlare, dovremmo recuperare la capacità di guardare negli occhi e lasciarci interrogare in ogni momento dagli uomini in carne ed ossa.
Non dai concetti o dai pregiudizi ma dai volti solcati di dolore dei più poveri, da cui possiamo imparare autentiche lezioni di vita, di umanità, di dignità».
Penso che don Luigi sul Fiume Rosso, e in tutti i suoi viaggi, cerchi Dio. E lo incontri. E per questo riparta, ogni volta. Per nostalgia di Dio.
Quanti sono i poveri nel mondo nei cui occhi Dio aspetta di essere riconosciuto?

Ecco la Introduzione del Prefetto in integrale sul quotidiano Avvenire del 15 agosto 2019. Si può leggere cliccando sull’immagine nel formato pdf.
Diceva don Primo Mazzolari: «Io non li ho mai contati i poveri, perché non si possono contare: i poveri si abbracciano, non si contano. Eppure v’è chi tiene la statistica dei poveri e ne ha paura: paura di una pazienza che si può anche stancare, paura di un silenzio che potrebbe diventare un urlo, paura del loro lamento che potrebbe diventare un canto, paura dei loro stracci che potrebbero farsi bandiera, paura dei loro arnesi che potrebbero farsi barricata. E sarebbe così facile andare incontro al povero! Ci vuol così poco a dargli speranza e fiducia! Invece, la paura non ha mai suggerito la strada giusta».
Per questo don Luigi non ha avuto paura di andare dove gli veniva sconsigliato di andare; di cercare ricchezza dove il mondo vede solo povertà; speranza dove gli altri vedono solo disperazione; Dio nei luoghi che diciamo abbandonati da lui.
Per questo sento di doverlo ringraziare.
Per ciò che ha visto e che ci fa vedere: l’amore che regge il mondo.
Vista da laggiù, dalle fondamenta, la felicità non ha nulla a che fare con le illusioni a caro prezzo che inseguiamo instancabili.
Visto da laggiù, dal fiume maleodorante, il mondo è capovolto. Poggia sulle spalle di Ly, degli uomini e delle donne come lei. Immagine vivente di Dio.
Visto da laggiù, attraverso le crepe che solo l’amore sa scavare nella sofferenza, Dio si svela.
Siamo noi che non vogliamo vederlo. Che non vogliamo capire che «la pietra scartata dai costruttori è diventata pietra d’angolo».
Paolo Ruffini
Prefetto del Dicastero per la Comunicazione
della Santa Sede
ANTICIPIAMO NEL SITO LA SUGGESTIVA PRIMA PARTE DAL TITOLO:
LA SIGNORA DELLE ONDE
di Men Thi Bui

Men Thi Bui, autrice del testo
NELLA MISERIA DI PHUC XA WARD PER INCONTRARE LY
La storia che sto per raccontarvi, e che è ambientata in un quartiere di massimo degrado di Hanoi, capitale del Vietnam, forse, dopo averla letta, vi farà esclamare: “Può una donna vivere un’esistenza così miserabile?”. Vi farà sentire un peso sullo stomaco e vi mancherà il respiro. Capirete, come io e mia sorella Mia abbiamo capito con don Gigi, che la nostra vita è molto più fortunata di quella di molte altre persone in questo mondo e quanto la vita deve esser rispettata. Ero già stata a trovare Ly e, in verità, avevo dormito nella sua abitazione una notte, trascinata da don Gigi in un’impresa pazzesca! Al termine della formidabile esperienza di quella notte, don Gigi mi ha chiesto se me la sentivo di scrivere con lui il libretto che racconta di Ly e parla della sua vita nella miseria in un quartiere malfamato di Hanoi. Gli ho detto di sì, e ho coinvolto mia sorella. Ho sentito forte il desiderio di ritornare da Ly e approfondire la sua conoscenza. Così, in modo un po’ avventuroso, mi sono decisa a tornare alcuni giorni dopo la partenza di Gigi per l’Italia. Certo il luogo malfamato e misero è pericoloso e non me la sentivo di andare da sola. Così ecco due giovani donne di 33 e 25 anni partire per incontrare Ly e il marito. Don Gigi ci ha rimproverato, quando lo ha saputo in Italia, perché siamo state forse troppo spericolate, ma l’avventura che vi stiamo per raccontare è stata per noi molto bella e arricchente. Dopo la Messa, una domenica pomeriggio, nel caldo di quasi 40 gradi, mia sorella e io ci dirigiamo in moto verso Phuc Xa Ward, nel distretto di Ba Dinh. Questo sobborgo di Hanoi è tristemente conosciuto per essere un quartiere molto povero, nonostante sia collocato vicino al centro di Hanoi. Trovare il luogo dove vivono Quang e la moglie Ly non è per niente facile per due giovani ragazze, per di più sole. Dopo aver parcheggiato la moto, camminiamo per circa un chilometro per raggiungere il Fiume Rosso. Ora, chiudete gli occhi e immaginate di essere lì, sulla riva del fiume: una vegetazione fitta con una montagna di spazzatura intorno a voi, di fronte un fiume fangoso ricoperto di felci acquatiche che galleggiano. Com’è pensabile che due persone vivano in una discarica su un fiume? Ammesso sia possibile, si può immaginare forse una casa con solide fondamenta… Invece la loro abitazione è una semplice barca ormeggiata nella spazzatura! Vicino alla prima barca ce n’è una seconda, più piccola, dove ho dormito la prima volta che ho incontrato Ly. Mia sorella non avrebbe mai pensato che delle persone potessero vivere in un posto simile. Giunti al fiume li abbiamo chiamati e Ly, remando su una piccola imbarcazione, è venuta a prenderci. La barchetta serve per giungere a riva dalla casa galleggiante e per pescare. Ly ha appena compiuto 71 anni, ha una buona salute e un carattere forte. Mentre attraversiamo vediamo che, sulla barchetta, sono raccolti, in un gran recipiente, molte bottiglie di plastica e lattine di bibite, oltre a pochi pesci. Ly vive anche della vendita di plastica e lattine tolte dalla spazzatura. L’anziana ci dice che, quando non va a pescare, va a rovistare nella discarica per fare qualche soldo in più. Suo marito Quang è magro; i suoi occhi sono piccoli e la bocca senza denti. Ci aspetta in piedi su un lato della barca abitazione, tira la catena di ferro arrugginito e ci fa salire. Sono le due del pomeriggio con un gran caldo e il sole che picchia forte. Entrando nella loro catapecchia troviamo un arredamento vecchio e logoro, e i loro piatti e bicchieri altro non sono che scarti raccolti dalla discarica e ripuliti.

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LA COLPA DI ESSERE NATA BAMBINA
Ly ci invita a sederci sul lato della barca più esposto al vento perché nella baracca non c’è corrente elettrica e non ci sono neppure ventilatori. Da dove siamo sedute si vede, in lontananza, il caratteristico ponte di Long Bien. Il vento soffia ed è ancora molto caldo. Proprio accanto a dove ci siamo sedute, in una gabbia di ferro, abbaiano per la paura e per la fame diversi cani che mi impauriscono. Piano piano ci adattiamo e così chiedo a Ly di raccontare la sua esistenza così forte e piena di miseria. La donna inizia a raccontare. Noi stiamo molto attente, come quando si ascolta una favola e non fatti, purtroppo, reali di vita. I suoi occhi sono pieni di tristezza, il volto pieno di rughe e con alcune macchie sulla fronte. E così il suo racconto ha inizio. Ly con voce chiara inizia a raccontare: “Devi sapere, Men, che sono nata a Phu Tho, una campagna molto povera che si trova nel nord-ovest del Vietnam. Sai che, 70 anni fa, non era semplice mangiare un piatto di riso e ho provato, da piccola, tanta ma tanta fame e innumerevoli privazioni. A quei tempi in Vietnam la donna non valeva nulla. Ciò che nel mio villaggio contava era essere maschio. Essere donna significava essere inferiore e senza diritti. Sono cresciuta così fino a dodici anni…”. Mentre Ly racconta, mi ricordo perfettamente la sera che siamo arrivati con le suore e don Gigi nella barchetta di questi poveri infelici. Io ero seduta vicino a don Gigi per la traduzione e l’anziana donna ci aveva proprio colpito per il racconto di quanto aveva subito da piccola. “Sì, mi ricordo molto bene Ly. Raccontami meglio quello che ci hai raccontato la notte che siamo venuti a dormire qui con le due suore della Caritas e don Gigi!”. Ly sorride orgogliosa: “Io sono buddista, ma sai che mai e poi mai mi sarei aspettata che qualcuno venisse a trovarmi e addirittura volesse passare la notte qui in questa catapecchia?”. Quang la interrompe: “Hai ragione Ly, nessuno dei due credeva che ben sei persone venissero a dormire in una topaia del genere, e una di queste sei persone venisse da così lontano per dormire nella miseria.”. Sorrido compiaciuta. Anch’io sono rimasta affascinata dalla forte esperienza di condivisione: mai avrei pensato di fare tutto questo! All’alba, quando avevamo lasciato la baracca galleggiante, avevo nel cuore la voglia di raccontare a tutti la nostra impresa… la mia povera sorella Mia è stata la mia prima preda. Rido tra me. Mia mi guarda e chiede a Ly: “Scusa Ly, continua a raccontarci quello che stavi dicendo a Men!”. Ly, con uno sguardo forte, zittisce il povero marito che si fa muto e lei può continuare tranquilla il suo racconto nell’umido e nel caldo delle ore centrali del giorno. Un caldo davvero asfissiante. “La mia vita di miseria a Phu Tho divenne una tragedia quando i miei genitori, stanchi di me e del mio essere femmina, mi picchiarono a sangue, poi mi misero in una piccola imbarcazione e diedero una spinta alla barca che, senza comando, iniziò a seguire la corrente del fiume. Ricordo il dolore delle botte ancora calde, il sangue delle ferite che mi avevano provocato quei disgraziati, l’orrore di una barca senza guida che proseguiva il suo viaggio nel pericolo e senza una meta. Ricordo la notte buia come l’inchiostro, la solitudine, le lacrime e il disagio profondo intimo, il senso di morte! Gridavo per il dolore, per l’angoscia e la disperazione, piangevo lacrime calde che continuavano a bagnarmi il volto sporco e tumefatto dalle percosse. Uno zigomo mi faceva male. Finalmente, esausta, mi addormentai profondamente. Al mio risveglio la gamba mi faceva tanto, ma tanto male. Iniziai nuovamente a piangere… era l’alba e un pescatore, sentendo le mie urla, fermò la barca e mi curò. Il canale su cui navigavo in verità era diventata una fogna: la fogna di Ba Xuan che oggi non esiste più”.
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IO VIVO IN UNA FOGNA
Conosco bene mia sorella Mia. Ha solo 25 anni ed è più giovane di me che ne ho 33. Leggo sul suo volto l’incredulità e la sofferenza. Per rassicurarla le rivolgo un sorriso e continuo a scrivere. Mia interviene: “Scusa Ly, sembra tutto così impossibile: i genitori che ti prendono a botte, la barca, la gamba rotta e ora… navigare in una fogna!”. Ly la guarda intensamente, sorride e, lentamente: “Tu non credi che questo sia vero? Che mi abbiano salvato in un canale di una fogna? Vuoi una prova di questo?”. Ly, dicendo così, si alza, scosta una specie di tenda consunta e la discarica puzzolente appare in tutta la sua schifezza… “Mia, guarda, sotto quella discarica a 40 metri da qui viveva Chi Phuong; ma dove pensi che io viva oggi? Io oggi vivo in una fogna! I ratti ci fanno compagnia, la puzza, la plastica scartata dai ricchi che diventa ricchezza per noi poveri. Viviamo degli scarti dei ricchi! Questa è una discarica, è una fogna” Mia arrossisce: “Davvero oggi Ly, l’incontro con te ha per me del surreale. Se non fossi seduta qui, se non vedessi la discarica con i miei occhi, non crederei mai che una donna di settanta anni possa vivere così! Sicuramente tutto quello che ci hai raccontato è vero…” Guardo Ly: “Mia sorella Mia ha ragione. La notte che sono giunta qui con don Gigi, mai avrei pensato fosse possibile tutto questo! Mentre scendevo la discarica e calpestavo l’immondizia provavo schifo e ribrezzo e, al tempo stesso, paura perché è un luogo malfamato e mi chiedevo perché quel pazzo di Gigi venisse dall’Italia, prendesse un aereo e viaggiasse per 12 ore per dormire in una discarica! Quando me lo ha proposto, Ly, lo scorso anno, ho detto di no. Quest’anno lui lo ha chiesto nuovamente e in modo testardo. Non ho saputo dire di no ma, durante quella notte in cui siamo stati tuoi ospiti, ho riflettuto molto sulla mia comoda vita. Vorrei che tanti giovani come noi facessero la stessa esperienza”. Quang sorride e ci offre un bicchiere di acqua che immediatamente svuotiamo. Ly, dopo aver bevuto un sorso di acqua continua: “La mia vita era molto dura. Ricordo ancora i soldati Vietcong su veicoli che attraversavano il ponticello su Ba Xuan. Pensa, Men, che loro mi vendevano alcune taniche di cherosene Mazut, che serviva ad alimentare i generatori, a basso prezzo. Io poi, per le strade, come venditore ambulante, rivendevo quel cherosene a un prezzo un po’ più alto che mi concedesse di mangiare qualche cosa per sopravviver Avevo circa 14 o 15 anni e mi ricordo che non riuscivo a trovare lavori temporanei e soffrivo la fame. Per diversi giorni non mangiavo. Non c’era sempre cherosene da vendere. Arrivavo al punto di mangiare di nascosto gli avanzi di cibo lasciato dalla gente: piccoli pezzi di pane o patate dolci. Tutta la mia vita si è svolta per settant’anni in una fogna, ho dormito in una discarica e… ho mangiato dalla spazzatura…”. Mentre Ly parla mi ricordo dello scorso anno, quando ero in moto con don Gigi per le strade della periferia di Hanoi, un uomo povero, forse anche squilibrato. Con la mano puliva il marciapiede dalle briciole e se le portava alla bocca. Fermammo la moto. Don Gigi lo ha fatto alzare, lo abbiamo abbracciato teneramente e abbiamo comperato per lui una ciotola di carne e riso, lasciandogli qualche soldo…
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UN PEZZO DI PANE COME ANELLO DI FIDANZAMENTO
Mia pone la domanda: “Ly come hai conosciuto tuo marito Quang che sembri amare così teneramente?”. Quang ride divertito e anche la vecchia scoppia a ridere. “Te lo racconto volentieri Mia. Avevo 17 anni, ero magra e carina, vendevo pesci e gamberi pescati nel Fiume Rosso, vendevo il magro frutto della mia pesca al pontile di Nùa. A quei tempi, ragazze, il ponte che oggi chiamate Long Bien e che si vede da questa baracca, aveva quel nome a motivo delle moltissime piante di bambù che lì crescevano. Non c’era l’inquinamento di oggi prima del 1954! Bene, mentre vendevo pesce, cara Men, un gruppo di ragazzi malintenzionati mi molestava… A proposito, ma voi due siete un po’ fuori di testa: due bellissime ragazze così da sole in questo quartiere? Ma forse il prete italiano vi ha contagiato con la sua pazzia? Non venite più da sole qui! Va bene? Se tornate a trovarmi, e spero che succeda ancora, fatemelo sapere prima e mio marito vi verrà a prendere all’inizio del rione”. Ly ci guarda con il tono di rimprovero di una mamma. Noi abbassiamo gli occhi accettando il suo consiglio e poi, quasi insieme, rialziamo gli occhi accennando a un sorriso. Ly ci guarda e, con un meraviglioso sorriso intenso, ci dice: “Il vostro Dio vi benedica per essere venute a trovare una buddista e suo marito che vivono in una discarica. Mai nessuno è venuto da noi!”. Poi riprende il racconto: “Bene, dove ero rimasta? Aaah, sì! I giovinastri mi spaventavano e così mi rifugiai nella caserma dei Vietcong. Non avrei mai pensato che quella caserma sarebbe stato il luogo di incontro con Quang. Quang arrivò a quella caserma alcuni mesi dopo: era magro e stremato, veniva dal Vietnam del sud dove aveva partecipato a una spedizione. Il classico colpo di fulmine! Lui fu impressionato da me, ma anch’io rimasi folgorata da lui, dal suo carattere e dalla sua gentilezza…”. Con una complicità del tutto femminile ‒ pur essendo presente nella baracca il buon Quang ‒ noi tre donne ci mettiamo sulla lunghezza d’onda delle love story e io e mia sorella spalanchiamo gli occhi e prestiamo ancora più attenzione al suo discorso, provocate dalla proverbiale e immensa curiosità femminile. Quello che ci appare sconcertante è che Ly si mostra innamorata del marito e il marito completamente folle d’amore per la sua Ly! Incredibile! Davanti a noi sta prendendo forma il racconto di una estasiante storia d’amore… vissuta in una miseria difficile da raccontare! E questo mi scava dentro! Questa è un’autentica, vera, solida storia di amore che si basa solo sull’amore, non sulla convenienza, non sul denaro, non sull’opportunità! Ma cavolo… come è possibile un tale amore in una discarica: un amore senza fiori, senza cioccolatini, un amore senza cibo, un amore a pancia vuota, nel nero di una miseria fatta di ratti e di rifiuti? Ly continua: “Il colpo di fulmine quando è accaduto? Lo ricordo perfettamente”. Quang sorride: “Ora vi racconterà del pane”. “Del pane?”. È Ly a riprendere il racconto: “Sì, del pane. Avevo fame. Gli stavo raccontando la storia che avete sentito fino ad ora e ci guardavamo intensamente negli occhi. Quanto sono belli i suoi occhi! C’era silenzio, il silenzio è il primo complice degli amanti… Quang si alzò all’improvviso e mi disse: ‘Aspettami qui un momento’. Dopo qualche minuto tornò con un piccolo panino e me lo diede. ‘Tieni, Ly, mangia, hai fame’. Non so se fu il tono di voce, la fame, oppure il pane a farmi innamorare. Considero ancora oggi quel piccolo panino il nostro anello di fidanzamento”. Scrivo tutto quanto Ly mi dice con cura ma, mentre scrivo, penso: ‘Guarda com’è semplice il vero amore, guarda come era semplice a quei tempi l’amore: conquistare una donna con un boccone di pane e con che classe ed eleganza. Anche nella miseria e nella povertà ci può essere raffinatezza ed eleganza!’.
AMORE FORTE MA CLANDESTINO E PROIBITO
Mia sente molto caldo e il buon Quang le offre un vecchio ventaglio tutto rotto, recuperato sicuramente dalla discarica, perché possa farsi un po’ di vento. Mia sorella con forza muove l’aria e il vento arriva anche sul mio volto sudato. “Ly, quando vi siete sposati?”. Quang mi guarda e con il capo fa segno di no. “Non siamo sposati! L’anno dopo del mio prezioso regalo di un pezzo di pane, il mio anello di fidanzamento, presi la decisione di presentare Ly alla mia famiglia. Tutti erano felici di lei: una ragazza bella e sinceramente innamorata di me… ma per Ly le cose erano molto diverse…”. Guardo Ly e a voce bassa la vecchia continua: “Nella mia testa la bellissima famiglia di Quang mi colpì. Guarda che bella famiglia, guarda come si vogliono bene. Provavo un sentimento sincero di apprezzamento per suo padre, sua madre e i suoi fratelli… ma più questo sentimento cresceva, quasi a trasformarsi in ammirazione per loro, dall’altra parte andava a provocare i neri fantasmi della mia famiglia. Così il sentimento di ammirazione si andava trasformando in gelosia, una gelosia pazzesca per loro e mi divideva il cervello: da una parte ammirazione forte e sincera, dall’altra parte gelosia cupa e sorda che mi devastava. Men, sono scappata!”. “Caspita! Davvero hai abbandonato l’uomo di cui eri innamorata per gelosia? La tua famiglia deve aver combinato proprio un bel disastro su di te! E come è andata a finire?”. “Quang era arruolato nell’esercito, era un vietcong. La tristezza più cupa si impadronì di lui”. Quang si siede accanto alla moglie incrociando le gambe come facciamo in Vietnam e dice con voce forte: “Questa cosa permettetemi, la devo raccontare io! Oggi in questa barca siete tre donne ed è difficile farvi stare zitte, ma penso che sarete interessate a quello che dico”. Ridiamo tutte e tre io, Mia e Ly, divertite e ancora complici della nostra chiacchierata al femminile. Ly, con un gesto semplice ma di grandissima eleganza, notando nel marito un leggero, passeggero risentimento velato dal suo sdentato sorriso si alza e da un termos gli offre una tazzina di tè. Dolcemente si avvicina, gli offre la tazza e poi, con la destra, lentamente, gli accarezza i capelli. “Hai ragione, scusami. Racconta tu, ma prima bevi un sorso…”. La gentile coccola cancella la nuvoletta di risentimento nascosta nell’animo di Quang e ritorna splendente il sole nel suo sorriso di vecchio innamorato! Le dinamiche sincere dell’amore sono fatte di piccoli gesti: un pezzo di pane, una tazzina di tè, una carezza sui capelli, un sorriso. Penso molte volte come invece io vesto l’amore di superfluo: costosi regali, una buona cena, vestiti e altro ancora. Tutto questo me lo insegnano la televisione, i social, le amiche, il contesto culturale ricco, progredito emancipato. Dovevo tornare alla discarica in cui mi aveva portato Gigi per capire l’amore sincero? Quanto mi sento diversa in questo pomeriggio, da quella notte in cui scendevo la puzzolente discarica dando la mano a Gigi per non scivolare. Ricordo i suoi scarponcini, che si vantava di aver calzato in Iraq, sulle Ande del Perù o nella desolazione delle terre tra Kenya e Somalia… Ricordo che io avevo le mie ciabattine, regalatemi dalle due suore che erano con noi. Scendendo nell’inferno di questo quartiere mi chiedevo perché stavo seguendo un pazzo venuto da lontano non per visitare i quartieri ricchi di Hanoi ma il luogo più disperato. Guardo Mia e sono felice di aver portato anche lei in questa catapecchia per imparare l’amore vero. Quang inizia a parlare: “Se perdi la testa per una donna, come era nel mio caso… se perdi quella donna vuoi suicidarti: nulla ha più senso, diventi ebete; non mangi, non ragioni, non ha più senso quello che fai. Io ero arruolato nell’esercito del Vietnam e già mal sopportavo la dura disciplina. Un giorno ho deciso di disertare per… cercare il mio amore. Sono scappato e ancora oggi sono un vecchio sdentato disertore, ma felice! Tornai ad Hanoi dal sud e, disperatamente, iniziai a cercarla lungo il Fiume Rosso, finché un pomeriggio, più o meno a quest’ora, la trovai! Era seduta al molo e guardava le barche passare lentamente. L’ho chiamata forte: ‘Ly! Ly! Ly!’. Lei si è voltata, mi ha guardato incredula, è saltata in piedi di scatto e si è messa a correre… e io correvo verso di lei. Ci siamo abbracciati… un forte, lungo e soprattutto silenzioso abbraccio. I suoi occhi erano per me un diamante. Mi scendevano le lacrime e lei rideva felice. Come due imbecilli non ci siamo detti nulla, ma era tornato il fuoco nelle mie vene. Sentivo la vampata di caldo che dal corpo saliva alla testa. Sono diventato rosso e il cervello mi esplose nel cuore per la gioia. Ancora silenzio: il grande protagonista dell’incontro!”. Noi due ragazze rimaniamo estasiate. Il suo racconto è di una potenza epica fuori di testa: il vecchietto diserta l’esercito per il suo grande amore. Che forza questa storia! Mia esplode in un lungo ‘oooh!’ quando Quang parla dell’abbraccio e la sua esclamazione va a riempiere il silenzio in cui seguivamo la storia. Mia si rivolge a me: “Men, quando torniamo a casa ti do una mano a scrivere queste pagine d’amore, sono troppo belle!”. Ly, con discrezione, mette la sua mano sul ginocchio dell’anziano compagno quasi a rafforzare, se ce ne fosse bisogno, la complicità della coppia. Guardo Quang: “Scusa, ti abbiamo interrotto sul più bello. Continua a raccontare per favore, quando vi siete sposati?”. Ly versa al compagno una nuova tazza di tè e il vecchio continua con la luce dell’amore negli occhi stanchi. “Noi non ci siamo mai sposati, semplicemente perché la mia pazzia d’amore mi aveva trasformato in disertore. Nessun pubblico ufficiale mai e poi mai avrebbe celebrato questo matrimonio, anzi sarei finito in carcere!”. “Woow! Amore vero, ma amore clandestino, proibito dalla legge. Questa cosa è formidabile: per amore sei diventato fuorilegge e vivete un amore clandestino, nascosto, ricercato, braccato… che forza!”. Quei due squinternati vecchietti mi sembrano dei giganti. Quang continua: “Eh sì… il nostro lungo abbraccio nel silenzio terminò con una semplice frase, la più bella che ho detto in tutta la mia vita: Ly mi vuoi sposare? Sapevamo che il nostro legame non sarebbe stato riconosciuto dallo Stato, ma forse anche per questa sofferenza è ancora più vero. Ly mi ha risposto subito con un forte sì… e un altro lungo forte e abbraccio ha concluso la più povera, semplice e breve cerimonia di nozze: vestiti con i nostri stracci, su un pontile e il rito durato a malapena dieci minuti! Ricordo ancora quel giorno come se fosse oggi. Dopo quel sì iniziammo la nostra vita di randagi, come i numerosi cani che si incontrano nelle nostre terre, spinti dalla fame nera, dalla miseria e per sfuggire alla polizia. Ero, infatti, un ricercato. Ci fermavamo in un posto solo per alcuni giorni e poi ci spostavamo in un altro… finché siamo giunti a Nha Trang, un’area costiera che viveva soprattutto di pesca e assomigliava molto al nostro amato Fiume Rosso che scorre qui. A Nha Tran la gente ci ha insegnato a pescare. La nostra vita negli anni a seguire è stata sempre piena di fame e di povertà, miseria e dolore… Ly vi racconta ora cosa abbiamo vissuto!”. Quang si alza e offre un bicchiere d’acqua fresca alla moglie, in modo rude e secco per non sembrare troppo sdolcinato con noi, ma il tono secco non riesce a celare l’estrema dolcezza del gesto accentuata dal fatto che i due sono anziani e che il loro amore ha trafitto la storia e gli anni… Mia continua a farsi vento con il ventaglio. Sono circa due ore che parliamo con loro nel tugurio, ma ci sembra di essere lì con loro da sempre.
QUATTRO DISPERATI FIGLI
Vivere in una palude melmosa sulle luride rive del Fiume Rosso, nei pressi di una discarica, in un quartiere malfamato violento e dove, ancora oggi, ci sono malattie endemiche come la malaria; vivere in una catapecchia, avere come suppellettili e mobili rifiuti puliti della discarica, mangiare vendendo qualche pesce e quintali di plastica sembra già assurdo. Ma poi vivere da disertori ricercati sembra pazzesco. Nello squallore di questa barca assaporo profondamente il paradosso: da una parte l’inferno, ma in questo inferno il paradiso del loro amore, un amore fedele per più di 50 anni! Sembrano tutte cose impossibili oggi, troppo spesso abituati a divorzio e a convivenze periodiche, ma mai definitive. Com’è possibile vivere l’amore forte e sincero in un contesto di miseria radicale? Che forte provocazione per noi, ragazze giovani, che stiamo cercando la strada dell’amore e fatichiamo a trovarla! Ly e Quang ci raccontano che nel loro vagare tentarono anche di imbarcarsi su una nave per l’America al termine della guerra del 1975, ma poi rinunciarono. Successivamente vissero qualche tempo a Con Dao e fecero poi ritorno ad Hanoi nel 1978. Le pagine di appunti si riempiono di particolari che si stampano nel mio cervello e fanno scaturire la mia domanda piena di curiosità: “Ly, non hai avuto figli?”. I due anziani settantenni si fanno tristi. Inavvertitamente ho toccato la parte più dolorosa della loro vita. “Men, io ho avuto da Quang ben quattro figli ma ognuno di loro è stata un grande, atroce sofferenza. Il mio primo bambino è nato nel 1978 e lo abbiamo chiamato Ngoc, poi vennero alla luce Duy nel 1980, Tuan nel 1983 e infine Anh nel 1985, tutti maschi, tutti bellissimi per una mamma orgogliosa come me. Vivevamo nella miseria, e la pesca era la principale fonte di guadagno per tutti e sei, stipati nella barchetta. In quegli anni, su queste melmose rive del fiume, vivevamo una dozzina di famiglie. Pian piano hanno lasciato il fiume per le pessime condizioni di vita”. Mia depone il ventaglio e lancia una domanda forte, forse irriverente: “Senti Ly, ma come fai a vivere qui da 50 anni senza elettricità? Senza un bagno, senza luce ma, cavolo, perché non ve ne andate?”. Ly, con voce dolce: “Piccola, tu hai solo 25 anni e pensi che questo sia il disagio più grosso, ma questo non è nulla! Tu non hai la minima idea di che cosa si scatena in questa baracca, quando il fiume è in piena, quando il temporale infuria e i lampi cadono nei campi vicini: il terrore di morire ti strozza. Se poi la pioggia torrenziale continua nella notte, ti senti completamente in balia delle onde, nere, alte e assassine…”. Mentre Ly parla, Mia appare spaventata dalle sue parole. Anch’io vado con il pensiero al ricordo di quando ero piccolina, quando i forti temporali dell’equatore si spostavano sopra la nostra casa di campagna, a Yen Bai. Correvo a mettermi sotto le lenzuola. Il mio cuore batteva forte, forte ed ero spaventata. Mi immagino cosa dovessero provare Ly, Quang e i quattro bambini. Ly, dopo aver pronunciato le ultime parole sulle onde nere, si ferma in silenzio e guarda il marito. Il loro sorriso si spegne e il volto diventa triste, carico di profonda sofferenza. “… onde nere, alte e assassine… assassine! Era una notte in cui il Fiume Rosso era in piena, tirava un forte vento, il caldo umido era pazzesco e l’acqua scendeva a secchi. La nostra povera barca, anche se saldamente ormeggiata, era piena d’acqua. Onde terribili entravano. Tutto era allagato. Ngoc e Duy avevano solo 13 e 14 anni. Cercavamo di resistere all’uragano chiudendo imposte, sistemando i pesi sull’imbarcazione, ma niente! Lui, l’uragano, era più forte e si prendeva beffe di noi; giocava con noi, ci torturava con colpi violenti, acqua, fango e tanto ma tanto buio… Mai e poi mai dimenticherò il mio incontro con l’inferno! E l’incontro con l’inferno era proprio quella notte nera. Cercavamo di resistere, ci tenevamo fortemente legati a delle funi. Era il cuore della notte e il vento fischiava forte, eravamo sporchi di fango, luridi e irriconoscibili nel tanfo putrido della discarica. Ngoc e Duy, si sporsero entrambi dalla barchetta per vedere se l’ormeggio teneva; sinistri rumori venivano infatti da fuori. Era impossibile muoversi da soli e così i miei due figli si aiutavano, si tenevano per mano, si incoraggiavano e si davano consigli. Si esposero per vedere. Ngoc mi gridò: ‘Tutto a posto mamma!’. Furono le ultime sue parole. Una micidiale onda di fango e detriti si abbatté sulla nostra catapecchia galleggiante, l’ormeggio saltò, ma l’imbarcazione si fermò contro degli alberi… Non riuscivo a vedere più nessuno. Poi, lentamente, il fango defluì ma i nostri due figli erano scomparsi, inghiottiti dall’onda di fango provocata dell’uragano”. Ly piange. Gli occhi sono pieni di lacrime e così anche quelli di Quang. Questo pianto entra nel cuore mio e di mia sorella. Anche noi ora stiamo male. Sembra davvero un romanzo, un racconto che non è reale. Una sciagura dentro l’altra. Com’è possibile? Come è possibile per questa gente identificare la vita con lo spasimo, con il dolore atroce e con le lacrime? Questa coppia dall’amore d’acciaio mi sconvolge! Mentre i due anziani innamorati ci raccontano le ferite del cuore, alzo gli occhi e vedo, attaccate sulle pareti in legno della barca, delle fotografie. Tra tutte queste fotografie mi colpisce molto quella di un bimbo dalla faccia piena e gli occhi piccoli, mi sembra tranquillo e un po’ introverso. Quang si accorge che guardo la foto e mi dice. “Questo è nostro figlio Anh. Anche questa è una triste storia. Era inverno e nevicava, faceva un gran freddo, non avevamo vestiti per ripararlo: si ammalò di tubercolosi. Non avevamo medicine per curarlo e la terribile umidità del fiume fece il resto. In pochi mesi morì”. Questa terza morte mi sconvolge ancora di più. La testa mi scoppia. Per un genitore non c’è motivo di pena e di sofferenza maggiore che veder morire il proprio figlio, anche solo vederlo ammalato. Quando ero piccola anche noi eravamo poveri e, se avevo il mal di stomaco, mia mamma Van andava al campo a raccogliere foglie di albicocca, le cucinava con le uova, me le dava come medicina, e ogni giorno mi chiedeva se stessi meglio. Che meravigliose creature sono le mamme vietnamite, piene di forza e di grande carattere! Ly mi guarda e io ammiro in questa donna la santità di una vita che non è stata per niente bella, ma che è stata tanto buona. Il segreto della felicità penso che non stia nella bella vita piena di agio e comodità, ma nella buona vita: quella che Ly e Quang hanno vissuto. Il tempo passa e noi ci stiamo innamorando di Ly e del marito Quang che sembra non godere di una forte salute. Quang dopo un colpo di tosse chiede a Mia: “Scusa, sapete dirmi che fine ha fatto quell’italiano che era con voi? Mi avete detto che è stato lui a chiedere alle suore della Caritas di venire a dormire qui. È vero? Lui, in verità era già venuto a trovarci e aveva voluto incontrare anche Chi Phuong, la moglie di Tuan. Era lo scorso anno e io ero presente con loro quando ha incontrato quella donna. Era con AIDS conclamato, piena di piaghe ed ematomi, tossiva… erano gli ultimi suoi giorni. L’italiano ci venne a trovare in maggio e lei morì il 21 giugno dello scorso anno. La cosa che più mi colpì è che Gigi – se non sbaglio porta questo ridicolo nome – la prese in braccio, la fece sedere sulle sue gambe, le baciò i lividi e le piaghe e la strinse forte forte al petto. Mai avevo visto una cosa del genere. Chi Phuong non dimenticò mai quell’abbraccio e quella tenerezza. Ma lui, quel Gigi, deve essere con le rotelle fuori posto. Che ne pensi?”. Mia guarda Quang e sorride: “Se io oggi sono qui è perché mia sorella Men sarebbe venuta da sola. Mi sono chiesta perché venire qui. Ascoltando Ly ho capito cose meravigliose sulla vita. Sì, quel prete è un po’ svitato ma non è cattivo, anzi sembra coerente e felice, anticonformista. Lui ci ha raccontato per primo la storia di Chi Phuong e Men mi ha detto che la notte in cui li avete accolti in barca avete a lungo parlato di lei e di Tuan, suo sposo…”. Ly mi guarda: “Tuan è oggi sieropositivo, come sapete, e alla morte di Chi Phuong è scomparso e non lo abbiamo visto più”. Ly ha gli occhi pieni di lacrime e guarda in basso verso il fiume che scorre. Lontano domina il ponte di Long Bien. Questo strano fiume è un po’ il paradigma della vita di miseria di Ly e di Quang. In questo fiume Ly ha vissuto momenti di intensa felicità ma di altrettanta disperazione come la morte dei due figli Ngoc e Duy nell’uragano, la malattia, la morte di un terzo figlio Anh e la tragedia di Chi Phuong e la fuga di Tuan. La guardo: “È incredibile come nella vita tua e di tuo marito si siano concentrati tanti dolori, ma anche gioie pure e inossidabili, come l’amore forte e indissolubile per Quang che trafigge gli anni e il gesto meraviglioso di salvare la vita di Chi Phuong! Queste due meravigliose realtà: il vostro amore indissolubile negli anni e il gesto eroico di salvare la vita a quella disgraziata ti rendono per noi un Volto di Speranza. È per questo che sono tornata qui, per conoscerti meglio e per scrivere di te in un libretto che avrà proprio il tuo nome, ‘Ly’. Gigi e io ne saremo gli autori”. La donna sorride incredula; Mia la chiama per scattare un po’ di fotografie per la copertina e, mentre loro scattano le foto, voglio congedarmi da voi cari lettori comunicandovi la speranza che queste pagine abbiano ben descritto l’amore profondo tra Ly e Quang. Come Gigi mi ha chiesto, lascio ora il posto alle sue pagine, nelle quali potrete conoscere Ly per il gesto eroico di aver salvato la vita a Chi Phuong. Gigi ha conosciuto Chi Phuong e Ly ha raccontato come l’ha salvata dal fiume. Sono, dunque, felice di lasciare a voi la lettura delle sue pagine. Nella certezza di aver descritto insieme, io e lui, un nuovo Volto di Speranza per tutti voi cari amici che seguite i viaggi di solidarietà di Fondazione Santina. Da parte mia l’augurio più cordiale di una serena e proficua lettura del nostro libro.



