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baab. Molti credono che proprio a Dadaab sia
               stato organizzato il tragico gesto da parte degli
               islamisti folli e solo arrivando al campo mi rendo
               conto del perché. La pista è bruttissima, peggio
               di quella da noi percorsa il giorno prima. Polvere
               bianca, gialla, cammelli, capre, cespugli bruciati
               dal sole, serpenti e iene: questo è il paesaggio
               che attraversiamo. Finalmente, dopo il percorso
               duro, ecco spuntare l’enorme campo che si sud-
               divide in cinque differenti zone chiamate IFO e
               al cui centro c’è il quartier generale delle Nazioni
               Unite. Proprio lì siamo diretti. La messa verrà
               celebrata per ragioni di sicurezza in quel campus
               dell’ONU. Agli ingressi controllano i documenti
               che avevamo dato in precedenza e ci rilasciano
               un pass. Molti rifugiati sono venuti dai diversi
               campi e così possiamo avere un’idea della vita
               in questi enormi quartieri. La presenza del vesco-
               vo è una grande festa e ci sono undici bambini
               dell’età da zero a tre anni che riceveranno il
               battesimo. La lingua usata non è più il kiswahili
               ma l’inglese perché i rifugiati parlano differenti
               lingue. Mi chiedono di ascoltare le confessioni e
               nasce così nel mio cuore una esperienza felice
               che mi fa sentire prete e che mi dona una pro-
               fonda pace e una grande gioia.

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