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do somalo e dalle forze speciali dell’Oltregiuba
nel sud-ovest della Somalia insieme ad altri tre
alti comandanti Al Shabaab.
Forse sono impreparato a trovarmi davanti
a loro. Li raccolgono tutti insieme in un patio.
Il vescovo parla e io mi siedo in mezzo a loro.
Ho una camicia di colore arancione. La scelta è
stata casuale ma l’arancione brilla forte in mezzo
alle casacche a strisce dei detenuti. Le guardie ci
fanno sedere e io mi siedo con loro. Mi guarda-
no con meraviglia, mi hanno sconsigliato per ra-
gioni di sicurezza di sedermi con loro, sono una
sessantina di carcerati. Vinco le mie perplessità
e mi metto in mezzo a loro. Una guardia incu-
riosita dal gioco di colori scatta una fotografia.
Provo forte emozione: ho su di me i loro sguardi
e non sono molto confortanti! Il loro sguardo è
di sorpresa, alcuni di accoglienza, ma la mag-
gioranza ha su di me uno sguardo severo. Sono
un bianco, non sono musulmano e la stragrande
maggioranza di loro sono somali. Quanto avevo
provato sul pullman lo riprovo lì, accentuato!
Nelle carceri è sempre pericoloso mischiarsi ai
prigionieri, possono con rapido gesto prenderti
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