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che iniziano a cantare. Gli occhi si inumidiscono
               e li guardo con dolcezza. Padre Alessandro mi
               consegna il secchiello dell’acqua santa e inizio
               così a benedire l’aula facendo il giro del perime-
               tro. La piccolina mi accompagna. Ora noto il suo
               piedino che mi spunta da dietro il busto, mi giro
               e la guardo... I suoi due occhioni mi mandano
               in paradiso. È una girandola di forti emozioni:
               la bimba alle mie spalle, i bambini che cantano,
               i colori dei palloncini e i petali di fiori... Ma
               chi avrebbe pensato che la sofferenza di San-
               tina sopravvivesse alla sua morte per seminare
               speranza e gioia nel mondo, per asciugare le
               lacrime di chi piange? Usciamo dall’aula. Il logo
               di Fondazione Santina campeggia sulla parete
               esterna. Scattiamo le foto con i padri, le suore,
               i maestri... E mentre scattano le foto, guardo la
               grande firma di Santina. Quella firma di mia ma-
               dre, non era la firma di mia mamma efficiente
               e sana, ma era la firma di mia madre disabile
               al cento per cento, malata e sofferente: proprio
               quella terrificante firma di dolore, che in quegli
               anni non sembrava avere alcun valore e signifi-
               cato, sarebbe divenuta con il passare degli an-
               ni la firma che contraddistingue e certifica ogni


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