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emotiva. Sono i gesti e le espressioni del volto
         di Van Hien a parlare prima delle parole. Anche
         il padre ci aggiunge il suo coinvolgimento e le
         paroline in italiano finiscono sul mio foglio di
         carta. Vedere scene di guerra da una comoda
         poltrona di un cinema significa esattamente il
         contrario della guerra. Alla guerra non puoi assi-
         stere come a un film, nella guerra ci sei dentro e
         basta, come mi era capitato a Mosul o a Gaza o
         nelle terre martoriate dagli Al Shabaab a Garissa.
         Parlando con lui vivevo quella sporca e schifosa
         guerra di molti anni fa! Che idiozia la guerra.
            “Padre, nessuno di quegli uomini si salvò...
         Dopo alcune ore giunsero i miei compagni e mi
         portarono via in barella in un ospedale di merda
         in Cambogia. Mi curarono le ferite per sei mesi
         e poi mi rimandarono in patria”.
            Mentre parla si volta e, nell’oscurità, mi mo-
         stra un vecchio quadro. È il ritratto di Hồ Chí
         Minh, che significa Portatore di luce, pseudoni-
         mo di Nguyễn Sinh Cung morto ad Hanoi il 2
         settembre 1969 e presidente carismatico dal 1945
         al 1969. Il vietcong guarda con fierezza quel qua-
         dro... ma anche con una sorta di rammarico.

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