LA BUONA POLITICA È AL SERVIZIO DELLA PACE
Atterro nella notte di sabato a Tel Aviv e mi dirigo a casa a Gerusalemme dove arrivo alle 5,30 del mattino. Mi sveglio alle 11 dopo una dormita molto profonda… E da Gaza mi giunge la notizia che all’ alba, mentre in Sharut mi recavo sulle colline della Giudea l‘esercito israeliano lanciava un attacco aereo contro una postazione della resistenza palestinese a est di Deir al-Balah, nel centro della Striscia di Gaza. Mi dicono che non ci sono stati feriti.
L’esercito israeliano ha affermato di aver bombardato la postazione palestinese dopo che un razzo sparato da Gaza era atterrato in una zona aperta a sud del territorio israeliano, venerdì notte. Nella giornata di venerdì, i soldati israeliani hanno ucciso un giovane palestinese e ne hanno feriti altri sei in attacchi contro le proteste della Grande Marcia del Ritorno, nelle aree di confine di Gaza.

Le brigate della resistenza palestinese hanno avvertito l’esercito israeliano di rappresaglie per gli attacchi contro i manifestanti di Gaza. Questo è il clima in cui preparo il mio ingresso a Gaza nel giorno del compleanno di Santina. Tutto è pronto il mio permesso è il numero identificativo FN-1509963 lunedì 31 dicembre 2018 partenza dal patriarcato alle ore 6. ….ma manca ancora il permesso di Hamas. Per entrare nella striscia occorre permesso israeliano, permesso autorità palestinese e permesso di hamas. Da Gaza padre Joseph mi chiede foto del passaporto e una foto tessera. Oggi si recherà dalle autorità di Hamas per avere quel permesso. Per avere quello israeliano ho impiegato ben 2 mesi. Per rimanere a Gaza una manciata di ore dalle 8 il 31 dicembre alle 12 del 1 gennaio 2019. Ho scelto questa data perché è la giornata della pace. Scrivo comodo da casa al caldo a gerusalemme. Vado in una zona di profondi odi, sofferenza e violenza a celebrare la pace con la frase di Papa Francesco: la buona politica è al,servizio della pace. B Chiudo IPad mons. Girelli sta arrivando per la messa delle 18 alla tomba di Santina.

UN OMICIDIO QUINDICI GIORNI FA
Il problema è che scrivo da casa. La mia casa vera. L’ unica casa che ho costruito con mie mani qui a gerusalemme. Ultimo piano esarcato armeno cattolico. Sotto le coperte dopo una doccia calda. No proprio bollente. Attorno ancora il vapore acqueo che stempera nel freddo invernale. …dicevo, questo è il punto piú sfigato di gerusalemme vecchia. Dove si ammazzano più persone. Nella piazzetta sotto casa è avvenuto ancora 15 giorni fa. La gente, i buoni pellegrini sfilano ogni giorno sotto casa percorrendo la via dolorosa e pensando al dolore di Gesù. Questa buona povera gente non sa minimamente che questa via dolorosa oggi è una via di sangue. Non vedono i fori dei proiettili nelle mura o nei portoni di ferro dei negozi. Li vediamo noi che abitiamo. Mi piacerebbe guidare una via Crucis diversa, fermandomi ai buchi nelle porte, alle pietre scalfite dai proiettili di oggi. Volete un esempi0? Ve lo racconto subito!
Oggi siamo al 29 dicembre e mi sto preparando a entrare a Gaza. Torno da cena con un amico e i vicini mi fermano. Mi inviano un video e raccontano. Il fatto è di 14 giorni fa: dunque il 15 dicembre, data in cui ero in Kenya. Alle quattro del mattina un palestinese di Ramalla con un coltello da cucina lungo venti centimetri aggredisce con violenza i soldati sotto casa. Succede il casino. Iniziano a sparare e gli israeliani quando sparano non hanno mezze misure. È una pioggia di proiettili, reazioni fuori testa. Tutto salta i pneumatici delle macchine posteggiate. Le auto ridotte a colabrodo le porte traforate e le povere antiche pietre della via dolorosa scalfite. Un casino immane di rabbia, di imbecillità e di sangue. La piazza sotto casa, da quando abito qui dal 2007 si è lavata di sangue molte e molte volte. Perché ? Per imbecillità cieca. Se un pazzo scalmanato con un coltello ti assale tu per ammazzarlo spari 200 colpi? Chi è più stupido il palestinese con il suo coltello o gli israeliani con i loro 200 proiettili? Stupidità cruda, assoluta, senza cervello. È la risposta insensata , 200 colpi di arma da fuoco contro tre coltellate. Questo è lo schifo delle guerra. Puoi uccidere uno con un colpo, ma tu devi mostrare la furia del devastazione. Tu nelle prime ore del giorno con un coltello da cucina vai in giro ad ammazzare la gente con ira e furore! La guerra ha una componente chiara ed è la follia. E questa follia la capisci non facendo la via Crucis sotto casa ma fermandoti a vedere, a fotografare i fori dei proiettili, a pensare a guardare in silenzio… Gli amici sono pieni di tristezza, avevano appena finito di aggiustare la porta bucata dai proiettili che avevano colpito Fahmi, il ragazzino palestinese al quale abbiamo dedicato un libretto. Ma nella piazzetta di casa alcune ore fa suor Cecilia la suora tanto buona e cara dedita alla preghiera mi racconta un altro fatto, di alcuni giorni fa. Si svegliano presto per andare a messa al santo sepolcro. Sono circa le 5 del mattino. Si recano al patriarcato, sono in 4, con una suora ospite venuta da Roma. Un palestinese davanti al patriarcato aggredisce i soldati e si scatena nuovamente L’ inferno! Le suore sono proprio in mezzo alla sparatoria: “padre, i soldati sparano, sparano e i proiettili rimbalzano da tute le parti, il palestinese si rifugia dietro la macchina… Suor Regina cerca di correre con le altre sorelle, cade per terra e si spaventa! Si rialza i soldati dietro la macchina crivellano il corpo del palestinese. Questa è la città santa di Gerusalemme, bagnata di sangue, respira preghiera e lacrime. La via dolorosa è oggi piena di sofferenza, non solo ai tempi di Gesù. Questo è L’ ambiente in cui oggi prego e mi preparo cercando di conoscere cosa mi aspetta a Gaza. Mons. Girelli, il Nunzio Apostolico di Bergamo, un caro amico, mi parla di Gaza. Lui vi è stato. Ha dormito una volta quattro notti e un’ altra volta tre notti. Un uomo meraviglioso e molto diverso dai diplomatici suoi predecessori. “Don gigi da quando il Qatar ha investito nella Striscia hanno restaurato il sistema elettrico.
Oggi i generatore viene usato solo quattro ore, ma la povertà è forte! Mentre mi parla mi ricordo che devo cambiare i dollari in shekel per i poveri di Gaza. alcune buone persone mi hanno dato denaro per i bambini poveri e malati di Gaza. Ed intanto ci prepariamo alla giornata della pace. Quale grande attualità in questa terra la frase scelta dal nostro amato Papa Francesco: La buona politica è al,servizio della Pace. Probabilmente a Gaza non esiste politica nella rivalità tra Hamas e Al fatah nell’ islamismo folle. I cento cristiani cattolici che vivono in una popolazione di più di due milioni e mezzo di persone come vivono? Li conosco bene, come conosco molto bene la famiglia di buoni musulmani come quella di Amal dove trascorrerò la notte dal 31 all’ 1 gennaio 2019. Iniziare nuovo anno con i musulmani? A Gaza? Si è una sfida di pace, una sfida di fraternità e di condivisione. Come vorrei che ciascuno di voi domani potesse attraversare con me il confine! Domani 31 dicembre partenza alle ore 6 da gerusalemme, alle ore 8 il valico di erez, il mostruoso muro di cemento armato dopo lunghi e sofisticati controlli come le scorse volte si aprirà e poi circa un chilometro a piedi per il controllo della Autorità palestinese, dopo il controllo palestinese, l’ ultimo controllo di Hamas il partito integralista islamico che ancora mi deve concedere il permesso. E poi ? Un programma forsennato: visita ai religiosi presenti nella striscia, visita alla parrocchia, poi una speciale cura per i bambini disabili delle suore di Madre Teresa. Poi Messa, preghiera, incontri con musulmani, infine preghiera, poi la notte da Amal, la messa solenne del primo giorno dell’ anno e infine a mezzogiorno l’uscita da Gaza. Sono contento ed emozionato di condividere con loro L’ ultimo giorno dell’ anno e il primo del 2019.
Qualcuno vuole venire, tristemente posso dire che fuochi di artificio un po speciale potrebbero avvenire… Infatti proprio ancora venerdì scorso alcuni palloncini colorati che trasportavano ordigni esplosivi sono stati lanciati da Gaza e sono caduti in un villaggio israeliano del Neghev, nei pressi di un asilo nido. Lo ha riferito la radio statale secondo cui un artificiere della polizia ha provveduto a neutralizzare la minaccia. Non si segnalano vittime. Questo episodio è avvenuto Solo a poche ore dalla ripresa di manifestazioni di massa organizzate da Hamas al confine fra Gaza ed Israele nel contesto della cosiddetta Marcia del Ritorno. La tensione sta salendo anche perche’ la settimana scorsa, nel corso di analoghe dimostrazioni, quattro palestinesi sono stati colpiti a morte dal fuoco di militari israeliani. Purtroppo oggi Gaza non fa più notizia davanti al marasma della Siria! La Siria e le sue atrocità inghiotte tutte le altre minori brutte notizie, ma forse per capire meglio la Siria e quanto sta avvenendo si dovrebbe meglio capire Israele, la Striscia di Gaza, il Libano, la Giordania, l’Iraq, il Qatar e mettendo in causa anche Arabia Saudita. Quello che dobbiamo tutti capire è che la buona ed autentica politica deve essere tutta ala servizio della Pace, come Papa Francesco non si stanca di ripetere.
GAZA
La popolazione della Striscia di Gaza si compone oggi di circa 1.800.000 abitanti tutti musulmani; esiste infatti solo una esigua minoranza di cristiani. Questi musulmani sono in lotta tra loro ed il partito di Hamas, che è di fatto al potere a Gaza, lotta strenuamente contro il partito di Al Fatha. Non è una lotta politica, ma un vero e proprio scontro tra due clan che sono irriducibili tra di loro. Dall’anno 2007 nella Striscia di Gaza la lotta armata tra Hamas e Al Fatah produce molti morti ed il recente conflitto israeliano dell’anno 2014 è stata l’occasione per regolare segretamente i conti tra queste bande rivali. Hamas e Al Fatah si uccidevano tra loro e poi gettavano i cadaveri nei luoghi bombardati dagli israeliani.
A seguito della Battaglia di Gaza (2007) Hamas prese il controllo completo dell’omonima Striscia; nel quadro di tali eventi e tra accuse di illegalità a loro volta i funzionari eletti di Hamas furono eliminati fisicamente o allontanati dalle loro posizioni dall’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania e i loro incarichi furono assunti da esponenti di Fatha e da membri indipendenti. Il 18 giugno 2007, il Presidente palestinese Mahmud Abbas (Fath) ha emesso un decreto che mette fuorilegge le milizie di Hamas. Hamas è elencata tra le organizzazioni terroristiche dal Canada, dall’Unione europea, da Israele, dal Giappone, e dagli Stati Uniti, ed è bandita dalla Giordania. Australia e Regno Unito elencano solo l’ala militare di Hamas, le Brigate Izz ad-Din al-Qassam, come organizzazione terroristica. Gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno adottato misure contro Hamas a livello internazionale. Secondo il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti il gruppo ottiene finanziamenti da Arabia Saudita, Iran, espatriati palestinesi e finanziatori privati.
Entrarci richiede anche un’ora. Uscirci molto di più. Ci vuole pazienza; occorre sottoporsi alle meticolose perquisizioni dei soldati israeliani, ai raggi X, ai body scanner. A volte anche spogliarsi, come proprio a me è successo, ed attendere senza indumenti in una stanza fredda. Il valico di Erez, il punto pedonale di accesso da Israele per la Striscia di Gaza, è il paradigma di come questo martoriato fazzoletto di terra, lungo 40 km e largo 10, sia divenuto da 12 anni una prigione a cielo aperto.La situazione di Gaza ha radici antiche, ma che ancora oggi spiegano molto bene la situazione.
Negli anni passati i palestinesi, frustrati per l’onnipresente corruzione dei dirigenti di Fatah, non potevano più tollerare di vedere i convogli delle loro grandi fuoristrada nere sfrecciare per infilarsi nelle ville costruite con marmo di Carrara, a poche centinaia di metri dai campi profughi. Queste bellissime case ci sono ancora, proprio oggi, solo che i loro padroni sono oggi gli alti esponenti di Hamas: dunque ancora una volta la Signora di questa guerra di clan è la Corruzione. Uno schifo incredibile, che vedi e palpi nelle strade. Penso che nella Striscia di Gaza la corruzione sia presente in un modo così forte da essere forse tra i primi luoghi del mondo corrotti. E la Signora Corruzione non ha religione e non ha partiti: sono corrotti musulmani ma anche cristiani, è corrotto il Partito di Hamas, ma lo era come abbiamo visto anche quello di Fahta. Interpretare la Striscia di Gaza solo con il contesto religioso è compiere un grave errore: non si deve dimenticare la Signora assoluta della Striscia, la Regina della Striscia che si chiama Corruzione, ammazza i poveri facendoli crepare miseramente, e premia i ladri, che vivono a Gaza in un lusso sfrenato: musulmani e cristiani: la Corruzione si veste di opportunità e convenienze. E così miliardi di euro di aiuti umanitari non cambiano la situazione e non cambiarono proprio negli anni passati: la situazione era sempre la stessa. Tragicamente la stessa. Proprio in questa situazione allora vinse il Partito che per la prima volta si era presentato come un partito: Hamas. Perché era il più onesto.
Perché la sua leadership viveva nei campi profughi accanto agli elettori. La forza di Hamas non è stata prima di tutto politica, ma sociale: Hamas per anni aveva fatto quello che l’Autorità nazionale palestinese da anni faceva male, o non faceva quasi del tutto. Provvedere ai bisogni ed ai servizi basilari della popolazione tessendo un’organizzata rete di assistenza socio-religiosa. Quello portato avanti da Hamas era un welfare sociale parallelo. Visite mediche gratis, istruzione, materiale didattico, alimenti, favori a chi non riusciva a tirare avanti. In cambio si richiedeva “soltanto” riconoscenza al movimento islamico, a volte anche una frequentazione più assidua delle moschee. L’attività di Hamas fu insomma prima sociale che politica. Da anni il movimento islamicoera però inserito, come abbiamo detto, nella lista delle organizzazioni terroristiche di Israele e degli Stati Uniti. I suoi kamikaze avevano seminato la morte ed il terrore nelle città israeliane durante la seconda Intifada (2000- 2005), ma Hamas aveva scelto il terrorismo già nel 1994 con i suoi primi attentati. Gli elettori palestinesi non se ne curarono, anzi ripagarono con il loro voto chi pensavano fosse meno corrotto degli altri, e più vicino a loro. Nemmeno Hamas si attendeva una vittoria di quella portata. Disorientato propose a Fatah di partecipare ad un Governo di coalizione in cui gli uomini del movimento islamico detenevano le poltrone più importanti. Fatah si rifiutò. Israele chiuse i confini. Stati Uniti ed Europa interruppero in parte l’invio dei loro aiuti. Fatah e Hamas erano sempre più ai ferri corti. In quei tempi Gaza era un territorio dove spadroneggiavano gang armate e fazioni dei rispettivi gruppi che si dedicavano non di rado anche a estorsioni, furti e atti criminali, ma questi fatti in modo molto nascosto permangono anche oggi, anzi oggi sono molto più forti. Le estorsioni sono normali, come in Messico, ed è molto pericoloso muoversi per Gaza da soli. Nel frattempo in quegli anni Le carceri si erano riempite di “onorevoli” del Parlamento apparteneni ad Al Fatha, le loro case annerite, molti dei palazzi crivellati di colpi.
Ma come ogni regime, in poco tempo Hamas mostrò il suo vero volto. Quello di chi ha paura, di chi diventa intollerante verso il dissenso, di chi fonda le proprie politiche solo sulla minaccia di un nemico esterno. Via via che le operazioni militari israeliane acquisivano forza, Hamas si piegava su sé stessa. Diffidente verso tutto e tutti. Anche verso i giornalisti, che in principio godevano di una grande libertà di movimento nella Striscia. Uomini di Hamas sempre alle spalle, permessi particolari, zone off limits. Fino al check point quando si entrava nella Striscia. Dove venivano aperte e controllate persino le bottigliette di acqua per capire se contenevano wodka od altre bevande alcooliche. I numerosi Internet caffè, simbolo di una supposto deriva occidentale, venivano presi d’assalto, mentre le donne coperte dal niqab, la veste islamica nera che nasconde il viso lasciando solo una feritoia per gli occhi, erano ormai la maggior parte.
Per arrivare a oggi un recente rapporto della Banca mondiale tratteggia la drammatica situazione nella Striscia di Gaza: il tasso di disoccupazione è il più alto del mondo, oltre il 43% dei residenti, ma tra i giovani il 60% non ha un lavoro. Il Pil pro capite è calato di oltre un terzo negli ultimi 20 anni. Ma anche il Pil non è un indice reale, perché rappresentato in gran parte dagli aiuti internazionali (peraltro in calo). Negli ultimi due anni l’economia si è così ridotta di almeno mezzo miliardo di dollari, mentre il tasso di povertà ha raggiunto il 42%, nonostante l’80% della popolazione riceva aiuti umanitari. Con la conseguenza che oggi la maggior parte dei quasi due milioni di palestinesi di Gaza non ha quasi nessun accesso a servizi essenziali, come acqua corrente e servizi igienici. L’elettricità è ormai un problema strutturale; molte persone devono convivere con 2-4 ore di luce elettrica al giorno. Questi i danni all’economia. Ma vi sono anche quelli, meno evidenti e eppur drammatici, sulla salute psichica dei minori. Secondo diverse agenzie umanitarie internazionali sarebbero 350mila i bambini traumatizzati dalla sola guerra del 2014. La maggior parte dei 950mila bambini di Gaza soffre di sintomi psicologici e comportamentali propri del disturbo da stress post-traumatico (Ptsd). In un rapporto delle Nazioni Unite del 2015 si affermava che se la situazione economica non cambierà entro il 2020, il territorio di Gaza diventerà invivibile. Certo in questa tragedia anche Hamas ha le sue grandi responsabilità . Il futuro dei ragazzi è circondato da muri e reticolati. A Gaza si nasce, e a Gaza, quasi sempre, si muore. Tra una guerra e l’altra. Quando si parla di Gaza bisogna parlare anche della loro rabbia. Una rabbia ormai antica. Anche nei più giovani.

IBRAHIM
Dalla casa di Amina Kasim mi conduce per strade sterrate, ricoperte solo a pezzi da consunto asfalto, in un’altra casa quella della figlia Sadra e del genero Ibrahim. Sadra è sorellastra di Amal, avuta dal padre da un’altra moglie. Parcheggiamo ai margini di un marciapiede lordo, pochi passi ed entriamo da una porta di colore verde in una palazzina che non è stata ultimata. Praticamente esiste solo la struttura in cemento armato, ma non vi è nulla: non vi è attacco idrico, non vi è luce, non vi sono porte, ma solo grossi teloni di panno lurido che permettono di entrare in quelli che dovrebbero essere stati appartamenti. Due rampe di scale e ci troviamo su di un terrazzino. Ibrahim è seduto su di un divano a ridosso della parete. Sta sorseggiando del tè con gli amici. Davanti a lui nello spazio di alcuni metri una tettoia dove alla rinfusa ed accatastato si trova di tutto e verso l’esterno del palazzo vi è un pollaio in cui si trovano tre magre galline.
“Salam Alhekum” Così Kasim saluta le persone, prosegue poi in arabo parlando di me e del mio modo non conformista di visitare Gaza, senza le macchine e la scorta dei cristiani, ma con un musulmano e la figlia. I tre amici di Ibrahim sorridono compiaciuti e mi fanno posto per sedere. Chi più mi impressiona è Ibrahim con la sua folta barba che immediatamente richiama al mio cuore gli esponenti di Hamas. Kasim, forse se ne accorge e mi dici in inglese: “Padre non guardare alla barba, non è membro di Hamas ed è malato alla schiena: non può lavorare e mia figlia Sadra lavora saltuariamente per servizi umili, ma il grande guaio è che a Gaza non vi è lavoro, come tu ben sai. Mentre Kasim parla, Sadra la figlia scostando un’altra grossa tenda di color marrone entra nel terrazzo, i piccolini salterellano attorno a loro e io me li abbraccio tutti uno per uno, sono i sei figli. Come Amina, e forse più di Amina, Sadra è una osservante ed è tutta velata, anche le mani sono molto coperte da maniche volutamente più lunghe di quelle europee. Tutti a piedi nudi e siamo al 31 dicembre: il freddo è intenso nel litorale di Gaza, che non è riscaldato perché manca tutto. Iniziamo a parlare. Mi portano un tè bollente alla menta. Sadra e Amal ci lasciano, come è usanza wahabita ed entrano nelle misere stanze interne. Ibrahim sembra molto desideroso di raccontare. Chiedo così a lui di raccontarmi la vita delle miseria di Gaza; chiedo a lui di raccontarmi esempi concreti sui quali riflettere. “Abuna, grazie per essere qui con noi, lasciando le comodità dei cristiani e venendo nella miseria dei musulmani! Questa cosa è strana, è la prima volta che vedo un prete cattolico girare da solo con due musulmani: devi avere un gran coraggio e devi avere anche molta fiducia in Kasim. Ma attento però la polizia segreta di Hamas – dopo le tragiche vicende del mese di novembre quando un’operazione di infiltrati del Mossah uccise un loro capo e distrusse i tunnel con l’Egitto – sono molto sospettosi sono severi e anche spietati. Potrebbero fermarti: questo è il prezzo della tua decisione di essere così a Gaza. Sei disposto ad accettare questo rischio? Guardo questo uomo negli occhi e dico a lui: “Ibrahim, grazie per questa tua informazione, l’unica mia paura non è per me che domani me ne vado, ma per Kasim e Amal! Non faranno niente a loro?” Kasim, forte della sua età interviene bruscamente, prima in arabo e poi in inglese: “Gigi, questo è un problema nostro! Mio e di mia figlia: e ti diciamo che noi siamo fieri ed orgogliosi di essere vicini a te in questa visita. Se ci fermassero? Non ti preoccupare sapremo ben difenderci!” Questo fatto mi rassicura molto.
Sorseggio volentieri il bollente tè alla menta che contrasta con il freddo del giorno di San Silvestro. I tre uomini mi guardano. Ibrahim inizia a parlare:“Volevi degli esempi concreti della nostra disperazione? Te ne possiamo raccontare mille. Ne scelgo solo uno che riguarda un adolescente ucciso lo scorso 21 maggio. Dicendo così Ibrahim si alza, si porta al davanzale e mi fa segno di seguirlo, mi trovo tra lui e il pollaio. Con la mano mi mostra una casa bassa davanti a noi. La famiglia di cui ti voglio parlare abitava qui fino allo scorso novembre, poi non potendo più pagare l’affitto di quel misero appartamento hanno dovuto lasciare. Non so dove ora abitino a Gaza, ma di sicuro non hanno lasciato la Striscia. Il ragazzo aveva solo 14 anni e si chiamava Arif. Il padre Jamal era un carrettiere e con il suo asino ogni mattina si rendeva disponibile a trasportare di tutto: verdura, frutta, sacchi di farina e persone. Su e giù per i 36 chilometri della Striscia per un salario magrissimo. Alla sera ci incontravamo spesso a chiacchierare qui su questo mio terrazzo, come ci vedi oggi riuniti”. Il bravo Kasim è svelto a tradurre e il nostro dialogo al balcone si svolge in modo armonico Ibrahim parla in arabo, Kasim traduce in inglese… io scrivo in italiano su lerci fogli di carta che arrivano sempre in Italia in uno stato pietoso. Ibrahim si fa pensieroso e lentamente continua: “ Vedi Gigi Arif era un’adolescente normale che si confrontava con una situazione politica terribile e quando nello scorso maggio la situazione di Gaza precipitò pericolosamente, in poche settimane l’adolescente ha subito una trasformazione completa, da ragazzo sorridente ad adolescente infuriato per l’ingiustizia a Gaza. Questi stati di umore negli adolescenti mi ricordano il mio incontro con Nasren, la dodicenne yazida, affetta da sindrome post traumatica da stress nei pressi di Mosul in Iraq. Anche a Gaza il disagio psichico dei ragazzi è molto presente e non esistono farmaci nell’enclave per curare questa grave patologia. “Arif iniziò così a unirsi alle proteste violente alla barriera con Israele dove le forze dell’esercito israeliano dalla fine di marzo hanno ucciso più di 110 persone, sparando su una folla di migliaia di disperati. La famiglia di Arif, don Gigi, impoverita anche dalle restrizioni spaventose calate sulla zona costiera, non era tuttavia interessata alla politica. Arif e suo fratello undicenne erano gli unici a fare il giro settimanale lungo il perimetro con Israele, tra la folla dei manifestanti e il fumo nero delle gomme in fiamme. Gli altri loro fratelli avevano cercato di fermarli, ma di nascosto i due ragazzetti incazzati continuavano a recarsi al pericoloso confine. Avevano qualcosa di esaltato, in particolare Arif alcune volte, padre, mi sembrava in preda a delirio: “Gridava agli zii e ai cugini che erano dei vigliacchi e che dovevano seguirlo nella protesta”.
Ibrahim torna a sedersi ed io avidamente continuo a scrivere la sua toccante testimonianza. “Vedi Gigi molte volte la guerra ed il suo sopruso viene vista come una cosa da grandi e da adulti. Una vicenda che riguarda solo gli uomini. Non è così le prime vittime della guerra sono i bambini, sono i piccoli! Loro sono educati dal rumore delle armi, dalle urla di protesta e il loro cervello così cresce male, si deforma e… impazzisce. Solo che ancora una volta la pazzia la classifichiamo sempre e solo come patologia di un adulto. Non è così e soprattutto non è così qui a Gaza in questo inferno. In questo delirio Arif a soli 14 anni è stato colpito a morte in un maledetto lunedì di maggio insieme ad altre sessanta persone, quando i cecchini israeliani dall’altra parte del filo spinato hanno iniziato a sparare sui manifestanti. Quella triste sera della morte, il fratello di Arif mi ha raccontato Gigi che il ragazzo aveva portato delle tronchesi per tagliare la recinzione, e altri dicono che aveva trasportato anche delle bottiglie d’acqua e pietre per le persone che stavano davanti, a pochi metri dai cecchini israeliani. Il padre Jamal sosteneva che a differenza di Arif, la maggior parte di quelli uccisi erano uomini e Hamas dice che cinquanta dei morti di quel triste lunedì erano suoi membri”. Rimango sbigottito, entrare a Gaza e raccogliere di prima mano queste storie di ordinaria follia e di enorme dolore mi lacera dentro, mi mette angoscia. Mi ero preparato al fatto di poter incontrare molti ragazzi con problemi psichiatrici a Gaza, forte dell’esperienza in Iraq, ma anche il fatto che i bambini a Gaza siano colpiti da proiettili non è un fatto inusuale. Il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, Unicef, afferma che più di 1.000 persone sono rimaste ferite da quando sono iniziate le proteste, alcune delle quali hanno subito amputazioni. Save the Children sostiene che 250 bambini di questi sono stati colpiti direttamente con lo scopo di uccidere”. Il sole ci sta riscaldando e i bambini giocano con le galline, hanno aperto la gabbia e si divertono a inseguirle… i disgraziati polli non sanno più dove nascondersi. I ragazzetti giocano felici mentre noi parliamo e io rimango stupito da come in un luogo di sofferenza come quello i bambini sappiano colorare la vita con i loro sorrisi per un semplice gioco all’acchiappa gallina!
Ibrahim, dopo aver richiamato i figli a non gridare per lasciarci parlare chiude le tre galline nel pollaio, rendendole felici e torna a parlare: “Durante la vita di Arif nella casa qui davanti a noi la sua famiglia ha passato il tempo concentrata sull’ordinaria lotta per tirare avanti. Sua madre, suo padre Jamal e i sei fratelli vivevano insieme in un’unica stanza, traslocando ogni pochi mesi quando venivano sfrattati per pagamenti degli affitti scaduti. Jamal alla morte di Arif ha perso la testa ed ha iniziato a far uso di droga unendola a farmaci dal potere oppiaceo; si è separato dalla moglie Reem che lavora facendo pulizie domestiche e guadagnando 60 shekel al giorno, che sono circa 12 euro e vivono dunque nella miseria… forse potresti aiutare loro? Mi potrei informare dove sono finiti… Vedi Abuna, Arif era un adolescente pieno di vita concentrato sulle sue passioni, non piaceva molto a lui leggere, ma amava l’educazione tecnica e, incoraggiato dal suo insegnante preferito, voleva diventare professore di matematica. Il disegno era un altro hobby, e sua madre conserva ancora tanti bellissimi suoi lavori. Era un ragazzo che viveva intensamente… e poi improvvisamente con il crescere della violenza nel conflitto tra israeliani e palestinesi, qualcosa è cambiato in lui: Arif lo incontravo per strada e non mi salutava, passava dalla gioia alla rabbia e al fatalismo… iniziò a parlare di morte e diceva alla madre che se fosse morto ci sarebbe stato più spazio per i fratelli nella piccola abitazione. In famiglia e nel quartiere non facevamo molto caso a queste sue parole, prendendole come stupidaggini di un ragazzino”. Il racconto di Ibrahim mi coinvolge profondamente perché è il viaggio nelle devastazione del cervello di un ragazzo inerme. Se non senti queste parole a Gaza, da un testimone di prima mano non riesci a crederci! Mentre Ibrahim parla mi viene alla mente un rapporto dell’Unicef letto prima di partire per Gaza che dice che un bambino su quattro nella Striscia ha bisogno di assistenza psicosociale. Si è fatto tardi, ho raccolto queste note con avidità; Amal ci dice che un’altra famiglia povera ci attende e prima di sera dobbiamo visitare altre quattro famiglie. Ci alziamo e salutiamo con molto affetto la famiglia di Ibrahim. L’uomo dalla folta barba mi dice: “Abuna, tu devi essere fuori di testa a viaggiare in questo modo. Nessuno ti riconosce come prete, sei di carnagione occidentale: desti sospetti solo nel vederti! Ma intuisco che questo modo di visitare famiglie, come fanno le suore di Madre Teresa di Calcutta è molto nobile e di grande valore per tutti noi… e poi è davvero l’unico modo per incontrare i più poveri dei poveri a Gaza. Stai attento alla polizia segreta di Hamas!” L’uomo mi abbraccia forte, senza essere minimamente consapevole della profezia appena pronunciata, perché dopo un paio di ore mi trovavo in una centrale della polizia segreta di Hamas per approfonditi controlli, come potrete leggere nel paragrafo seguente!” Scendiamo lentamente le scale umide, da qualche parte dal tetto gocciola acqua e le gocce si sentono distintamente nel sottoscala.
GAZA UN GROSSO PROBLEMA CON HAMAS
Scrivo nella mia cella monastica essenziale e sobria nella quale sono ospite, dalla finestra posso vedere le tombe del piccolo cimitero cattolico della parrocchia di Gaza. Un viaggio complesso e complicato dai risvolti inquietanti. Alla fine del mese di novembre qui a Gaza ha avuto luogo una sensazionale operazione del Mossad che si è conclusa con l’uccisione di un capo di Hamas e di altre cinque persone. Gli agenti dei servizi speciali israeliani si erano infiltrati per più di un mese sotto mentite spoglie di agenti umanitari in nome di qualche ONLUS. Per un mese. Due donne e quattro uomini hanno vissuto sotto copertura a Gaza facendo beneficenza ed alloggiando in un hotel della città. Poi la spettacolare azione di forza con la quale hanno ammazzato un capo di Hamas, ma hanno scatenato una reazione tanto forte quanto imprevista nella quale per essere salvati hanno dovuto far intervenire elicotteri Apache israeliani. Questa premessa non mi era molto chiara fino ad alcune ore fa! Scrivo o non scrivo? È L’ ultimo dell’ anno e la giornata è stata pesante ed anche problematica in senso critico… Io scrivo in questo ultimo dell’ anno da matti vissuto qui. Ero venuto con intenzione di dormire in casa di Amal la ragazza musulmana che aiuta le suore di Madre Teresa a curare i bambini handicappati. Il viceparroco mi dice che devo dormire in canonica e io dico che invece dormirò da amici o dalle suore di Madre Teresa. Saluto le suore, salto in macchina con Kasim il papà di Amal e con Amal. La macchina è super scassata ma dobbiamo visitare cinque famiglie tra le più povere. Sono felice di condividere questa giornata con questo amico e la figlia. Dunque questa famiglia di Amal ha una situazione un po’ incasinata. Lui, Kasim, ha 55 anni, due anni meno di me ed ha avuto quattro mogli. Da una donna ha avuto Amal e la sorella che vive in casa con loro, da una seconda moglie un’ altra figlia ed infine da una terza moglie un figlio. Situazioni di parentela un po complesse… Ho lasciato lo zainetto con tutto la mia poca roba per la notte nella casa di Amal, una povera casa su alcuni piani. Mi hanno indicato il letto ed io felice manifesto a loro tre la gioia di vivere con loro una giornata. Dimentico il passaporto e questo gesto smemorato è l’inizio dei casini. Inizia la visita di famiglie veramente povere, dove la povertá ancora una volta si mischia con la sporcizia. Sento un po di stanchezza ma queste situazioni drammatiche mi danno vita nel pensare alle mie meschine comodità. Amal tiene in mano il telefonino e scatta fotografie, anche il mio telefonino sarà un secondo motivo di casini. Lasciamo ad ogni famiglia qualche piccolo aiuto economico. Poi la tappa importante della giornata all’ospedale dove ci chiedono di dare una mano a ricostruire una parte molto compromessa. Un breve spuntino in parrocchia e di nuovo in macchina altre famiglie. Mi sento molto stanco ma con adrenalina a 2000 per le situazioni di grave povertà e la gioia nel cuore di dormire dal caro amico musulmano imbevuto di povertà, come in Messico, come in Brasile, come in Iraq, Africa o …Gaza. Usciamo da una famiglia povera sono le 4.10 e dobbiamo visitare altre due famiglie prima della messa alle ore 18 in parrocchia. Siamo all’ultimo dell’ anno. Amal mi da il cellulare devo controllare una foto, mi giro e chiedo loro se posso fare foto, qualcosa di innato mi dice che forse non ė bene. Scatto una foto della strada e…sbianco. I soldati di Hamas lungo la strada vedono il mio scatto e bloccano la macchina! Un agente immediatamente che chiedere arabo il telefono. Faccio vedere la foto, il telefonino passa in mano a due, tre cinque persone. Parlano concitati in arabo. Non capisco un tubo! Iniziano le telefonate ad altri poliziotti. Arriva una jeep della polizia di Hamas. Rimango seduto calmo in auto, Amal e il padre cercano di spiegare. Chiedono il mio documento… Niente! Ho lasciato a casa di Amal. Padre imad invia foto del passaporto e del mio permesso di soggiorno esatto da Hamas. Non è sufficiente. Le cose si complicano terribilmente e ci portano ad una posto di polizia. Non sono tanto preoccupato per me, ma per Amal e il suo papà. Non vorrei che ci fossero ripercussioni. Parlo con Amal la trovo abbastanza tranquilla. Nuovo giro del telefonino tra le mani dei poliziotti. Decido di cancellare la foto, nessun risultato. Ci portano in un ufficio. Un responsabile di Hamas redige un verbale chiedendo a tutti noi il nome e poi fa una fotografia e lo invia al comando… Passano quindici minuti e finalmente la situazione si smuove. È l’ultimo dell’ anno. Ci fanno uscire dal posto di polizia e il padre di Amal Kasim commenta: mai stato in un posto di polizia in vita mia! Mi hanno spiegato che da quando gli agenti del Mossad hanno compiuto quella operazione militare sotto copertura con molta difficoltà Hamas accetta permessi di ingresso, infatti il mio lo hanno fatto solo ieri. Guardo gli amici e dico a loro che per me è stato un grande momento questa condivisione, sono commosso per aver condiviso con loro la paura e aver provato qui a Gaza un bel po’ di strizza. Questo fattaccio mi pone triste perché padre Imad mi dice al telefono che in tale situazione non posso dormire in una casa di musulmani mettendo a rischio la loro incolumità. Con grande tristezza nel cuore opto per le care suore di Madre Teresa che prontamente mi offrono una camera spartana ma sicura e pulita, un autentico fiore dopo la vista delle povere case nella giornata. Incrocio Amal che sta lavorando esprimo il mio dispiacere, i suoi begli occhi sono pieni di lacrime ed è dispiaciuta più di me. Peccato gigi, sarà per le prossima volta. Dopo la messa di ringraziamento a chiusura dell’ anno mi ritiro nella camera, mi offrono una cena semplice ma buona: una minestra un po di frutta e acqua. Senza elettricità, ma al sicuro, nel completo silenzio quasi surreale, con la mia finestra sul cimitero. Mi raccolgo in preghiera e mi commuovo a pensare come questa gente soffra a motivo di stupida guerra e come una ragazza semplice e buona pur musulmana sia al servizio di questi poveri. Proprio a lei,se dovessi scrivere dedicherei il nuovo libretto dal titolo Amal. Sono sfinito, meglio che mi addormenti domani è una giornata intensa e di grandi sforzi, meglio rinfrescare le energie con una sonno in un luogo sobrio ma sicuro, in completa solitudine in un luogo di disperazione, ma dove può emergere un nuovo volto di speranza.

EREZ: IL MURO DEL TERRORE E IL MIO INCONTRO CON LA PAURA
Erez, lo vedi da lontano da parte israeliana o dalla Striscia di Gaza e l’impressione è la stessa: un peso forte, soffocante sullo stomaco. Prova a mettere entrambe le mani sullo stomaco e a spingere forte, fino quasi a perdere i sensi: questa è l’esatta percezione del peso di quel muro che ti entra nel cuore attraverso il suo grigiore cupo, freddo e minaccioso.
La prima reazione, che subito nascondi a te stesso con un profondo respiro, è quella della paura. Il muro ti fa paura, ma non è la paura del muro messicano, o di quello che divide Betlemme da Gerusalemme, no il muro di Erez è molto diverso perché in quel valico chiamato Terminal per Gaza si concentra tutto: un confine, uffici di burocrazia, luoghi di perquisizione, celle di interrogatorio. Circondato da fili spinati, da telecamere, da palloni aerostatici per sorvegliare il territorio vicino, quando lo attraversi per entrare ti fa venir in mente la frase dantesca posta alla porta dell’Inferno: lasciate ogni speranza voi che entrate! Forte dei miei ricordi mnemonici di liceo, perché ai miei tempi ancora si studiava a memoria qualche cosa, ecco la frase che ripetevo attraversavo quel muro maledetto: “Per me si va ne la città dolente, / per me si va ne l’etterno dolore, / per me si va tra la perduta gente. / Giustizia mosse il mio alto fattore: / fecemi la divina podestate, / la somma sapienza e ’l primo amore. / Dinanzi a me non fuor cose create / se non etterne, e io etterno duro. / Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”. L’ingresso nell’Inferno, questo è il sentimento. Mentre invece l’uscita da Gaza, perché di questa voglio parlare, il muro è visto come ultimo ostacolo da superare per la libertà dalla enorme prigione di due milioni e mezzo di persone che li vivono: la prigione più grande del mondo, carcere a cielo aperto, che tenta di scimmiottare uno stato palestinese…
Dopo la dure esperienza dell’incontro con la polizia segreta di Hamas, pensavo di aver esaurito le esperienze forti e nuove della mia visita a Gaza, ma mancava la classica ciciliegina sulla torta, o meglio il pezzo forte! E’ da poco passato mezzogiorno, abbiamo passato il check point di Hamas, dove i capi si scusano con me per avermi trattenuto in una centrale dei servizi segreti per due ore, in un pomeriggio da incubo descritto nel paragrafo precedente, arriva il momento del check point dell’Autorità Palestinese, strette di mano e poi gli abbracci a padre Imad e ad Edward, con la promessa di ritornare presto a Gaza.
Mi offrono il servizio del pulmino per il chilometro e mezzo che mi separa dal muro prima descritto costruito dagli israeliani. Lo rifiuto e cammino con lo zainetto in spalla, recito il rosario e lentamente il mastodontico, brutto muro si avvicina e il senso di oppressione cresce. Non vi è nessuno. Mi domando: ora quanto tempo mi faranno perdere? Prima che aprono, per i controlli? Andrà tutto bene? Arrivo vicino, la prima porta di cemento armato spessa mezzo metro è aperta. Entro, due metri dopo il cancelletto rotante è fermo e vi è il segnale rosso, alcuni minuti. Silenzio.
Le telecamere mi guardano. Scatta il verde con una specie di breve sirena; giro il cancelletto e sono dentro; salgo una salita di circa 80 metri. La porta della seconda barriera è aperta, entro e un uomo con una casacca rossa mi invita a compilare un formulario: quanti cellulari hai? Quanti tablet? Carica batterie? Computer? Asciugacapelli? Una infinità di domande sceme, rese ancora più sceme dal nuovo passaggio. Tre uomini con casacca rossa, addetti alle valigie mi fanno aprire lo zaino ed estraggono tutto, ma proprio tutto… fogli, bibbia, penne, mutande, camicie, penna usb, ecc… poca roba in verità, sembrano un po delusi dalle poche cose che devono togliere e sembrano addestrati ad essere rudi, io direi ad essere stronzi. Tono arrogante, secco, da imperatori. In Israele anche un facchino messo in un luogo strategico si sente Presidente di Israele e il suo potere sembra immenso. Sembra un teatro fatto per intimidire, studiato nei minimi dettagli di escalation. Le comparse? Hanno tutte un ruolo e capisci il dramma solo alla fine! Da quel momento mi trovo senza nulla, nulla in tasca, senza documenti: scarpe, pantaloni, mutande, maglietta bianca e camicia grigia di fondazione santina. Nulla di più. Mi dicono di continuare. Il mio zainetto e tutta la roba scompare nella macchina a raggi X, altro squillo di sirena si apre porta a vetri. Altro facchino con casacca rossa, altra comparsa.
Ti fa mettere davanti ad una macchina scanner sofisticatissima chiamata Total Body. Mi fa salire sulla piattaforma, mi fa allargare braccia e gambe, tolte le scarpe. Scendo. Il facchino dalla casacca rossa guarda in alto: lontano da alcuni vetri una ragazza asciutta dai capelli lunghi guarda un monitor. Chiama al citofono: devo rifare lo scanner, scendo. La ragazza chiama al citofono: devo rifare lo scanner alzando camicia e maglietta, scendo. La ragazza chiama nuovamente al citofono: devo rifare lo scanner, salgo… e scendo. Il facchino scompare e il silenzio piomba in quella specie di labirinto di corridoi del Terminal per Gaza, di quell’infame complesso costruito attorno al muro.
Bene il tempo che passa è di circa 5 minuti, ma il tempo nella sceneggiatura del dramma israeliano non è un accessorio, ma un elemento che unito al silenzio crea disagio, infonde subdolamente paura. Inghiotto e mi chiedo: qualche cosa non va? Ma che cosa? …e la domanda ti martella il cervello te lo riduce in poltiglia. Suona la sirena, si apre alla mia sinistra una porta di cristallo, dall’alto la ragazza mi dice di entrare. Si chiude la porta dietro di me e davanti ho un muro di cemento armato che incute soggezione: sta per andare in scena la parte centrale del mio passaggio della frontiera. Gli attori sono cambiati e li riconosci essere agenti della sicurezza, dal vestito scuro e dalle armi che portano. Mi dicono di entrare. Apro la pesante porta di cemento armato, faccio fatica è proprio pesante… entro. La porta si richiude alle mie spalle e mi ritrovo in un bunker di pochi metri quadrati progettato per contenere eventuali esplosioni, ma l’effetto che fa è quello di entrare in una tomba che si è chiusa, in una cella, meglio dire, dalla quale non puoi scappare. Provo brividi, ma che cosa succede? Mai vissuta una cosa così!
Il silenzio pesante di gela: riesamino il mio soggiorno, prima di entrare a Gaza: tutto apposto; la mia permanenza a Gaza: le ore nella centrale di Hamas, ma qui non dovrebbero esser un problema. Ma per che cazzo sono in questo casino? Silenzio. Da una finestrella alta 30 centimetri e larga un metro si presenta un agente. Mi guarda, ora mi sembra di esser una cavia, fanno entrare del gas e ciao, ciao: tutti i timori più incredibili concorrono a destabilizzarti. Devo stare calmo, non ho fatto nulla, più sono calmo e più le cose sono semplici. Il ragazzo lentamente mi dice di spogliarmi e di mettere tutto in una vaschetta: scarpe calze pantaloni, maglietta, mutante. Nudo, poi dopo venti secondi mi fa tenere le mutande. Metto tutto nella vaschetta che passa sotto un metaldetector attivato da fuori la cella. Mi fa sedere su una sedia di plastica grigia. Le mani sopra le ginocchia.
E’ freddo. Ma soprattutto ti senti nudo: ti senti umiliato, ti spengono dentro. Passano i minuti. Per non pensare inizio a recitare il rosario: conto le Ave Maria chiudendo a pugno un dito per volta, scelgo i misteri dolorosi: lentamente si forma il pugno della mano destra e poi il pugno della mano sinistra. I miei misteri del rosario in una cella fredda scorrono così lenti. Sono confuso, cosa mi succederà. Ho paura a muovermi. Meglio stare fermi le telecamere osservano, e il tempo mi mangia dentro: mescolo Ave Maria a paure, illazioni, supposizioni, forti incazzature, ho paura a sbuffare, ho paura a parlare. Inghiotto amaro, cerco di calmarmi: non ho fatto niente. Ma la paura ha il sopravvento, sbaglio a contare, sbaglio a pregare: dico l’Ave Maria in italiano, poi passo all’inglese, poi allo spagnolo, a francese… un misto di lingue che mi ubbriaca. Poi mi viene in mente Hamas. Almeno la vi era Kasim e Amal: mal comune mezzo gaudio, ma qui: nessuno, sono solo. Quarto mistero doloroso: “Gesù porta la croce al Calvario” La mano destra chiude pollice, indice e medio: tre Ave Maria. Al dilà del vetro spesso 5 centimetri nel cemento armato riappare l’agente del Mossad. Mi dice: “ Ora si alzi lentamente e si sposti dalla sedia due passi. Sono un’ automa mi alzo e faccio a piedi nudi due passi. Sento il freddo intenso del primo di gennaio, del cemento armato e della paura salire dalla pianta dei piedi. Suona una sirena tre volte Bip, bip bip. Nel copione la sirena è fortissima soprattutto dopo un quarto d’ora in silenzio assoluto, il cuore batte forte. Entra un israeliano armato fino ai denti, deve essere uno dei capi e mi punta un fucile a ripetizione al petto e mi dice: “Stai fermo e non ti muovere per nessun motivo”. Per la prima volta nella mia vita sento un’arma da fuoco puntata contro di me alla distanza di soli 30 centimetri, ed anche questo ti spaventa! Entra il ragazzino vestito di blu, con la radio trasmittente e un metaldetector in mano.
Viene avanti a me, mi ordina di allargare le gambe. Sento il metaldetector sul testicolo destro, poi passa lentamente sul sinistro, poi sotto al sedere, poi le gambe, le braccia, la pancia, il petto… l’operazione dura forse un paio di minuti, ma mi sento di un male incredibile: un vortice nero di non senso, di inquietudine e di paura: la sceneggiata del terrore e dello spaventare sta per finire. Il ragazzo dice ok, nessun pericolo. L’agente armato di carnagione scura mette la sicura ed abbassa il fucile a ripetizione. Riprendo a respirare. Mi dicono: non si muova, le diciamo noi cosa deve fare. Escono la porta di cemento armato si richiude e il ragazzo mi dice esattamente gli indumenti da rimettermi: maglietta, camicia, pantaloni, calze e scarpe. Faccio quanto mi chiede estremamente lento e accondiscendente. Mi guarda, il portone di cemento armato si riapre, percorro il labirinto e in fondo al labirinto trovo in un cassone bianco lo zaino con tutto in disordine, la mia bibbia aperta con fuori tutte le immagini, il progetto di aiuto all’ospedale con tutti i fogli sparsi, i 30 dollari che ho in tasca sparpagliati sul fondo, orologio, catenina, Ipad, telefonino, cavetti e batterie tutti setacciati, sparsi e disordinati, raccolgo tutto: trovo anche il passaporto. Respiro profondamente mi dirigo al banco dei passaporti, altri 10 minuti di attesa e sono fuori, sono libero!
Salgo in macchina, Pierbattista mi ha mandato un’autista a prendermi, mi sento bene: gusto la libertà, ma nel cuore questa profonda e lunga umiliazione mi ha fatto bene, mi ha fatto sentire piccolo, un pirla, mi ha schiacciato, mi ha annientato per brevi minuti. Brevi minuti, ma sicuramente per me i più lunghi di tutta la mia vita. Essere in una centrale di Hamas il giorno prima e rischiare una colonoscopia israeliana il giorno dopo ha del sensazionale. Una esperienza forte, di paura, di meschinità, di non senso nella giornata della Pace! Ringrazio Dio per averla potuta vivere e per poterla ora avere rimeditata e pensata.
Se arrivate a queste righe non pensate più a me, ma pensate a Gaza, pensate alla gente che nel mondo soffre ingiustamente, pensate a quanto non abbia senso la guerra e la violenza. Questa mia piccola e cretina esperienza vi farà bene se la utilizzerete come un modellino per leggere l’assurdità della guerra e di questi metodi che annientano le persone. Io ne sono uscito sconvolto e la notte dormendo sul pavimento dell’aeroporto di Tel Aviv in attesa di volare in Italia, due volte mi sono svegliato gridando. Ho bevuto un bicchiere di acqua e mi sono riaddormentato. Pensate quanto sono stupido mi sono spaventato per così poco, e allora gli altri che sono veramente umiliati dalla guerra e dalla violenza? Quanti urli faranno e quanti bicchieri di acqua dovranno bere nelle loro lunga notte di disperazione?

AMINA
“In questa circostanza della celebrazione solenne in India, voglio ricordare con gioia e ammirazione la figura di Santa Madre Teresa di Calcutta, un modello di carità che ha reso visibile l’amore di Dio per i poveri e i malati. Come affermavo in occasione della sua canonizzazione, «Madre Teresa, in tutta la sua esistenza, è stata generosa dispensatrice della misericordia divina, rendendosi a tutti disponibile attraverso l’accoglienza e la difesa della vita umana, quella non nata e quella abbandonata e scartata. […] Si è chinata sulle persone sfinite, lasciate morire ai margini delle strade, riconoscendo la dignità che Dio aveva loro dato; ha fatto sentire la sua voce ai potenti della terra, perché riconoscessero le loro colpe dinanzi ai crimini […] della povertà creata da loro stessi. La misericordia è stata per lei il “sale” che dava sapore a ogni sua opera, e la “luce” che rischiarava le tenebre di quanti non avevano più neppure lacrime per piangere la loro povertà e sofferenza. La sua missione nelle periferie delle città e nelle periferie esistenziali permane ai nostri giorni come testimonianza eloquente della vicinanza di Dio ai più poveri tra i poveri» (Omelia, 4 settembre 2016). Santa Madre Teresa ci aiuta a capire che l’unico criterio di azione dev’essere l’amore gratuito verso tutti senza distinzione di lingua, cultura, etnia o religione. Il suo esempio continua a guidarci nell’aprire orizzonti di gioia e di speranza per l’umanità bisognosa di comprensione e di tenerezza, soprattutto per quanti soffrono.” (Messaggio del Santo Padre in occasione della XXVII Giornata Mondiale del Malato, Calcutta, in India, l’11 febbraio 2019)
I giorni trascorsi a Gaza, sono stati vissuti seguendo le indicazioni della Comunità delle Suore di Madre Teresa di Calcutta che hanno due bellissime realtà di aiuto ai più poveri dei poveri: un centro per bambini disabili e una casa per anziani abbandonati. Quasi tutti i loro ospiti sono musulmani perché la Carità non ha religioni; come abbiamo detto prima della Signora Corruzione che regna sovrana a Gaza indipendente da ogni religione, la Carità non è una Signora, ma una Serva a Gaza e serve in modo trasversale tutte le religioni e confessioni cristiane. Sembra che Gaza sia un palcoscenico dove si rappresenta il dramma di una ciclopica lotta tra la Signora Corruzione e la Serva Carità. Tutte e due sono intelligenti e tutte due lavorano in modo nascosto: ma sono agli antipodi. La Corruzione tenta di travestirsi da Carità, appare servizievole. Si presta a favori, ma si fa pagare! Se dovessi dare un nome maschile alla Corruzione darei il nome di demonio e alla Carità il nome di Dio. Questa lotta tra Corruzione e Carità è alla radice di ogni guerra. Detto questo la fotografia della reale povertà della Striscia è quella del mondo musulmano. La minoranza cristiana non vive nella fascia di miseria: proprio questa fascia di miseria era la meta del mio doloroso pellegrinaggio a Gaza e per farlo, seguendo le indicazioni di Suor Delfina, dovevo incontrare la miseria dei quartieri musulmani. Non dunque un autista cristiano con grande macchina, non stuolo di cristiani al seguito: ma una semplice e scassata auto di Kasime di sua figlia Amal, due musulmani dai quali ho preso ospitalità. Questo modo di muoversi forse espone in modo diverso: senza segni religiosi, ma con il segno della Carità che contraddistingue il cristiano.
Salgo in macchina, Kasim compra una sigaretta da un venditore lungo la strada. A Gaza non si comprano pacchetti di sigarette, costano troppo e così per le strade vendono sigarette sfuse. Amal è seduta dietro. Sono felice di essere con loro, loro parlano perfettamente inglese e saranno i miei traduttori. La famiglia di Amina vive fuori la città di Gaza, è un freddo pomeriggio di dicembre, la vecchia auto percorre le strade piene di buche ed entro così in un integralismo islamico molto forte. Per alcuni aspetti mi sembra più forte dell’integralismo musulmano di Garissa. …e sono da solo: un occidentale solo, che ha per guida due musulmani! Dopo circa una mezzora la macchina si ferma. Parcheggiamo in uno spiazzo di erba incolta e pietre, tre passi a piedi e ci troviamo davanti ad una porta in ferro arrugginito. Da sotto la porta il fango molle lascia intravvedere rivoli di acqua che scorrono vero la strada, penso che probabilmente non vi sia scarico di acqua. Kasimbussa con forza alla porta, Amal mi guarda accennando un sorriso. Lentamente la porta dall’interno si apre e appare una giovane donna di 27 anni il suo nome Amina, in ricordo di Amina Bind Wahab, madre di Maometto. Lo wahabismo a Gaza, cioè una parte del fondamentalismo religioso, è molto forte e questa donna appartiene a questa corrente wahbita integralista, ma purtroppo anche non colta. La donna infatti non sa ne leggere ne scrivere. Entriamo dentro ed è uno sconquasso di povertà. Sembra di entrare in un deposito di nettezza urbana: ciarpame accatastato dove si trovano vestiti, piatti, bicchieri, taniche di acqua, fili elettrici. La donna gentilmente mi sorride e si inchina. Salam Alehum: così la saluto portando la mano destra al cuore. E’ proprio vero qui immediatamente respiri povertà. Ci sediamo per terra su di un materassino di gomma piuma consunta coperto da una tela a scacchi di colore marrone. Il materassino è così lordo che sedendomi, con la pressione del corpo la puzza trasuda e le macchie di unto sembrano vaporizzare in un tanfo micidiale. E’ inverno, ma è pieno di mosche. Amnia, ha uno sguardo molto bello ma venato di tristezza a tratti assente. Mentre mi siedo ecco apparire due bambini, sono i suoi figli. Uno deve quattro anni e l’altro due anni. Non è semplice rapportarsi in un contesto musulmano radicale. Il bambino più grande si chiama Ibrahim e il piccolino Mohammed, si siedono vicino a me. Lei rimane invece in piedi. Faccio una mossa falsa, la invito a sedersi vicino a me. Vedo che acconsente, ma in modo un po’ forzato. Mi rendo conto dopo che la legge coranica impedisce all’uomo e alla donna di toccarsi. “La giovane donna inizia a parlare lentamente e Kasim mi traduce: “Padre, qui a Gaza per noi poveri la situazione è di grande miseria: non vi è lavoro! Mio marito ora non è qui perché esce presto la mattina e va in cerca di lavori saltuari: scarica casse di verdura e frutta un giorno, l’altro giorno spinge carriole di sabbia per costruire un muro, un altro giorno ancora spazza per terra un grande cortile. Ed anche io faccio la stessa cosa: vado in cerca di lavoro ed in più devo accudire i due bimbi Ibrahim e Mohammed. Nel cuore ho un grande dolore, alcuni mesi fa la mia bambina di appena un anno è morta! I grandi occhi neri si riempiono di lacrime. “Una sera gigi la piccola Iman ha iniziato ad avere una forte febbre, tremava tutta. Non sapevo cosa potesse essere ed ho un po’ sottovalutato la sua infermità. Iman passò la notte scottando. La stringevo al petto, non sapevo cosa fare, pensavo passasse. Il giorno dopo è morta! La donna scoppia a piangere, vorrei abbracciarla e lo sto per fare. Mi ferma la mano decisa e forte di Kasim con una semplice frase: “Padre no! E’ vietato: è una donna”. Sento forte tutto il peso di quel divieto cieco e categorico che crea distanze stupide e di una enorme formalità. Lei si rannicchia in un angolo della stanza. Il suo lungo velo copre a lei tutto, piange e singhiozza in un angolo e noi distanti e immobili. Prendo in braccio Ibrahim che ha quattro anni. Un amore di bambino, lo accarezzo: Amina sembra gradire tanto quella attenzione per il figlio, quasi come sentendolo su di lei quel gesto di affetto, quella carezza: singolare capacità delle mamme, quella di gioire e piangere all’unisono con il proprio figlio! Amal invece dà la mano al piccolino Mohammed. La catapecchia versa veramente nella grave miseria, oltre ad esservi povertà ancora una volta trovo anche a Gaza la sporcizia. In verità non è una stanza, ma una specie di portico e una delle pareti è costituita da un pesante telo bianco dato dalle Nazioni Unite per riparare gli ambienti scoperti come questi dalle intemperie. Il piccolo che ho in braccio è un amore, mi guarda con i suoi occhioni, ma… puzza! E’ scalzo e siamo a gennaio. Il maglioncino rosso scuro è lercio, le manine sono sporche e i pantaloni pesanti sono bagnati di pipi. Il piccolo dovrebbe essere urgentemente cambiato. Provo a dirlo a Kalil, ma la sua risposta è fredda: “non tocca a noi farlo, e non lo possiamo fare!” Probabilmente è vero, ma mi chiedo come sia possibile lasciar vivere un piccolo di tre anni e mezzo in questo stato lercio! La donna si alza il suo viso è dolce: mi interroga. “Perché Abuna sei venuto in questo inferno? Nessuno vuole venire a Gaza, tutti vogliono lasciare la Striscia”. Amina, il nostro nuovo volto di speranza nella disperazione, assume un tono forte i suoi occhi neri mi guardano intensamente. “Gigi, grazie semplicemente per essere qui, per ascoltarmi, per guardarmi, al dilà dei complicati codici della mia religione; proprio per questo ti ammiro”. Amal traduce, mi sembra che Amina sia sincera. La guardo con grande affetto, è una donna forte che i duri codici religiosi non hanno piegato. E’ fiera di essere donna ed è fiera di essere madre: vive la propria giornata come una sfida e affronta la vita con forte energia. Le dico grazie per avermi ospitato in casa: è per me il primo incontro prolungato con una donna wahabita a Gaza. Amina chiede l’ora ad Amal: la ragazza dice che sono le 3 del pomeriggio. Amina si alza e qui succede una cosa che mi provoca così profondamente da togliermi il respiro. Amina dice: E’ l’ora dell’iniezione a Ibrahim che tieni in braccio è malato e ogni giorno deve fare una iniezione. Dicendo così la donna apre una fiala di un prodotto che non so neppure cosa sia perché le scritte sono in arabo e poi cerca per terra, tra il ciarpame, trova un sacchetto di plastica trasparente. Ci sono alcune siringhe di plastica usate e degli aghi, ne sceglie una la sciacqua con acqua piovana tolta da un bidone giallo infila l’ago e poi aspira il medicinale. Io guardo agghiacciato la scena. Mi prende il piccolo dalle braccia che comincia a urlare e poi non curante delle sue lacrime fa l’iniezione sul suo sederino, senza disinfettante, senza nulla. La puntura dura dieci secondi, ma io impiego diversi minuti a riprendermi: ma come cazzo si fa a usare una siringa di plastica già usata più volte per un’iniezione? Su un piccolo bimbo e senza disinfettante? Ma in Italia neppure il peggior tossico si comporta così. La donna abbandona la siringa usata da un lato sul lurido materassino marrone. Colgo l’occasione per prenderla. La prendo in mano stacco l’ago e lo butto lontano, con la siringa in mano e con voce forte e secca dico: “Amina, da quante volte usi questa siringa di plastica?” Il mio tono è duro ed incazzato, Kasim capisce che ora non può fare il musulmano integralista con me! Il mio tono è perentorio. Non dice nulla semplicemente mi guarda con lo sguardo assente, tutto catturato dalle regole religiose. Amal invece si è spaventata dal tono della mia voce e si affretta a tradurre. Amina con lo sguardo triste verso terra risponde: “Sono dieci, forse quindici volte che uso quella siringa, non vedi come le tacche che misurano il farmaco sono consumate?” Apro il pugno è vero! Sulla plastica trasparente si vede bene solo il 2 poi il 4 e niente più il colore nero della numerazione della quantità di farmaco si è sbiadito completamente. “Ma questo è contro ogni norma igienica! Continuo incazzato, facendo così rischi di far male a tuo figlio con una grave infezione”. Mi mordo la lingua, mi fa male, sanguina. Ho appena detto una terribile cazzata. Facile per me con dollari in tasca arrabbiarmi! Facile per me da cretino europeo rimproverare. Più difficile è stare zitto e comprendere. Cala il silenzio nella stanzaccia. Ritorna il prepotente desiderio di abbracciare Amina, prontamente sedato. Un po’ di sangue mi esce dalle labbra. “Padre… sanguini” dice Amal. Si mi sono morsicato la lingua e voglio chiedere scusa. Scusa per il rimprovero: scusa per il giudizio. Certo che Amina avrebbe usato 10 siringhe nuove, se avesse avuto i soldi e se a Gaza ci fossero tali siringhe. Lentamente dico:“Quanto sono stupido Amina, ti prego di perdonarmi. La donna mi guarda in modo sorpreso: “Gigi, è la prima volta che un uomo mi chiede scusa, mai avvenuto. E’ la prima volta che un uomo si morsica la lingua per rimproverarsi il tono duro con una donna. Grazie Padre! Tu non sai quanta, ma quanta forza mi ha dato questo incontro con te”. Stringo forte la siringa nella mano sinistra, con la destra tolgo 20 dollari dalle tasche e li consegno ad Amina. “Amina, questi soldi sono per le siringhe nuove: ogni iniezione una nuova siringa di plastica, va bene? La donna per la prima volta sorride felice: “Davvero gigi? Davvero mi lasci tutti quei soldi. Si, è poca roba ma sono tutti per i tuoi bambini… e oltre che alle siringhe, vediamo di comperare anche dei pannoloni”. Lascerò ad Amal dei soldi per questo va bene?” Sorride felice Amina. Mi rendo conto che è una goccia in un oceano quanto posso dare, ma una goccia che ha il potere di accendere il sorriso nel volto di Amina. Condividere la vita questo è importante. Mi rivolgo ad Amina e le dico: “Vorrei un regalo da te!” “Dimmi Padre” Apro la mano sinistra e dico: Ti prego di regalami questa siringa perché la possa portare con me in Italia, raccontare questa storia a tutti, scrivere di questa siringa. Amina scoppia a ridere: “Certo padre è tua! Ora abbiamo siringhe nuove e pulite”. Ma ho un’altra richiesta, vorrei una foto con te e con i tuoi figli. Me la concedi? Certo padre che te la concedo, ma mi devo velare. Non posso fare una foto con te uomo a volto scoperto. Amina entra in casa ed esce con il niqab in mano. Esso si compone di due parti, divise fra loro: la prima è formata da un fazzoletto di stoffa leggero e traspirante, Amina se lo colloca lentamente e con meticolosa precisione al di sotto degli occhi a coprire naso e bocca, poi se lo lega al di sopra delle orecchie, mentre la seconda parte che è formata da un pezzo di stoffa molto più ampio del primo, lo lega dietro la nuca, e poi lascia cadere morbido lungo le orecchie. Terminata questa laboriosa operazione ci mettiamo seduti sul lercio materassino marrone: i due bambini in centro io alla loro sinistra e Amina alla loro destra in modo che noi due rimaniamo ben distanti. Scattiamo alcune foto. Sono un po’ imbarazzato, mai scattato foto con una donna velata! A questo punto Amina capisce la mia situazione di imbarazzo e fa un gesto bellissimo quando coraggioso. Mi guarda, tutta velata, e lentamente alza la mano e me la porge. Stringo la sua mano. Kasim mostra un volto arrabbiato. La donna non se ne cura e con un tono di voce secco e che non ammette risposta dice: “Scatta la foto: mano nella mano!” Abuna, ti lascio questo ricordo, per dirti quanto ti apprezzo e per dirti che oggi hai fatto una grande cosa per me. Che Allah ti benedica!” Stacca la mano. Si toglie il niqab e ci accompagna alla porta. Nella mano sinistra stringo forte una siringa di platica consunta, reliquia di una sofferenza che non avrei mai immaginato. Saliamo in macchina Kasim è in silenzio.
PREGARE NELLA MISERIA
Il soggiorno a Gaza si rivela più complicato e complesso del previsto, anche a seguito della mia ostinata scelta di viaggiare fuori dal mondo cristiano per incontrare le fasce più profonde di miseria. Forse le precedenti pagine hanno scatenato sensi di angoscia per la situazione di Amina e dei figli, oppure per la tragica morte di un ragazzo di 14 anni di nome di nome Arif. Eppure proprio in questa situazione di profonda disperazione ho vissuto il mio primo giorno del nuovo anno in un contesto di profonda fede. L’incontro infatti più forte e più provocante è stato con loro: con le Missionarie della Carità, con le suore più conosciute con il nome di suore di Madre Teresa di Calcutta. In questo viaggio per non farmi condizionare non ho voluto incontrare neppure un piccolo bambino del loro orfanatrofio, come del resto non ho incontrato neppure uno degli anziani del loro ricovero. Eppure, proprio questa volta l’incontro con loro è stato di una potenza incredibile, quella forza capace di ridestare in me le ragioni più profonde del credere e il loro insegnamento si chiama Testimonianza: donne del genere hanno nel loro cuore la potenza di una bomba atomica, e loro sono state capaci di farla esplodere nel mio cuore. La scelta di queste semplici e povere donne è quella di uscire dal “cerchio magico” dei cristiani di Gaza, di uscire dal piccolo gruppo di persone che vivono sostanzialmente bene. Tali cristiani sono professionisti con buoni stipendi: insegnano, sono medici e la chiesa aiuta molto la vita comunitaria. Alla Santa Messa del Te Deum il 31 dicembre erano in chiesa, pochi, ben vestiti. Le Missionarie della Carità a Gaza non frequentano i cristiani o i musulmani, ma frequentano i poveri ed io ero andato a Gaza non per incontrare cristiani e musulmani ma per vedere la miseria … e allora dovevo seguire la loro pista, la loro strada e vivere anche i loro disagi e i loro pericoli.

L’incontro con la piccola comunità delle suore, il parlare con loro e il pregare con loro mi ha fatto tanto bene, mi ha curato dentro! Dopo aver calpestato strade polverose, visitato case come quella di Amina o di Ibrahim, tocchi con mano la disperazione, l’angoscia, il terrore e la paura. Nel cervello e nel cuore sei scombussolato. Dopo aver passato alcune ore nella centrale della polizia segreta di Hamas o dopo aver sostato nudo al check point israeliano sei spaventato, umiliato. Tutti questi elementi insieme sono destabilizzanti e ti senti disorientato e perso. Così mi sono addormentato la notte dell’ultimo dell’anno con nel cuore tutto questo, ma mentre nel cuore avevo tutto questo, nella silenziosa e spartana stanza dove riposavo mi sentivo al sicuro, custodito dalla preghiera e dalla santità di vita di suor Delfina, la superiora e delle altre sorelle. L’esperienza vissuta con loro è stata quella della preghiera: hanno quelle sante donne iniziato l’anno 2019 con il sacramento della confessione. Alle 6 del mattino, una per una sono venute a ricevere il sacramento della Penitenza, felici di questo momento. Nel cuore mi veniva alla mente la medesima richiesta avuta poche settimane prima in Kenya, dove a Chakama le due suore mi chiesero di confessarsi. Che meraviglia queste donne sante! Dopo la loro confessione abbiamo celebrato insieme la Messa e poi mi hanno chiesto di svolgere una meditazione spirituale all’inizio del nuovo anno. Mentre trascorrevo il tempo in preghiera con loro, le guardavo avvolte nel loro semplice sari bianco con i bordi blu e mi veniva in mente la scelta di quel vestito da parte di Madre Teresa che, nel 1950 quando fondò la congregazione delle Missionarie della carità, la prima cosa che fece fu abbandonare l’austero abito nero del suo ordine, e per essere più vicina alla gente del popolo andò in una bancarella di un mercato per comprare un sari. La sua unica richiesta era che fosse economico. Allora il commerciante le mostrò quel tessuto bianco grezzo che era disponibile in due versioni: con i bordi blu o rossi. Madre Teresa scelse quello blu, colore dedicato alla Madonna. Le tre righe rappresentavano i tre voti dell’ordine che stava per fondare ovvero povertà, castità e obbedienza. Da quell’anno quel vestito povero e semplice ha continuato a contraddistinguere queste umili e forti donne che scelgono di vivere con i più poveri dei poveri e a Gaza i più poveri dei poveri non sono i cristiani ma i musulmani. Sicuramente l’incontro con Amina e con Ibrahim è stato molto forte per me, ma la preghiera con le suore mi ha pulito dentro e regalato una grande pace. Arrivare fino a Gaza per pregare? Si, alla fine devo dire che la cosa più bella che ho potuto fare in quell’inferno sono state le ore di preghiera con le suore, con queste donne pazze che in mezzo a mille rischi decidono di servire Dio! Mi devo confessare, alcune volte nella vita di ufficio a Roma mi interrogo guardando la cupola di san Pietro: ma tutta questa ricchezza e sfarzo cosa ha a che fare con Gesù? Ma Gesù sarà davvero esistito? Sono un illuso? Ma la religione è un oppio alle mie domande di senso?
Qui a Gaza tutte queste domande sono polverizzate dall’esempio di Suor Delfina. Ma se una donna corre tutti questi rischi per il nome di Gesù, se vive in questa miseria umiliante con il sorriso sulle labbra o è pazza o Dio esiste! E si, perché l’altra componente formidabile della mia esperienza spirituale con loro è quella di aver catturato il loro disarmante sorriso e di averlo rinchiuso come un tesoro nel mio cuore. Queste meravigliose donne curano i bambini disabili ed handicappati dei musulmani, queste donne lavano e nutrono i vecchi musulmani nel loro ospizio e spesso queste donne vengono odiate per la loro fede. Fermo suor Delfina nel piccolo giardino dell’orfanatrofio, la buona superiora è una vecchia amica e insieme iniziamo una lunga chiacchierata, simile a quella di due amici che da tanto tempo non si incontrano. Guardo negli occhi la suora e le dico: “Ma suor Delfina, sono tanti anni che sei qui, non hai paura che qualche musulmano ti possa fare del male?” Lei sorride, mi guarda silenziosa e poi con il volto illuminato da un tiepido sole invernale ripete a memoria lentamente delle parole a me note, ma che nel contesto di Gaza sembrano un tuono: “Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbatte. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita. Suor Delfina non aggiunge neppure una parola sta zitta e il suo silenzio parla al mio cuore. Rispondo a lei lentamente: “E’ vero amica mia, tu da molto tempo rischi la tua vita per Gesù in questo inferno, ma proprio tu, cocciuta e testarda come sei, sei sorretta dalla sua promessa che “Neppure un capello del tuo capo perirà” Grazie Suor Delfina, avevo bisogno del tuo esempio, avevo bisogno della tua testimonianza. Ti prego dammi la tua benedizione, me la voglio portare tutta in Italia nel mio ufficio, voglio lasciare la Striscia con il segno della croce da te tracciato sulla mia fronte”. La superiora, sorride, alza il braccio destro e lentamente traccia il segno della croce sulla mia fronte. Mi fa bene quel segno di croce, è una medicina, mi riabilita. Scavo in me il cuore e vado a cercare le motivazioni più profonde per le quali giro il mondo nei posti più schifosi e pericolosi. No, non sono un social worker, sono un prete e la motivazione per la quale sono a Gaza è quella di incontrare Gesù nella sua carne … e la sua carne sono i poveri. La preghiera con le suore porta al mio cuore una grande pace. Quanto è strano questo viaggio: nel quale in mezzo alla miseria, alla guerra, alla mancanza di acqua, di elettricità, alla mancanza di siringhe per una iniezione ad un bimbo, mi metto a pregare con cinque suore! Proprio la preghiera è stata il cuore della mia esperienza a Gaza e questa esperienza è stata tanto, ma tanto bella.
AMAL
Il mondo islamico di Gaza pervade profondamente il mondo femminile e lo riduce alle ferree regole dell’islam. Le donne sottostanno a tale costume dettato dalla religione coranica. Tra di loro a Gaza cresce sempre più il numero di coloro che in modo fanatico si coprono completamente di nero, lasciando libero solo lo spazio per gli occhi. Con queste donne non solo non è possibile parlare, ma non si possono neppure fissare e tanto meno fotografare. In Europa avevo incontrato diverse volte donne dell’islam, ma a Gaza questa volta nella casa delle suore di Madre Teresa incontro alcune donne venute a visitare i loro figli che sono accuditi da Sister Delfina e dalle altre cinque suore. Giunge una ragazza tutta vestita di nero e mi interessa molto poter capire come pensa e vive una ragazza musulmana.
È lei a salutarmi, ed allora anche io la saluto. Chiedo a lei di scattarmi alcune fotografie con alcuni bellissimi bimbi orfani e mi risponde di si. Si toglie la lunga sottana nera e appare una normalissima ragazza europea in jeans, vestita in modo del tutto occidentale. Iniziamo il nostro confronto. “Amal, – così si chiama la ragazza – che differenza c’è tra te e le donne che vestono completamente velate? Anche tu porti il velo e copri la testa, ma almeno hai il volto che si vede…” La ragazza giovanissima, tra i 18 ed i 22 anni, scoppia a ridere e mi dice: “Quelle donne sono fanatiche religiose e mettono in pratica il Corano in modo meticoloso, non tutte le donne islamiche sono così.
Dammi la macchina fotografica, ecco una di loro che passa per la strada… Voglio fotografarla per tuo ricordo. Al di là degli scherzi sono felice di incontrare un europeo…. Voglio spiegarti come viviamo qui in Gaza noi donne musulmane. Prima di tutto vi è una grande differenza tra la donna sposata e la donna celibe. Anche tra le mie amiche sposate non fanatiche vige la legge che non è possibile porre la propria fotografia da sola in Face Book, ma sempre con marito e figli. In secondo luogo devi sapere che qui a Gaza l’Islam è molto forte ed esigente e ogni giorno noi siamo invitate ad assumere un atteggiamento più integralista. Ti faccio un semplice esempio. Tu esci per la strada e… nelle strade principali trovi grandi cartelli in successione. Il primo cartello più o meno dice a noi donne: portare il velo è una cosa buona; ti appare come un semplice invito, nulla di più; il secondo cartello pubblicitario è una sura del Corano o un testo di spiegazione nel quale si parla del velo per le donne islamiche. Ed infine, dopo questi due cartelli, il terzo cartello dice: per quanto riguarda l’obbligo del velo per la donna dell’ Islam, non esiste libertà, ma ogni volontà deve adeguarsi… Capisci che ogni volta che vedo quel cartello sono portata non solo a coprirmi con il lungo vestito, ma anche a velarmi la bocca… Almeno mentre passo vicino a quel cartello!” Amal mi chiede il numero del mio cellulare per poter continuare a parlare con Viber ed acconsento volentieri, Amal infine con una grande finezza mi pone nelle mani un piccolo ricordo si tratta di un suo anello di metallo. Gigi te lo regalo perché costituisca per te un motivo di profonda riflessione sulla vita della donna nell’islam qui a Gaza. Ringrazio per la gentilezza e contraccambio con una medaglietta dell’arcangelo Michele che accetta volentieri… Anche su questo devo essere attento, nell’Islam ogni gesto può essere inteso come proselitismo.












