LA GUERRA CHE NON C’È di Lucia Capuzzi
Sono trascorsi dieci anni da quell’11 dicembre 2006, quando l’allora presidente messicano Felipe Calderón avviò l’operazione Michoacán. L’esercito venne schierato in questa regione centrale del Paese e, poi, nelle altre, per contrastare un crimine organizzato sempre più potente. La strategia mili tare – non accompagnata da riforme del sistema giudiziario e da un’efficace lotta alla corruzione e al riciclaggio di denaro – finì per accelerare l’escalation di violenza, dando inizio alla più lunga guerra civile del XXI secolo. Una guerra che ufficialmente non c’è. Poco importa se l’anno scorso, la nazione ha avuto almeno 15mila morti, più delle vittime di Iraq e Afghanistan. E, da gennaio, gli omicidi hanno già superato quota 17mila. Per il mondo e lo stesso governo, il conflitto messicano non esiste. Perché ormai le categoria di guerra e pace sono troppo ristrette per adattarsi al complesso scenario inter nazionale post-Guerra fredda. Il Messico è un frammento paradigmatico, nella sua violenza anarchica e complessa, di quella “guerra mondiale a pezzi” più volte denunciata da Papa Francesco.
A combatter la non sono eserciti e neppure parti contrapposte. I potenti cartelli della droga – multinazionali del crimine con tentacoli sparsi per il globo – sono cresciuti per tutto il Novecento in rapporto simbiotico con lo Stato. La complicità – ben remunerata – di quest’ultimo ha consentito ai gruppi delinquenziali di prosperare e di insinuarsi all’interno del sistema. L’equilibrio, garantito fino al 2000 dal partito dominante (il Partito Revolucionario Institucional), è venuto meno con la democratizzazione. I narcos hanno approfittato del vuoto di potere per conquistare interi brandelli di istituzioni. L’offensiva mili tare di Calderón ha fatto precipitare la situazione. Scatenando un triplice conflitto. Fra le diverse bande mafiose, per la supremazia. Fra esse e la parte pulita di Stato. Fra i pezzi di quest’ultimo che spalleggiano un cartello contro un altro. A fare le spese del caos è la popolazione civile. Completamente indifesa. A chi rivolgersi se, spesso, la polizia lavora per lo stesso gruppo criminale che si vuole denunciare? I narcos ormai non si accontentano più di far passa re la droga nel territorio verso i centri di consumo: Stati Uniti ed Europa. Hanno acquisito il controllo di intere parti di Messico dove impongono la loro legge feroce. Una di queste è lo Stato del Guerrero dove don Gigi Ginami ha voluto coraggiosamente recarsi. Perché? Per dire ai tanti messicani invisibili che non sono soli.
Con lo stesso spirito, lo scorso febbraio, il “pellegrino” Bergoglio ha percorso la “geografia del dolore” del Paese. Mentre i grandi del mondo si voltano dall’altra parte, Francesco si è recato nel cuore della narco-guerra per abbracciare quanti la vivono sulla propria pelle. Per consolarli. E per esortarli, con coraggio evangelico, a non arrendersi al male, poiché questo non ha mai l’ultima parola.
Il medesimo concetto che il libro Gaby e la porta azzurra, nella sua durezza, ci ricorda. Leggerlo è un bel modo per rammentare che la Porta della Misericordia divina resta aperta anche alla fine dell’Anno Santo Straordinario.
Lucia Capuzzi
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