Viaggi di Solidarietà

RESTORING HOPE IN GARISSA 2016: 15MO VIAGGIO DI SOLIDARIETA’ 29 APRILE-9 MAGGIO 2016


Invito 29 Aprile 2016

 

15MO VIAGGIO DI SOLIDARIETA’
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potete anche acquistare nel nostro SANTINA’S FOUNDATION BOOK STORE il libro di 110 pagine che racchiude la nostra esperienza

LEGGETE L’ARTICOLO DI AVVENIRE DEL 1° MAGGIO  A PAGINA 6 CLICCANDO SULL’ARTICOLO SOTTOSTANTE, GRAZIE A MATTEO FRASCHINI KOFFI DA NAIROBI

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Articolo avvenire su garissa

LEGGETE L’ARTICOLO DI AVVENIRE DEL 27 APRILE A PAGINA 6 CLICCANDO SULL’ARTICOLO SOTTOSTANTE, GRAZIE A LUCIA CAPUZZI

Avvenire per Garissa

Dal 29 aprile al 9 maggio una spedizione della nostra Associazione Amici di Santina Zucchinelli si è recata  a Garissa per inaugurare l’opera di FONDAZIONE SANTINA, costituita dalla chiesetta nel villaggio di Bura Tana. Ecco un video che vuole promuovere l’iniziativa.

I CRISTIANI RESTANO A GARISSA E PREGANO PER I TERRORISTI (RADIO VATICANA DEL 01.04.16)
Il 1° anniversario della strage all’Università di Garissa in Kenya – RV
Primo anniversario della strage di Garissa
“La diocesi ricorda l’anniversario della strage domenica 3 aprile durante la messa. Preghiamo, spiega mons. Joseph Alessandro, vescovo di Garissa in Kenya, per i nostri fratelli e sorelle vittime di quel massacro e per i loro cari che soffrono ancora per la perdita di tanti giovani cristiani. Vorrei ricordare che siamo nell’anno della Misericordia e domenica l’anniversario della strage dell’università cade nella giornata della Divina Misericordia”.

Chiediamo la Misericordia di Dio per tutti noi, per essere capaci di mostrare misericordia anche verso chi ha fatto questi massacri. Preghiamo anche per i nostri fratelli terroristi, perchè, un giorno, possano pentirsi delle loro azioni per costruire un mondo migliore basato sul rispetto delle persone che credono in diverse religioni. Crediamo in questa grazia nell’anno del Giubileo della Misericordia. E domenica, giornata della Divina Misericordia, siamo certi che Dio ci ascolta in questa preghiera”.

IL TERRORISMO ISLAMICO IN KENYA
“C’è paura, possiamo dire, in tutto il Kenia: Ma soprattutto nella parte nord occidentale, dove c’è anche la nostra diocesi, la paura si sente di più. Anche la sicurezza è stata aumentata durante le feste pasquali, ma grazie a Dio, prosegue il vescovo di Garissa, mons. Alessandro, non è successo niente. Ma, ripeto, la sicurezza ha preso sul serio le minacce di attentati annunciati. La situazione è sotto controllo, ma dentro la gente, soprattutto dentro i cristiani, esiste la paura che qualcosa possa accadere da un giorno all’altro”. “L’università è aperta dal 4 gennaio scorso, ma gli iscritti sono pochi. La maggioranza sono musulmani della tribù somala e vanno ai corsi solo il venerdi e il sabato. Gli iscritti sono adulti che lavorano e frequantano i corsi serali. Quando riaprono le iscrizioni a settembre ci si aspetta nuove iscrizioni. Un segnale da cogliere in positivo”.

I CRISTIANI RESTANO A GARISSA
“Alcuni cristiani sono parttiti per le loro case nel Kenya ma altri sono torrnati a casa”. “Sì, loro sono forti nella fede e questo dà coraggio anche a me. In questa Quaresima ho cercato di essere molto vicino ai nostri cristiani. Nella diocesi di Garissa vi sono altri luoghi dove i cristiani sono stati massacrati negli anni. Ho visitato i cristiani in questi luoghi nei giorni più importanti della Pasqua. In ogni località, i cristiani erano molto numerosi e questo è il segno che la gente, anche se dentro ha paura, riesce a superarla e vengono ìn Chiesa”.

Restore Hope in Garissa 2016

IL DIALOGO CON L’ISLAM 
“Prima del massacro all’università c’erano incontri regolari tra cristiani e musulmani. Con il massacro si sono fermati ma ora sono ripresi un po’”. Ricordo l’espisodio di un autobus fermato dagli Shabaab che chiesero ai musulmani di dividersi dai cristiani. I musulmani hanno reagito rifiutandosi di separarsi dai cristiani e i terroristi sono andati via. Abbiamo apprezzato e ricordato questo gesto da parte dei fratelli musulmani che hanno offerto la loro vita per difendere i crsitiani”. Il racconto della strage di 148 giovani, ragazzi e ragazze del campus universitario di Garissa è contenuto nel libro ‘Opere di Luce’ (edizioni Marna), scritto dal sacerdote bergamasco, mons. Luigi Ginami, e dalla giornalista Rai, Vania De Luca. Mons.Ginami, a capo della Fondazione Santina Zucchinelli intitolata alla madre, fondazione impeganta in opere di carità in Italia e nel mondo, ha visitato Garissa nel settembre scorso. A Maggio, grazie al lavoro di molti volontari, verrà inaugurata nella città kenyota una chiesa realizzata, tra l’altro, grazie alla scelta di una coppia di giovani sposi italiani di trasformare i loro regali di nozze in fondi poi donati alla Fondazione per la costruzione dell’edificio, simbolo di misericordia, pace e dialogo. Con noi, Caterina Piantoni Paris, animatrice del progetto ‘Chiesa a Garissa’ per la Fondazione Santina Zucchinelli. .

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RESTORING HOPE IN GARISSA 2016
Diario del Quindicesimo Viaggio di solidarietà in Kenya
Fondazione Amici di Santina Zucchinelli
29 aprile – 9 maggio 2016

INTRODUZIONE. TOCCARE CON MANO POVERTA’ E SOFFERENZA
Carissimi amici, siamo sul treno che da Roma ci sta portando a casa. Torniamo da un viaggio unico, da un’esperienza che non avevo mai vissuto prima. Un conto è vedere o sentire raccontare la povertà e la sofferenza, un conto è toccarle con mano e viverle in prima persona.Già dal primo minuto, all’arrivo a Mombasa- di fronte al mio stupore nel vedere la vita disorganizzata e povera di una città africana, il traffico caotico e le baracche affacciate sulla strada che ci portava a Watamu – il mio sconcerto nel sentirmi dire da don GIGI: “Questi sono quelli che stanno bene” o di fronte al sorriso di Jimmy :”This is not Africa”. E poi, dopo un giorno di preparativi, il viaggio – solo ora ho in testa cosa sia una strada sconnessa, con polvere e buche che sembrano crateri, sotto il sole africano – verso Bura Tana per l’inaugurazione della nostra bellissima chiesa dedicata ai martiri di Garissa. E lì, come dimenticare l’accoglienza festosa e la messa di inaugurazione di questi cristiani in un luogo ostile a prevalenza islamica, la loro fede senza paura, come dimenticare i padri che ci hanno accompagnato, padre Alessandro, Ernesto, Julio e Arturo. Eroi del nostro tempo. Come impossibile è dimenticare il cielo stellato – un manto di stelle che sembrava avvolgerti – che ci incantava attraversando il cortile della missione per andarci a coricare. E poi a Garissa, il giorno dopo. La commozione durante la messa nell’aula dove sono stati uccisi gli studenti, alcuni oggetti a loro appartenuti e “requisiti” da don GIGI come reliquie, le macchie di sangue nel cortile dove erano stati ammassati i ragazzi e nelle camere dell’ostello che li ospitava. Il viaggio di ritorno, prima a Bura Tana e il giorno dopo a Watamu, sempre più difficile, sempre più stanchi ma con il cuore pieno di emozioni . Lungo il viaggio l’incontro, anche solo fatto di sguardi con tante persone che vivono nella povertà assoluta. Ora sì “This is Africa”, mi ripeteva Jimmy . Gli ultimi tre giorni ancora più intensi. La visita all’ospedale, per iniziare il rapporto di collaborazione con i medici locali nel nostro progetto per l’AIDS, ma soprattutto la visita nei reparti agli ammalati, da quelli devastati da questa sindrome prossimi alla morte, a quelli piccoli del reparto di pediatria, dove ho lasciato una parte del mio cuore. Lo sguardo spento degli ammalati è uguale in tutte le parti del mondo, ma qui è ancora più coinvolgente . Poi la visita al carcere della città, a Mtangani, l’incontro con i prigionieri, il bacio dei loro piedi – ancora oggi non so come sia riuscito a farlo – e la messa. E ancora, la corsa al supermercato per gli acquisti promessi – sapone, rasoi, pane e latte – e un regalo, la TV per i carcerati . Le corse per accertarsi che tutto andasse a buon fine, cioè nelle mani dei carcerati – così come è stato – con la promessa fatta al direttore di costruire un dispensario e con la benedizione del vescovo. Un altro eroe. Non vi dimenticherò. Come ricorderò sempre l’happy birthday, cantato da più di cento bambini alla missione di Lango Baya per il giorno del mio compleanno, spaventati dal colore della nostra pelle. E infine la visita nei villaggi dove portiamo avanti il nostro programma di alimentazione agli ammalati di AIDS denutriti . I loro sguardi … il loro abbraccio. No, non dimenticherò, non dimenticheremo caro don . Grazie di cuore. Ho ritrovato un amico che non conoscevo – Roma e la curia romana ti hanno forgiato a dovere – determinato e capace di mietere nella messe del Signore il grano, separandolo dalla zizzania, come ci è capitato di vivere all’ospedale di Malindi o nel carcere di Mtangani. Come ti ho scritto nella tua preziosa Bibbia, “nel ritrovarti, sto ritrovando me stesso” . Un abbraccio. Un abbraccio a tutti
Emanuele Berbenni

I. SCOTTATURE, LIVIDI, GRAFFI, SETE, POLVERE E VESCICHE: VIAGGIARE NELLE STRADE DELL’AFRICA
Viaggiare in Africa. Come per il Perù tenterò qui di descrivere come si viaggia in Africa. Per il Perù avevo tentato di descrivere il viaggio da Juliaca a Cuzco, qui parlerò del viaggiare nella jeep scoperta sulla pista polverosa da Bura Tana a Watamu. Il Kenya è conosciuto da molti italiani per i suoi lussuosi resort a Malindi, dove Briatore ha il suo feudo e dove persone agiate si rifugiano in case da sogno. Questi turisti dal mare vengono poi portati verso i parchi dello Zavo o verso gli altri grandi parchi del Paese e viene detto loro che sperimenteranno “l’Africa vera” con disagi e difficoltà. Sono i famosi safari in cui si va con costose macchine fotografiche per fotografare animali e paesaggi e dove si dorme in lodge e tende che nulla hanno da invidiare ai resort a cinque stelle della costa di Malindi, viaggiando su strade che, pur conservando la loro naturale ruvidezza, sono piste bellissime, che si percorrono in sicurezza e tranquillità ….e se la strada ha alcuni tratti difficili supplisce la jeep super attrezzata e corazzata. Nulla del genere è viaggiare in Africa. Viaggiare in Africa significa altre cose, significa pullman scassatissimi ed affollatissimi, qualche cosa di simile ma peggiore, rispetto a quanto avevo provato sulle Ande peruviane, oppure jeep vecchie, senza comfort, che facilmente si possono surriscaldare. La nostra spedizione a Garissa è avvenuta proprio su due jeep del genere. Nel briefing di preparazione del giorno precedente la missione ci eravamo suddivisi in due macchine, una con padre Alessandro, Caterina, Emanuele e Marzia e l’altra con padre Julio, padre Arturo, io, Jimmy e Doreen. Noi eravamo su una jeep rossa, che già a settembre ci aveva dato dei bei problemi, proprio partendo da Garissa verso Bura Tana: io ed Ernesto ci eravamo fermati e solo quattro martellate sonore e ben azzeccate del missionario del Guatemala avevano fatto ripartire la mitica jeep rossa. Il viaggio di andata da Watamu a Bura Tana è stato peggiore di quello di settembre. La vecchia e usata Toyota dopo 50 km è andata in ebollizione e mi sono detto: “Come facciamo ora che non abbiamo con noi padre Ernesto?” Non mi rendevo conto di avere a bordo uno spregiudicato mago del motore, che in Africa vale più di un re: quando la macchina si è fermata padre Julio, con grande maestria, ha aperto il cofano e con un apposita asta tolta dal bagagliaio ha allungato tre o quattro colpetti secchi al tappo del radiatore bollente, stando ad opportuna distanza. Non mi rendevo conto di questa precauzione finché il tappo colpito al punto giusto non è schizzato in alto, seguito da uno spruzzo di acqua bollente. Rimango meravigliato, è la prima volta in vita mia che vedo un tale spettacolo! Ma la meraviglia viene subito stemperata dal forte richiamo di padre Arturo, che mi chiedeva di prendere una tanica di acqua giallastra e di darla al nostro magico meccanico. Come un automa e sedotto dal fascino di quell’arte, porto l’acqua e la faccio scendere nel radiatore. Padre Julio mi ferma e mi dice che si deve pulire un recipiente nel motore che conteneva acqua di scolo troppo sporca… Bene, non avrei mai immaginato che per togliere quell’acqua, il giovane missionario la aspirasse dal tubo vecchio e marcio… con la bocca. A pieni polmoni il padre aspira e sputa acqua bollente e lurida e poi… l’acqua ha iniziato ad uscire e la vasca di scolo si è sturata. Che schifo! Roba da prendere tifo, tetano, infezioni di ogni genere o magari una possente dissenteria… Lui invece ha sorriso innocente sotto i 42 gradi di sole secco e implacabile….. e la macchina prodigiosamente è ripartita. Dopo 100 chilometri la stessa liturgia, senza aspirare acqua e, dopo un’altra manciata di chilometri, per la terza volta, la jeep si è fermata. A questo punto sono stato preso dal panico, perché il missionario usa la nostra acqua potabile e io rischio la paranoia sotto l’ombra di un albero spinoso e secco. Nulla da fare, questa volta la macchina non riparte. Occorre più acqua e così padre Ernesto è arrivato in nostro soccorso, facendoci giungere alla missione un’ora prima dell’inizio della benedizione della chiesa. Il giorno dopo cambiamo jeep, ma al ritorno da Garissa la jeep bianca, sulla quale viaggiavamo con Jimmy e Doreen, frattura l’asse centrale … Non vi è più nulla da fare. Che sfortuna! Ci dormiamo su… La mattina mi dico:” Bene, mi voglio fare il viaggio all’esterno del pick up, deve essere divertentissimo e meno caldo che all’interno e poi se partiamo alle 7 il sole non è molto forte.” Ne parlo con Jimmy che accetta volentieri di venire con me, così da utilizzare solo la jeep più sicura e robusta di padre Alessandro, che si unisce a noi. Così la nuova jeep si compone di 5 persone all’ interno – padre Arturo alla guida, Marzia, Caterina Doreen ed Emanuele – e di tre componenti esterni: Jimmy, io e padre Alessandro. E così scopri cosa è viaggiare in Africa ! Altro che safari, altro che fuoristrada accoglienti: un fottuto casino! Carichiamo tutti i nostri zaini, una buona scorta di acqua e alcuni cuscini nel tentativo di una piccola comodità. Non avrei mai immaginato cosa significassero 7 ore così. Ora vi descrivo le strade… Nulla a che vedere con quelle dei safari: completamente dimenticate, polverose di una polvere secca, ma secca, quanto fine e tagliente: ti trovi polvere nelle mutande, nelle orecchie e Marzia rideva nel vedere il segno degli occhiali quando li toglievo, a modo di zombie. Buche enormi e per nulla lineari, buche bizzarre per forme dimensioni e profondità, buche belle ed evidenti, buche bastarde che giocano a nascondino e te ne accorgi… appena le hai passate. Una tortura per ruote e gomme ed un supplizio per noi. Vento, che a folate improvvise provoca mulinelli pazzeschi e quando entri in uno ne esci nero, o meglio, marrone come un albero. Caldo, 42 gradi, secco e implacabile, sole formidabile e, ciliegina sulla torta, la guida spericolata di padre Arturo. Questi sono stati gli ingredienti delle sette ore di viaggio, in un frullato pazzesco di imprevisti. Siamo partiti alle 7 e viviamo le ore più belle del viaggio. La brezza fresca sul volto, il sole non è ancora alto, respiro a pieni polmoni, ma subito mi accorgo che non ho un cappello e che neppure me lo posso mettere, perché volerebbe via per la velocità. Prendo una maglietta dallo zaino e utilizzo la scollatura della t-shirt come cappello. Ora i capelli sono raccolti all’ interno della maglietta, che mi faccio passare anche sulla bocca, così rimangono liberi solo gli occhi, protetti dagli occhiali da sole … Tipo miliziano dell’ISIS solo di colore bianco e non nero. Dopo la prima ora, però, il sole inizia a scaldare e nello sforzo di reggermi in piedi, sulla mano destra è apparsa una vescica, il vento sembra fare l’effetto di una carta abrasiva, perché il pulviscolo scalfisce la pelle. Allora abbiamo deciso di sederci. Ottima scelta. Ci appoggiamo e stendiamo le gambe. La pace ed il sollievo durano solo 20 minuti, perché il sole brucia le mie gambe, bianche mozzarella, coperte da pantaloncini corti e una sete formidabile inizia a farsi sentire. Ci fermiamo e chiediamo agli amici di passarci dell’ acqua, intanto vado a fare pipì e dei rovi appuntiti mi sferzano le gambe, ora rosso gambero. Dai tagli esce sangue, con una bottiglietta di acqua potabile lavo le ferite e al tempo stesso provo il sollievo dell’acqua fresca sulle gambe bruciate. Prima di ripartire il grande Jimmy mi guarda impietosito e mi dice: Father this is Africa!”, mi da una battuta sulla schiena e ripartiamo. Ora il clima é implacabile: vento, sole, polvere, caldo formidabile, scottature, graffi di rovi su gambe e braccia fanno sì che non mi accorga che ogni sobbalzo della jeep è una forte botta, ora al fianco destro, ora al l’anca sinistra, ora alla spalla destra, gomiti, ginocchi…. praticamente lividi in tutte le parti del corpo e, sovrano su tutto, il mio naso rosso, rosso come un peperone. Mancava una sola ora a Watamu, ci eravamo rialzati, quando sento un urlo di Jimmy: “Ahhhh! – mi guarda e ride – Qui si è infuocato tutto don Gigi, non vi è un pezzo di lamiera fresca in questa jeep.” Ridiamo divertiti e ci scoliamo l’ennesima bottiglia di acqua, bagnandoci testa e corpo, nel tentativo di spezzare il caldo torrido, che solo avevo provato nelle steppe irachene nei pressi di Nassiria. La jeep rallenta. Siamo arrivati alle nostre abitazioni: sono tutto un livido, scottato e sferzato dai rovi con una vescica aperta nella mano che guardo ancora ora come un souvenir di viaggio . Emanuele, il nostro medico, estrae dallo zaino una scatoletta e mi dice:” tachipirina mille ogni sei ore… E se questa notte non riesci a dormire chiama.” Giunto in camera mi sono tolto gli indumenti sporchi ed impolverati, ho fatto una doccia rigenerante di venti minuti, mi sono cosparso di aloe vera il naso rosso semaforo, le diverse scottature e lividi, ho disinfettato i graffi e ingoiato la tachipirina mille, scolato un litro di acqua e sono caduto stanco morto nel letto. This is Africa!

II. L’INAUGURAZIONE A BURA TANA (GARISSA) DI UNA CHIESA PIENA DI MAGIA. IL SANGUE DEI MARTIRI E’ SEME DI CRISTIANI
All’epoca dell’ Apostolo Pietro, la Roma caput mundi non era di certo la Roma cristiana con la grande e meravigliosa Basilica di S. Pietro. Era la capitale dell’Impero romano e in questa città uno dei passatempi degli abitanti era quello di andare al Colosseo per veder sbranare dalle bestie i cristiani, nemici dell’impero. Il loro capo Pietro, fece una brutta fine, crocifisso a testa in giù, come ce lo rappresenta vigorosamente Michelangelo nella Cappella Paolina. Sul suo sangue e sulla sua tomba con il passare del tempo è stata costruita la chiesa più grande del mondo: la Basilica vaticana. Dunque Roma era un po’ come la Garissa di oggi, un luogo non sicuro per i cristiani, un luogo dove i cristiani sono disprezzati e sono una sparuta minoranza nei confronti di una maggioranza somala, fortemente musulmana. Fuori dalla missione la piccola croce dipinta viene sistematicamente distrutta dagli integralisti. Non ci riferiscono queste cose: le abbiamo viste con i nostri occhi, le abbiamo toccate. Proprio nell’università di Garissa, come nell’antica Roma, 148 ragazzi sono stati barbaramente massacrati perché cristiani. E come per Roma, seppur nell’umiltà e nella modestia della nostra piccola costruzione, il sangue dei martiri ha prodotto la nascita di una chiesa a loro dedicata. A Roma, sul luogo del martirio di Pietro, è sorta la Basilica vaticana, così a Garissa, se non fossero morti 148 cristiani, nella missione di Bura Tana, non sarebbe stata edificata la nostra chiesetta: ecco il valore fortemente simbolico dell’opera voluta da Fondazione Santina, quello di dire che il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani, secondo l’antico detto di Tertulliano. Proprio questa bellissima frase, che in luoghi come Garissa si comprende profondamente, è dipinta nell’interno della Cappella di Bura Tana che siamo andati ad inaugurare. Padre Ernesto ha scelto questa frase per commentare la data del 2 aprile 2015, accompagnata dalla palma del martirio e dalla croce. Nel viaggio di settembre avevo promesso a Padre Ernesto di voler far qualcosa per ricordare i martiri di Garissa ed il missionario mi aveva chiesto di costruire una chiesa nella sua missione di Bura Tana. Tornato in Italia i soldi sono giunti miracolosamente: Alberto, figlio di Caterina Piantoni, membro del CDA di Fondazione Santina, si è sposato lo scorso anno e ha destinato i regali di nozze a donazioni di denaro a favore della Fondazione. Così, nel giro neppure di un mese, i soldi sono arrivati nelle nostre casse, nella esatta quantità necessaria alla costruzione della chiesa a Garissa. Dunque i martiri di Garissa hanno operato un primo miracolo, ma ne hanno operato un secondo, ancora più difficile: la chiesa è stata realizzata in pochissimi mesi ed è stata inaugurata esattamente il 2 maggio 2016, a 13 mesi dal terribile massacro! Dall’Italia abbiamo seguito con tanto amore le diverse fasi della costruzione: fotografie con Padre Ernesto sul trattore a muovere mattoni, donne che portavano pesanti taniche di acqua per impastare il cemento, in un luogo dove acqua ed elettricità non esistono, rudimentali impalcature fatte con tronchi di albero non del tutto puliti… Insomma un alveare dove i pochi cristiani della zona lavoravano con forza ed entusiasmo e in modo completamente gratuito e così, nei mesi scorsi, prima le fondamenta, poi le mura di cinta, poi il tetto ed infine gli infissi furono messi. Nella sosta in Italia di Padre Ernesto nel mese di febbraio abbiamo preso la decisione di inaugurare la chiesetta nei primi giorni di maggio. Organizzata la spedizione, ho preso i biglietti ed atterrati in Kenya, domenica 1° maggio la prima forte e commovente esperienza per tutti noi: padre Ernesto ci invia per whatsapp da Watamu le foto della chiesa completamente finita e colorata. Io e Caterina ci guardiamo ed insieme esplodiamo in una forte esclamazione: “Ma che bella!” La chiesetta aveva un colore verde pistacchio bellissimo, molto indicato ed elegante… il primo sentimento nel cuore di tutti i miei cinque compagni di spedizione fu quello della commozione misto a tenerezza. La costruzione risentiva del gusto latinoamericano, essendo Padre Ernesto guatemalteco. Le belle finestrelle marroni, sormontate da finestre a forma di croce, un piccolo e grazioso rosone centrale e la sagoma di due campaniletti, con la croce in mezzo: insomma, un amore di chiesa. Pur essendo noi in Africa, il fascino dei social era comunque irresistibile e in meno in un minuto ognuno di noi sei stava inviando ai propri followers la bellissima foto e, a prova della bellezza della chiesa, immediate sono state le conferme. Ecco che cosa ho posto in chat da Watamu, in Kenya, la sera di Domenica 1° maggio: Questa è la nostra piccola chiesa a Garissa. La Santina ha fatto un piccolo miracolo qui in questa terra bagnata dal sangue dei 148 ragazzi martiri di Al Shabab e dell’integralismo religioso. Domani sera inaugurazione in loro onore ed in ricordo di Santina. Tra le prime e immediate risposte, mia sorella Maria Carolina mi risponde “Sembra la chiesetta di Hansel e Gretel” e non contenta mi chiama al telefono mostrando commozione e compiacimento. La vista della chiesetta ci ha provocato subito tanta dolcezza e così ho coniato l’espressione di Cake-Church, una chiesa di torta, di marzapane: bellissima nella sua modestia e semplicità, in uno splendido gioco di colori e di linee. Tale fotografia ha accentuato nel nostro cuore ancora di più il desidero di vedere ed inaugurare la cappella. Con nel cuore quell’ immagine, il giorno dopo siamo partiti presto per Bura Tana e abbiamo superato tanti inconvenienti di viaggio. In particolare la jeep mia, di Doreen e di Jimmy ha avuto grossi problemi al radiatore, con tre soste e diversi litri di acqua per raffreddare il motore. Giunti alla missione, tutti siamo stati presi dalla gioia dell’inaugurazione, ci siamo messi la nostra maglietta con il logo della Fondazione Santina e ci siamo preparati per la Messa. Nella casa dei padri apriamo i regali: una Madonnina regalata dal Card. Angelo Comastri, un bel quadro della Madonna dipinto da Rossana, un bel calice donato dal fratello di Santina, mio zio P. Luigi e diversi paramenti, tra i quali una casula con ricamato S. Giovanni Paolo II. Ci siamo rimessi in macchina dopo una doccia necessaria per lavare la terra della pista sterrata, a tale viaggio ho dedicato un paragrafo a parte, e finalmente dopo venti minuti di auto, tra gli alberi, è apparsa la grande radura del terreno comperato dalla parrocchia e da lontano… la vediamo. Grido a Jimmy:” Eccola! Eccola! Che bella!!!” Un brivido mi percorre la schiena, come a Salvador De Bahia nel 2014 all’inaugurazione della prima nostra opera, una cucina per i poveri in una favela violenta, provo forte la percezione di Santina viva e contemporaneamente avverto una commozione per i 148 martiri onorati con una chiesa per loro. Le due emozioni crescono nel cuore unite: quella per Santina e quella per i martiri e appaiono in un forte rossore al viso per la commozione! Questi sono stati istanti meravigliosi, che per forza dovevano essere cristallizzati nello scritto, per non perdere il loro ricordo e la loro forza. La chiesetta è li con i suoi colori, il verde pistacchio, il marrone delle finestrelle basse, che si sposa con il mattone della Porta Santa di San Pietro portata da Roma nel mese di febbraio. L’azzurro del portone centrale, le finte colonne dipinte di nero, le finestrelle a forma di croce superiore e la modesta croce in legno in cima al tetto, il tutto nei meravigliosi colori della natura africana: il blu cobalto del cielo, il rosso della argilla attorno ed il verde degli alberi… colori bellissimi e di grande suggestione. Mentre la macchina si avvicina la mia attenzione viene catturata dal mattone marrone incastonato negli stipiti dell’ingresso. E come un flash ritorna prepotente nel mio cervello il confronto tra la Basilica di S. Pietro ed il mattone della Porta santa lì presente e la chiesa di Bura Tana: il sangue di Pietro ed il sangue dei ragazzi morti per Gesù. … Dura solo un istante perché una piccola folla di cristiani, poco più di un centinaio di persone, alla vista delle due macchine ci corre incontro; donne vestite per la festa, bambini dai vestiti colorati, uomini in giacca, tutti gridano con urla di festa e di accoglienza. Per la nostra delegazione di sei persone sono predisposte sedie di plastica bianca sotto un tendone azzurro vicino alla chiesa. Ci sediamo, canti di festa ci salutano nuovamente, discorsi e preghiere e poi il momento solenne. Dopo una breve processione vestiti con i paramenti liturgici a Caterina viene data la parte principale, quella di tagliare il nastro azzurro della porta. La donna è visibilmente commossa e felice. La guardo negli occhi, è forse uno dei momenti più belli e alti della sua vita inaugurare una chiesa costruita con i proventi del matrimonio del figlio: grande orgoglio e grande felicità. Conosco Caterina ormai da alcuni anni, insieme eravamo stati a Gaza durante la guerra del 2014, ma questa spedizione, sicuramente più dura ed impegnativa, ci vedeva uniti fortemente nella realizzazione di qualcosa di grande e dal forte valore simbolico. Jimmy, la sera, ci dirà che quel momento in cui abbiamo visto la chiesa, l’accoglienza della gente e il taglio del nastro da parte di Caterina sono stati per lui i momenti più belli della giornata di festa. Dopo aver tagliato il nastro, con il volto pieno di gioia, Caterina si gira lentamente, consegna la forbice a Padre Ernesto e Padre Ernesto dà inizio alla seconda parte del rito consegnandomi la chiave della chiesa… e questa volta a commuovermi sono io. Il cuore mi batte forte e mi tremano anche le gambe, è inutile negarlo: avviene così dal Perù al Brasile, all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo: ovunque vi è una inaugurazione in nome di Santina, mi prende così! Guardo la gente attorno, salgo i tre gradini giro la chiave ed apro il portoncino blu: la chiesina appare in tutta la sua bellezza e … profuma di pittura fresca. Mi giro verso la gente che applaude e con commozione grida e rimango a bocca aperta, da una parte per la bella costruzione e, girandomi, dall’altra parte per la ancora più bella popolazione, che con fatica e rinuncia ha costruito la chiesetta! La tensione tra le due bellissime immagini è forte e mi crea un vortice di commozione. La terza parte del rito di inaugurazione la svolge Padre Alessandro dando la benedizione con acqua santa alla chiesa. Mentre entriamo, una nuova emozione ci sorprende dall’altare: guardando verso il portone di ingresso sulla parte sinistra trova posto la grande raffigurazione in onore dei martiri che prima abbiamo descritto, e sulla sinistra il logo della nostra Fondazione con la firma umile di Santina! Che impressione formidabile. Inizia così la messa in stile africano con danze e canti; per la celebrazione eucaristica usiamo il calice e la patena regalati da mio zio ed indossiamo i paramenti sacri portati dall’Italia. Mentre la calda sera africana ci riempie di colori e scende la notte, la nostra preghiera sale umile, più si fa buio e più le candele hanno risalto. In quella totale povertà non vi è generatore di corrente, non vi è acqua e ci troviamo così al termine della Messa completamente al buio, illuminati solo dalle luci delle candele e delle torce elettriche. Il Consiglio Parrocchiale ha preparato per noi una torta… la tradizione vuole che noi ospiti imbocchiamo le persone più significative presenti nella chiesa. Dopo aver tagliato insieme a Caterina la piccola torta, lascio a lei ed ai miei compagni il gusto di imboccare la gente che è in chiesa, la quale senza troppi problemi igienici e forse mossa anche dalla fame accetta più che volentieri i bocconi offerti da Caterina, Emanuele e Marzia. Io, fuori della chiesa, distribuisco ai bambini presenti una piccola medaglia dell’Arcangelo Gabriele. Orami è notte, la piccola comunità cattolica si scioglie, la chiesa viene chiusa a chiave e saliti sulla jeep facciamo ritorno alla missione, dove siamo al sicuro all’interno della recinzione sorvegliata dalle forze dell’esercito, perché Bura Tana è completamente musulmana. Padre Ernesto sa bene questa cosa e ci invita con gentile forza a tornare in missione. Dopo una semplice cena consumata insieme andiamo agli alloggi che ci ospiteranno per la notte, tiro la zanzariera sul letto per evitare le zanzare che portano malaria e mi addormento profondamente. I miei cinque compagni nelle stanze vicine dormono tranquilli e negli occhi di tutti ho visto la gioia di aver preso parte ad un grande momento spirituale, in una terra in cui Al Shabab uccide e continua ad uccidere i cristiani.

III. SANGUE
Nella calma della sera il volo ci porta da Mombasa in Kenya, ad Addis Abeba in Eritrea. Sono circa due ore e mezzo di volo. Caterina seduta vicino a me riposa, anche Emanuele e Marzia, al di là del corridoio, riposano. La fatica si sente dopo giornate faticose ed intense, cariche di emozioni, con ogni secondo contato; ci si rilassa al termine di una avventura che ha impegnato tutte le forze fisiche ed intellettuali. Nel cuore una profonda felicità, al termine di un cammino di purificazione, che ci ha fatto incontrare Dio nella carne dei poveri e nel sangue dei martiri. Non so se sono pronto a scrivere del sangue di Garissa, proprio in questa sera con la testa stanca con le scottature del sole infuocato dei 40 gradi della steppa di Garissa, con lividi grandi e piccoli in tutte le parti del corpo per gli scossoni forti e secchi della jeep nel viaggio di ritorno da Bura Tana, seduto all’esterno tra zaini, in compagnia di padre Alessandro e di Jimmy. Parlare di Garissa e in questo secondo viaggio mi è molto difficile perché significa parlare di sangue e di tanto sangue. Questa volta è stato più semplice ottenere i permessi per la visita: già ci conoscevano, le indagini e perlustrazioni sul luogo della strage sono finiti e l’ università timidamente ha riaperto i portoni a pochi e poveri studenti, che giungono li da tutta l’ Africa. Ma non da Garissa… L’ università ha un aspetto diverso, il sangue è stato levato, i fori dei proiettili sono stati otturati e le pareti stuccate sono state ridipinte; all’edificio chiamato Elgon B è stato cambiato nome. Ma tutto questo non serve a togliere l’ atmosfera di morte che ancora regna. Il memoriale con i nomi dei 148 ragazzi campeggia all’ inizio del campus. Questa volta ci concedono di celebrare la messa ed è una grossa concessione perché l’ università è islamica. Ci accompagnano all’aula destinata alla preghiera del mattino per i cristiani, una normalissima aula scolastica che durante il giorno svolge le funzioni del normale insegnamento. Guardo il volto dei miei compagni. La nostra comitiva si compone di due suore, quattro padri missionari, il parroco di Garissa e dai miei cinque compagni di spedizione per un totale di tredici persone. Jimmy e Doreen, che sono africani, velano la loro commozione; hanno desiderato venire con noi da molto tempo, ma i più emozionati sono Caterina, Emanuele e Marzia. Li vedo molto assorti e concentrati, quasi a non voler rovinare il solenne momento: visitare un luogo santo di martirio. Marzia, particolarmente, sembra commossa. Ha occhi lucidi e presto sarà mia compagna nel piangere. Varchiamo la porta dell’aula e succede una cosa incredibile per me. Varcando l’uscio dell’aula non entro solo in uno spazio diverso ma in un tempo diverso. Le macchie di sangue sono state pulite… ma alla lavagna bianca con pennarello verde vi sono calcoli matematici, vi sono disegni e vi sono appunti dei professori che non sono stati cancellati. Impressiona vedere le scritte che erano presenti al momento in cui il demonio infieriva crudelmente su di loro, sui poveri ventidue ragazzi con il cranio spappolato da colpi di fucile alla testa, con pallottole così grandi da ridurre il cranio in poltiglia. Le sedie sono le stesse sulle quali si sono seduti per l’ ultima volta i ragazzi uccisi. Due pennarelli sottili sono per terra ai piedi di una sedia, sono inutilizzabili, ma sono quelli che avevano tra le mani questi ragazzi martiri. Sembra di essere sullo scenario di un film non ancora finito. Mentre con scrupolo guardo ad ogni dettaglio della classe non mi accorgo che la commozione cresce in me e non riesco più a controllarla, non riesco a formulare un discorso compiuto, balbetto qualche cosa, mi impongo un momento di silenzio e poi inizio la messa. Gli occhi sono pieni di lacrime. Su di un piccolo banco ho posto come altare il mio Vangelo e su di esso ho appoggiato il pane ed il vino. È la prima messa che viene celebrata nell’ università dal momento della strage. Un onore o una provocazione? Non so decidere… Si è fatto freddo in aereo metto una coperta sulle spalle e, mentre sorseggio una tazza di caffè caldo, continuo a scrivere. Non posso permettermi di perdere neppure un istante di quello che ho vissuto a Garissa. La commozione è profonda e sorda, la affrontiamo tutti creando comunione nella preghiera, dandoci la mano e recitando insieme il Padre Nostro, mano nella mano. Gesti semplici ma dal profondo valore e dal sapore di sfida. Contro l’ integralismo islamico che sfrutta il nome di Dio per uccidere in modo orribile giovani innocenti, le nostre mane unite in segno di comunione vogliono dire che il perdono e la misericordia sono più grandi del feroce odio. Torna a scorre il sangue in quell’ aula quella mattina del 4 maggio, ma è il sangue presente in un calice e, in virtù dell’eucaristia che celebro, ci rende presente il sangue di Gesù ed il suo sacrificio. Mi concentro su quel calice, guardo il vino consacrato e il confronto è formidabile con gli aloni di sangue ancora visibili nei pavimenti dell’ università. Sarei capace di tanto? Di dare la vita, il sangue e la mia carne per Gesù? La domanda mi mette paura. Risuonano nel mio cuore le urla dei ragazzi, che si mischiano con le terribili e sataniche imprecazioni dei loro spietati carnefici, i potenti spari che risuonano sinistramente ed ad ogni sparo una testa che esplode in mille pezzi, un volto sfigurato, sangue dappertutto… Una mattina terribile che provoca il vomito! Saremmo capaci noi di questo sacrificio? In tasca ho un bossolo arrugginito di un proiettile raccolto nel cortile dell’ università e consegnatomi da qualcuno. Sono confuso e la testa mi gira. Mangio il Pane eucaristico, bevo il sangue di Gesù e guardo la lavagna con le ultime scritte inconsapevoli di morte di qualcuno dei ragazzi , poi massacrato e poi… prego, prego, prego. Con me pregano Emanuele, Marzia e Caterina giunti a questo luogo di martirio dall’ Italia. Giunti qui dal Colle Vaticano a Roma, giunti qui da un altro luogo di martirio, quello dell’apostolo Pietro, dove all’ altare della sua tomba avevamo celebrato prima di partire. Roma ai tempi di Pietro non era molto diversa da Garissa. Se oggi è il centro della cristianità duemila anni fa era invece il luogo nel quale i cristiani venivano uccisi e torturati nel Colosseo. Se le teste spaccate come un melone da una colpo di kalashnikov, dal calibro troppo grosso ed esagerato per uccidere un essere umano, con l’ intento non solo di uccidere ma anche di sfigurare ed umiliare il martire, fanno ribrezzo, a Roma non doveva essere un bello spettacolo quello di vedere leoni e fiere masticare brandelli di carne umana e stritolare ossa! La nostra preghiera si conclude con la radicale sicurezza che il sangue dei martiri è seme di immortalità. La fede cristiana deve ripartire da Garissa come in passato ripartì da Roma! Garissa, come altri luoghi in cui si massacrano oggi i cristiani, è un faro di luce per tutti noi . La terribile debolezza di 148 ragazzi proclama la granitica fede in Dio e nella sua parola e proclama il fatto che i cristiani reagiscono al martirio porgendo l’altra guancia, che i cristiani perdonano chi spappola i loro crani, che i seguaci di Gesù sono pazzi fino al gesto supremo dell’ amore per i loro nemici e che da duemila anni , attraverso la voce di Gesù, quella di Pietro e, oggi, quella dei 148 martiri di Garissa, i cristiani proclamano: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Usciamo in silenzio dall’aula scolastica con rinnovato slancio e ci prepariamo ad incontrare con il rosario il luogo della strage di ben 98 giovani studenti. Quel luogo è il cortile di un edificio che si chiamava Elgon B.

IV. ELGON B
Vidi anche le anime dei decapitati a causa della testimonianza di Gesù e della parola di Dio. Essi ripresero vita e regnarono con Cristo (Ap. 20,4) Elgon B, il dormitorio all’interno del cui cortile gli indemoniati di Al Shabab hanno condotto i giovani per ammazzarne 98 di loro, è stato accuratamente ripulito e disinfettato; le pareti crivellate dai proiettili sono state stuccate e ridipinte non più con il colore marrone, ma con il colore azzurro. Elgon è il nome di un vulcano ormai spento, al confine tra Uganda e Kenya. Idealmente questi ragazzi sono stati condotti su di un monte dove sono stati sacrificati. Anche a Gerusalemme esiste un monte che si chiama Calvario sul quale Gesù è stato crocifisso e a Roma esiste un Colle chiamato Vaticano sul quale Pietro è stato crocifisso a testa in giù. Dopo aver celebrato la Messa nell’aula della preghiera nell’Università, ci dirigiamo verso Elgon B e, in attesa della chiave del cancello, recitiamo il rosario quasi a prepararci a salire su questo monte Elgon nel quale i giovani hanno versato il loro sangue per Gesù. Il rosario termina… e la chiave in tempo sincronico giunge. L’assistente ci apre il cancello e mi trovo nel portico inondato dalla luce del sole. Regna il silenzio, nessuno osa parlare: nelle nostre teste le immagini diffuse in internet di quel preciso luogo con decine di cadaveri per terra ed enormi e scure macchie di sangue. Il cortile ora è pulito; è più forte di me, non ho pudore mi inginocchio per terra e bacio appassionatamente le grandi piastrelle di granito. Alzandomi dal suolo vedo il segno delle mie labbra dipinto dalla mia saliva sul pavimento. Padre Julio si commuove e nel suo diario lo metterà per scritto in una pagina che mi darà da consegnare a Papa Francesco. Prima di partire per Garissa avevo letto nell’Apocalisse un passaggio folgorante ed avevo chiesto anche ad un biblista esperto luce su quella frase… Vidi anche le anime dei decapitati a causa della testimonianza di Gesù e della parola di Dio. Essi ripresero vita e regnarono con Cristo (Ap. 20,4). Nessun esegeta avrebbe potuto spiegarmi meglio di questo luogo la frase che mi martellava nel cervello dal primo passo in Elgon B e che mi ero portata nell’inconscio dall’Italia. La memoria in modo meccanico, improvviso e senza chiedermi il permesso, ricollegava prepotentemente quel luogo a quel passo della Sacra Scrittura e mi apriva il sigillo che nascondeva il senso di quella frase. Da quel giorno le anime dei decapitati per Gesù, di cui parla l’Apocalisse, posso dire con estrema sicurezza di averle viste anche io, non solo S. Giovanni e le ho viste in quel luogo. Marzia, una mia compagna di viaggio, nella revisione serale fatta in comune ci diceva che lei aveva avuto la percezione che i ragazzi fossero ancora li! Questa sua percezione andava a irrobustire l’idea che quel libro profetico dell’Apocalisse ben si adattava e ben spiegava la vicenda di questi martiri. Proprio in quel luogo sul Monte Elgon, come sul Colle Vaticano uomini e donne coerenti avevano dato la loro vita per la testimonianza di Gesù e della parola di Dio, come un giorno lontano Gesù aveva dato la sua vita morendo in modo altrettanto orrendo sul monte Calvario. La commozione di Caterina, Doreen, Emanuele, Marzia, Jimmy, Sister Eveline, P. Nikolas, P. Ernesto, P. Arturo e P. Julio è molto forte! Camminare in quel luogo santo, vedere quelle mura ci riportava al 2 aprile 2015. Le urla dei poveri martiri e le imprecazioni degli aguzzini si sovrapponevano. Mentre tutte queste idee ed emozioni popolano il cuore, Robert – un professore cattolico sopravvissuto alla strage – ci dice che i terroristi usarono particolare ferocia islamica, sgozzando molti ragazzi. Il versetto di Apocalisse parla di decapitati, perché nell’antica Roma la pena capitale era sovente quella della decapitazione, mentre sul monte Elgon a Garissa il supplizio è quello di sgozzare, tagliare la carotide, far uscire fiumi di sangue e solo dopo staccare violentemente la testa. Nell’Antico Testamento si sgozzava l’Agnello per la Pasqua, altre versioni dicono: si immolava l’Agnello per la Pasqua. I giovani a Garissa morivano sgozzati, oppure in un altro atroce modo, come recentemente per le quattro suore di Madre Teresa. I proiettili caricati nelle armi dagli islamisti di Al Shabab erano tutti ad espansione: un terribile modo di uccidere, teso non semplicemente ad ammazzare, ma soprattutto a sfigurare i martiri. I ragazzi venivano fatti stendere per terra, su quel pavimento che stavamo calpestando, e poi veniva sparato un colpo alla testa, ma la munizione ad espansione causava la frantumazione della scatola cranica in mille pezzi: le teste saltavano come meloni spappolati. Robert ci raccontava quanto fosse stato raccapricciante per i parenti riconoscere i propri cari dai vestiti o da segni particolari sul corpo… perché le teste semplicemente non esistevano più. I terroristi usavano fucili di assalto chiamati AK47. Erano imbottiti di esplosivo e durante gli scontri a fuoco con le milizie regolari, appena centrati da un proiettile, esplodevano come una bomba, causando ferite anche nei militari stessi. Recentemente in Yemen, raccontava la superiora delle Missionarie della Carità sopravvissuta, i terroristi fecero esattamente la stessa cosa calpestando e frantumando con i grossi scarponi quando rimaneva della testa delle quattro sorelle. L’intento diabolico e demoniaco è evidente: non è solo quello di uccidere, ma di polverizzare e dissacrare l’identità cristiana! Mentre Robert raccontava, la nausea mi saliva dallo stomaco. Robert racconta il terrore, il caos, gli spari di quelle tragiche ore. L’incubo era iniziato la mattina, all’alba, poco prima delle 5, quando assalitori con il volto coperto hanno fatto irruzione nella struttura, facendo esplodere degli ordigni. Gli jihadisti hanno sparato alle due guardie al cancello di ingresso e poi, una volta entrati, hanno aperto il fuoco a caso, prima di asserragliarsi proprio in questo cortile del dormitorio degli studenti. Poliziotti e soldati hanno circondato il campus e hanno avuto uno scontro a fuoco con gli uomini armati, scontro andato avanti per 16 ore, fino al blitz finale, che ha aperto le porte del dormitorio della morte agli agenti. “Abbiamo ucciso molte persone; i kenioti saranno sotto shock quando entreranno dentro”, aveva detto, un membro di al-Shabaab rivendicando l’attacco. E così è stato. Robert continua in modo convulso il suo racconto come fosse successo ieri. Narra di ragazze uccise a sangue freddo soltanto per aver improvvidamente invocato la grazia di Gesù mentre, in ginocchio, supplicavano i loro aguzzini di risparmiarle. O descrive il bestiale sarcasmo degli Shabab che, sparando nel mucchio per ammazzare il più gran numero di studenti, auguravano alle loro vittime una buona Pasqua. Robert ci parla anche di Nicholas, cristiano anche lui, che riferisce queste parole: “Mi sono salvato solo perché, quand’ero bambino, mio zio mi fece imparare a memoria l’inizio di una sura del Corano. È in questo modo che gli jihadisti ci hanno separato: chiedendoci di recitare almeno un brano del loro testo sacro. Se eri in grado di farlo venivi salvato perché musulmano, altrimenti, se facevi scena muta, eri freddato perché cristiano. Dopo esser scampato all’esecuzione mi sono nascosto in un armadio. E da lì sentivo i miei compagni piangere e urlare di dolore. Sono certo che prima di ucciderli, gli Shabab li hanno torturati “. Il professore è anche convinto che l’alto numero di vittime segni una nuova tappa nella islamizzazione della regione: “Non solo vogliono rubare l’anima di questi giovani, ma distruggendo le loro università e uccidendo i loro insegnanti, come è accaduto sempre nell’est del Kenya lo scorso novembre 2014, vogliono anche spingerli verso le madrasse, le scuole coraniche. Come Boko Haram, anche gli Shabab sono ferocemente contrari alla cultura occidentale”, dice ancora l professor Robert. Sto scrivendo questa pagina in Italia, ma con le immagini di quel portico ancora negli occhi. Nelle mie mani giro e rigiro un pezzo di linoleum color crema. E’ una piastrella divelta da uno dei dormitori. Mi dicono che lavare e togliere macchie di sangue secco e raggrumato è una operazione non semplice perché il liquido penetra all’interno delle fibre e lo rende particolarmente resistente a ripetuti lavaggi. Dopo aver percorso il cortile entriamo nelle stanze dei dormitori che ospitavano quattro o sei ragazzi in letto a castello. Qui sono più evidenti i segni del macello. Spazzolini da denti abbandonati, cucchiai, forcine per capelli. E soprattutto, sotto i letti a castello, enormi macchie di sangue non ben pulito. Sposto uno di questi pesanti letti aiutato da Jimmy che intuisce quello che voglio fare. Il linoleum in un angolo della piastrella è spezzato. Faccio forza su quel lembo e con un colpo secco stacco la piastrella, con forza piego quel linoleum in tre parti e lo nascondo nello zaino. Mentre scrivo, proprio in questo momento, mi fermo… prendo la reliquia e la porto alla fronte, appoggio la macchia di sangue sulla fronte e imploro misericordia per i miei peccati. Questa reliquia del sangue dei martiri è forse il più prezioso regalo che mi sono portato dall’Africa, insieme ad una forcina di capelli, mentre a Doreen ho lasciato il bossolo di un proiettile per non avere problemi alla frontiera. Il mio intento è di tagliare in piccoli pezzi quel linoleum e di metterlo in piccole teche come reliquia, con scritto Il Sangue dei Martiri è seme di cristiani (Tertulliano) e di regalarlo agli amici, affinché lo conservino come potente farmaco contro la vita dissipata che tutti viviamo in Europa. Toccare con mano il loro sangue, accarezzarmi con il loro sangue la fronte mi rende partecipe della loro storia, mi compromette. Una delle cose più efficaci della nostra spedizione difficoltosa, dura ed anche pericolosa a Garissa è che tutti e sei non siamo stati spettatori, ma ci siamo voluti mettere in gioco, compromettere, prendere posizione. Avvicinandoci a Garissa ci eravamo fermati due volte a pregare e tutti avevamo baciato fisicamente il Vangelo di Giovanni su di un’altra frase che mi aveva guidato nel viaggio di settembre e che recita così: Verrà l’ora in cui vi uccideranno ed uccidendovi penseranno di rendere gloria a Dio (Gv16,2). La stessa frase me la sono ritrovata nel vangelo della Messa il 2 maggio 2016, in occasione della inaugurazione della Chiesa a Bura Tana. Non lo avevo capito al momento, perché la lettura era in Kiswaili, ma rileggendo la liturgia in italiano tale frase è stata una folgore nel cuore. Ed anche questa sera mentre la rileggo mi purifica la mente. Ma è possibile che nella visita a Garissa il Signore mi mandi sempre frasi acute e taglienti? Anche questa frase sembrava scritta da duemila anni per l’università di Garissa e l’esegesi più bella di quella frase non l’ho scoperta su testi scolastici più o meno autorevoli, ma nella morte eroica di quei giovani uccisi esclusivamente per il nome di Gesù. La frase di Giovanni al capitolo 16 diventava vita e ricordo nella costruzione della chiesa in onore di quei martiri. Si è fatto tardi, Padre Ernesto ci dice che dobbiamo lasciare il Campus. Il caldo è grande e la luce del sole fortissima. Scendiamo nel cortile dai dormitori dove ho rubato la piastrella di linoleum, santa reliquia del loro sangue, e ci mettiamo in cerchio: ci teniamo le mani e con gli occhi pieni di lacrime recitiamo lentamente il Padre Nostro, dicendo con la nostra preghiera, che i cristiani considerano tutti gli uomini fratelli e che i cristiani perdonano i nemici che con odio li uccidono, anzi… li amano. “A voi che mi ascoltate dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia porgi anche l’altra” (Lc 6, 27-29a). Questo è un altro pezzo di Bibbia la cui esegesi potente ben si colloca a Garissa e, proprio a Garissa, per una singolare coincidenza, nella mia recente visita del 6 settembre, questo era il vangelo che nella Messa avevo letto e che aveva avuto il potere di commuovermi profondamente. Tale esperienza non potrò mai più rimuoverla dal cuore!

V. CIELO STELLATO
Scrivo sotto la zanzariera in un caldo afoso e in una notte piena di stelle come l’equatore solo ti sa regalare. Un cielo profondo e pieno, pieno zeppo di stelle, grosse libellule girano per la stanza, i topi camminano sul tetto… Lontano gocciola acqua dalla cisterna dalla quale ci laviamo. È la conclusione di una giornata faticosa piena di polvere per le piste disseminate di buche, di miseria, ma anche testimonianza. È la testimonianza dei 148 martiri che mi rivela il mio peccato e mi impone un radicale progetto di vita solo su Gesù. La notte è calma all’interno della missione protetta dai soldati dell’esercito e dove i musulmani fanatici hanno divelto la croce che sta sul logo di entrata alla parrocchia. Segno che qui i cristiani non sono bene accettati. Con me questa voltano viaggiano Caterina, già compagna di una missione in Gaza nel 2014, Emanuele il nostro medico responsabile del nostro servizio HIV in Africa, Marzia sua moglie, Doreen e Jimmy due giovani del Kenya che sono iscritti alla nostra associazione. Sono stanco e sono molto pensieroso mi sento un verme non solo nel confronto dei 148 martiri ma anche di 4 padri del Guatemala e del Salvador che qui abitano con una profonda e grande coerenza di vita. Non abbiamo corrente, le batterie alimentate da miseri ed usati pannelli solari permettono a noi di caricare le batterie dei telefonini. Non abbiamo acqua corrente ci si lava come si può… Ma qui in questo inferno di Garissa scopriamo il fascino di essere cristiani. La piccola ma meravigliosa chiesetta che sembra essere una decorazione di marzapane per una torta ci ha fatto impazzire ieri nel momento della inaugurazione. Pochi cristiani con grande fatica portando acqua a spalle hanno impastato cemento, hanno scavato fondamenta, hanno costruito una chiesa dove prima non vi era nulla. Scopriamo il fascino di essere cristiani nella terribile provocazione di 148 giovani che abbiamo incontrato nel loro sangue e nell’aria ancora carica di morte. Morti per Gesù, eloquenti e forti nel loro dichiararsi fedeli a Cristo. Così mi addormento in questa notte africana, facendo l’esame di coscienza e vedendo quanto sono inadeguato nel confronto di questi cristiani, di questi costruttori di chiesa, di questi giovani che hanno bagnato di sangue questa terra santa che ho baciato con forza passionale. Chiedo a loro di insinuarsi dentro di me tra le pieghe della mia incoerenza, falsità e superficialità e di regalarmi, perché io non ce la faccio, il dono della loro statura umana, che è molto simile a quella di Santina, quella cioè di persone semplici e buone che con un pensiero coerente donano la loro vita a Gesù. Chiedo perdono a Dio dei peccati e delle mancanze di questa giornata e mi addormento tra le sue braccia sicuro che questo pellegrinaggio, tornato in Italia, produrrà opere di luce e forza nel combattere il male… Guardo alla medaglia di San Michele arcangelo, nostro compagno di viaggio e chiedo a lui di proteggermi dal diavolo che sempre sta accovacciato alle nostre spalle e che, come i ragazzi di Garissa, siamo chiamati a vincere, a costo di ferite cicatrici e sangue… Quel sangue di cui ancora i pavimenti dell’università portano l’alone. Chiudo l’iPad. Sono davvero stanco, sudato, con gli occhi che si chiudono e con l’ impressione della sabbia ancora attaccata, nonostante una lunga lavata serale, sceso dalla Jeep, qui in missione.

VI. BRODAGLIA E FAGIOLI
Dall’enorme e consunto pentolone, lurido per il grasso e l’olio, il detenuto con gesti rapidi e frenetici riempie le scodelle di metallo. Mi avvicino incuriosito e scopro un liquido che più assomiglia ad uno scolo di lavandino che ad un brodo… Ha un colore rossiccio terra e a fatica, da quella brodaglia, emergono fagioli neri. Questa è la cena dei prigionieri. Con i miei compagni sono tornato al carcere di Mtangani, qui in Kenya, per assicurarmi che pane, latte, dentifrici e rasoi per la barba giungessero a destinazione, superando il muro di cemento armato della corruzione che blocca ogni alimento e dono nelle fauci dei poliziotti e dell’ esercito posto a sorveglianza dei poveri disgraziati.  I secondini ci conoscono e non sono più ostili; a me ed Emmanuele è concesso di entrare nel carcere con più facilità e vedere il luogo dove verrà posizionata la televisione che abbiamo regalato. Ai prigionieri sarà concesso di vedere i notiziari di mezzogiorno e delle sedici, una finestra sul mondo libero sulla quale affacciarsi, per respirare libertà ed aspettare il giorno dell’ uscita dal carcere. La popolazione carceraria è fatta tutta da poveri, perché i ricchi pagano ed escono. I poveri invece rimangono. Quei disperati sono vestiti da casacche a strisce nere e bianche troppo calde da tenere, per il caldo equatoriale. Un detenuto mi regala la sua casacca strappata nella manica destra e subito essa diventa per me tesoro prezioso da conservare come reliquia… Come i 15 scellini datimi da un povero bambino nella chiesa di Lango Baya come elemosina… Lui che non ha da mangiare regala a me tre piccole monetine, oppure come il linoleum intriso di sangue dei martiri di Garissa, la forcina dei capelli di una ragazza massacrata o il terribile bossolo esploso nel cortile dell’ università. Tutti oggetti carichi di significati fortissimi…Ieri Marzia, Emanuele e Caterina hanno attraversato con me la porta santa, costituita dalla porta schifosa della cella carceraria. Alla partenza da Roma avevamo attraversato quella più solenne di San Pietro ed ora invece quella più modesta ed umile di un carcere lurido e dimenticato ma che per volere di Papa Francesco ha lo stesso valore di quello di San Pietro una esperienza formidabile e stridente che nel cuore cerca composizione e significato. Quella porta della Misericordia del carcere di Mtangani ci ha commosso di più che la porta santa di San Pietro e penso che per i miei compagni rimarrà la vera ed unica porta santa del loro giubileo in questo anno di misericordia. Torniamo a loro, a questa massa di 870 disperati che spinti dalla povertà più nera hanno commesso crimini quali narcotraffico, furto e terrorismo. Chiedo a Marzia, Emanuele e Caterina di baciare i piedi proprio a loro, in una semplice liturgia fatta di Padre Nostro e canti. Accettano volentieri e commossi si inginocchiano a baciare i piedi di tre detenuti. Perché ho chiesto loro di fare questo? Nel vangelo vi è scritto che quando visiteremo un carcerato noi visiteremo Gesù. È un’opera di misericordia corporale, come ci insegna la chiesa e come papa Francesco propone. Dunque, incontrando i carcerati, incontriamo la carne di Gesù. Che esperienza forte ed inebriante abbiamo fatto e per alcuni aspetti anche ardita! Ma quanta pace nel cuore. Infinita tranquillità, regalata da Dio ai cuori che lo cercano. Guardo i prigionieri poveri, scalzi, alcuni di essi ammalati e vedo le condizioni inumane in cui si trovano. Piermarco è un somalo che parla qualche parola di italiano… Lui ci saluta in modo semplice e diretto: benvenuti in galera! La frase diretta e immediata mi mette un’ infinita tenerezza. Abbraccio il somalo, colpevole solo di essere senza permesso di soggiorno, e tutti e quattro noi compagni di viaggio ci interroghiamo se in tasca abbiamo il permesso di soggiorno, per abitare degnamente nella fede cattolica e con molta umiltà rispondiamo di no, ma questi gesti e queste esperienze sono un autentico cammino nella riscoperta della nostra fede . Il pesante portone del carcere si é richiuso. Guardo Marzia, che mi segue, e gli altri due compagni e ci avviamo ai tuc tuc che ci attendono per riportarci a casa.

VII. BENVENUTI IN GALERA. UN DISPENSARIO PER GK MTANGANI PRISON
“Hi Fr Luigi. Am Michael of Gk Mtagnani Prison. Kindly buy me a smart phone as u come” L’SMS mi giunge dal Kenya il 19 aprile alle ore 11,04. Dieci giorni prima della partenza per l’Africa. Il breve SMS mi innervosisce, si tratta di una velata forma di forte corruzione che riguarda Michael, il catechista cattolico, se così vogliamo chiamarlo, che presta il suo servizio al Carcere del Governo. Volto buono e pacioso con i prigionieri e spregiudicato nel chiedere a coloro che si avvicinano al carcere. Tutti mi hanno detto di stare attento alle sue richieste di denaro, dal pastore protestante di Oasis of Peace, al Vicario Generale di Malindi… fino a giungere al Vescovo. Il fatto mi irrita e mi mette anche a disagio. Abbiamo 300 Euro dati dal Cardinale Angelo Comastri e una Sua lettera per i carcerati. Giungiamo alla prigione stanchi e Michael si avvicina e subito, dopo una parvenza di saluto, mi dice sfrontatamente: “hai ricevuto il mio SMS?” In modo secco, guardandolo dritto negli occhi rispondo sibillino: “Non ho mai ricevuto nessun messaggio del genere!” L’uomo, seguendo il modo africano, tenta di ridicolizzarmi ridendo. Lo farà anche durante il pomeriggio. Ma non lascio spiragli alla nuova provocazione. Visto che non sortisce risultati, l’uomo ci prova con una domanda: “Hai portato qualcosa?” Rispondo ancora più secco e con uno studiato tono di voce più forte: “No, assolutamente niente per te.” Entriamo nel carcere accompagnati da questo misero personaggio. Lui ha sorrisi per tutti i carcerati, pacche sulle spalle… e forse i poveracci credono che sia anche un buon uomo, che parla loro di Dio, mentre noi sei siamo degli estranei e in più quattro di noi sono muzungo, bianchi. I carcerati come a febbraio si radunano attorno a noi. Dopo la preghiera, dico che ho un regalo per loro. Si tratta di 15.000 scellini per beni di prima necessità. Michael, immediatamente si rianima, sfodera il suo artistico sorriso da paraculo e davanti a tutti mi dice: “Sono lieto di comperare con loro tutto quanto vi chiederanno…” Lo fisso negli occhi e davanti a tutti dico: “Non ho portato soldi per questo uomo, ma per voi! A lui non darò neppure un minuscolo scellino. Scrivete quello che voi volete e che il carcere vi permette ricevere ed io e i miei 5 compagni andremo a comperare. Io a lui non do nulla.” L’uomo diventa rosso e gira il volto verso l’esterno… non riesce a guardarmi negli occhi. Mi sembra di aver vinto la mia battaglia, ma con i neri corrotti non è così semplice. Sono i peggiori: sono lupi da una parte con l’occidentale e sembrano pecore dolcissime con i più poveri di loro, mentre li pugnalano alle spalle. Sento la voce di Michael alle mie spalle, vicino ai miei 5 compagni. “Scusate, che ne dite, chiede ai poveri prigionieri, se io vado con loro? Io so bene quello che vi occorre!” Un coro di sì si alza dai detenuti… non posso andare contro la massa dei prigionieri. Mi studio una mossa di contrattacco… Vedo Piermarco il somalo che sta scrivendo su un pezzo di carta quanto vogliono: ecco la soluzione! “Molto bene Piermarco, scrivete la lista esatta di tutto quanto volete.” L’uomo si sente valorizzato, chiede consigli e iniziano richieste semplici ed elementari per un luogo dove manca tutto: latte, pane, sapone, dentifricio, lamette da barba. Piano piano la lista prende forma. Appena sembra conclusa, la strappo dalle mani di Piermarco, prima che la piovra Michael capisca e se ne possa indebitamente impossessare. Ed esclamo: “Molto bene, ora sappiamo esattamente quello che volete: questa lista sarà la nostra lista della spesa e poi Doreen e Jimmy ci aiuteranno a capire esattamente quali prodotti vi occorrono. Va bene?” Un applauso accoglie la mia richiesta. Bene, mi giro e consegno la lista a Marzia… lasciando spiazzato il catechista corrotto. A questo punto sono io a tenere il gioco in mano; mi giro verso Michael e gli dico: “Naturalmente Michael, tu verrai con noi per vedere come si fanno le spese!” L’uomo accenna un sorriso poco riuscito, mentre invece Doreen e Jimmy sorridono compiaciuti e rassicurati dal mio comportamento, non certo debole, nei confronti di quel misero residuo di uomo. Usciamo dal carcere maschile e, dopo aver celebrato la messa nel carcere femminile, dopo aver letto la lettera bellissima del Cardinale a tutti i carcerati, consegno davanti alle prigioniere i 15000 scellini, destinati alle le carcerate, a Padre Albert, il Vicario Generale, provocando risentimento in Michael, che a Doreen osa dire: “e per me non vi è niente?” “Doreen, ti avevo chiamato 5 volte e mai mi hai risposto, perché?” La donna fa finta di non sentire… saliamo in macchina e ci dirigiamo al supermercato. La situazione del carcere ci ha sconvolto. Marzia mi dice che è stata l’esperienza più forte che ha vissuto, Emanuele ricorda le mani dei prigionieri al di là delle sporche grate, le condizioni inumane in cui vivono, il loro cibo, le maleodoranti latrine e la loro povertà. Sono i poveri in prigione in Kenya, non i ricchi, sono malati di AIDS e di malaria. Non hanno nulla. Ed il carcere in Africa di sicuro non ha lo standard europeo. Il Kenya è tra i Paesi del mondo con alta popolazione carceraria, che negli ultimi 20 anni è aumentata vertiginosamente. Tale problema carcerario si inserisce in una visione degradata di società, perché quando si tocca la società e i pilastri di questa società, soprattutto riguardo ai programmi sociali, alle realtà sociali, e si arriva purtroppo alla prigione, si fa sì che le persone diventino non più persone, ma oggetti o soggetti di un commercio e di un sistema che esclude, scarta, e fa in modo che le persone non siano più persone. Quindi, le svuota. Il sistema carcerario ha questa caratteristica: svuotare e nascondere i problemi. La situazione nel carcere di Mtangani è pessima, allarmante, di totale mancanza di umanità: la persona rimane marcata per tutta la vita, e quindi non c’è ritorno. Anche se la persona non tornerà in carcere, questo marchio, questo momento della sua vita, rimarrà per sempre. I carcerati rimangono con la difficoltà di organizzare la vita, di sapersi e di sentirsi sicuri. C’è tutto questo mondo, perché il carcere svuota la persona: il grande male del carcere è quello di svuotare la persona, che non è più capace di dire: “Io sono il padrone di me stesso”, la priva della capacità di disporre della propria vita, di organizzarla, perché la sua vita è organizzata da altri. La persona è come se fosse un robot – diventa un robot – e ciò incide sulla sua vita futura. E a volte può facilmente tornare al crimine. Si dice che la polizia ancora picchi, e picchi forte, soprattutto quando ci sono le retate. Ma con i miei cinque compagni diciamo che la tortura è anche un “carcere disumano”: quando c’è il sovraffollamento, quando manca il cibo di qualità e manca la salute che garantisca loro di poter vivere in questi luoghi. Perché se lo Stato imprigiona, deve garantire la vita di queste persone in carcere, e invece non lo fa. Papa Francesco in questo ci incoraggia; ci dice: “Andate avanti, questo è il cammino della Chiesa”. È una Chiesa che è in uscita, che non ha paura di sporcarsi le mani, ma vive, ha i piedi impolverati, perché è vicina ai più dimenticati di questo mondo. I carcerati di Mtagani hanno bisogno di misericordia, la misericordia di qualcuno che cominci a guardarli con occhi diversi, non con gli occhi di chi li condanna, li esclude e gli dice: “Per quello che hai fatto ora devi pagare!”. No, ma con gli occhi di chi dice: “Sì, hai fatto un errore, ma c’è una possibilità”; è quel “vai e non peccare più” che Gesù dice all’adultera, a Zaccheo, ai pubblicani e a tante persone, e che dice anche oggi a noi. Queste belle considerazioni mi accompagnano mentre Jimmy guida il pullmino verso il mercato. Quelle mani dalle grate, quel cibo scolo di lavandino, quei poveri carcerati ammalati di malaria e di AIDS ci commuovono! A febbraio uno di loro aveva chiesto per la prigione una televisione … Lo propongo a Caterina, Emmanuele e Marzia; immediatamente siamo tutti d’accordo: ripartiamo la spesa in quattro parti e comperiamo un bel televisore. Al supermercato ci dividiamo in due squadre: Caterina, Emanuele e Jimmy si dedicano alla scelta del televisore; Marzia, io, Doreen e Michael alle richieste dei prigionieri. E’ bello ed anche divertente guardare il foglietto stropicciato e comperare pane, latte, pezzi di sapone e dentifrici. Marzia paga e mettiamo da parte gli scontrini. Dopo un’ora rientriamo al carcere dove ci sta aspettando il Direttore Hassam, che ci riceve gentilmente nel suo studio. Tutte le nostre provviste vengono portate da lui e inizia la divisione: latte in polvere per tutti e latte normale per i malati; rimane da sistemare il televisore, ma Hassam cambia discorso e ci chiede di cosa si occupi la nostra Fondazione Santina. Prendo la parola e spiego con cura. E lui con molta calma mi dice: “Monsignore, abbiamo bisogno di un nuovo dispensario, ce lo potete costruire?” Mi metto a giocare in modo africano… “Per noi sarebbe un onore! Pensa siano sufficienti 4000 Euro?” Pensavo di aver giocato al minimo e mi aspettavo una risposta al rialzo. Invece mi va meglio del previsto: “Padre per questa cifra noi costruiamo un dispensario di 100 metri quadrati con due bagni! Deve sapere che non ho bisogno di manodopera, falegnameria e muratori, li ho tra i prigionieri, quella cifra è perfetta.” Gli chiedo in cambio di esporre il nostro logo e, senza paura, chiedo di ‘mettere fuori’ Michael. Ci risponde che non è un problema. Allora è fatta e gli chiedo di mandare un preciso progetto. Lo valuteranno i nostri esperti e poi invierò i soldi al Vescovo di Malindi che provvederà ad erogarli a loro, in rate successive, durante lo sviluppo dei lavori e con opportune certificazioni. Sorride compiaciuto il giovane direttore. “Grazie Monsignore! Buon viaggio per l’Italia…” “No Direttore, domani io ritorno con loro, per vedere se la televisione è sistemata nel carcere e ci faremo anche una bella foto”. Il Direttore, rimane piacevolmente sorpreso della mia benevole arroganza e con un faticoso sorriso mi dice di sì: “Padre domani Philip, l’attenderà al carcere per la fotografia”. E da gentiluomo alza il livello della sua disponibilità e conclude: “Troverà anche una lettera di ringraziamento per pane, latte, dentifrici e saponi: se l’è proprio meritata. E’ stato un piacere incontrare una persona concreta e diretta come lei. Jambo!” Usciamo felici dal carcere, salutiamo Michael e recitando il rosario per i nostri prigionieri, ritorniamo alle nostre abitazioni. E’ molto buio, sono quasi le 8 di sera e domani dobbiamo visitare i nostri malati di HIV. Doreen e Jimmy si compiacciono con noi di come abbiamo svolto le trattative per il cibo, la televisione e soprattutto per il dispensario. Quei poveri prigionieri finalmente riceveranno cure più dignitose e in noi maturava la consapevolezza di aver incontrato in loro Gesù . Proprio lui infatti nel Vangelo ci dice: “Ero prigioniero e siete venuti a visitarmi” (Mt 25,38)

VIII. LA NUOVA CAPANNA DI DANIEL
In febbraio ero stato in ospedale per riportare nella propria capanna Daniel, un bimbo di sei anni che è nel nostro programma di adozione a distanza. La sua storia è particolarmente commovente, perché fuori dalla vecchia e malandata capanna fatta di fango e con il tetto di frasche è sepolta la piccola sorellina Grace, di pochi mesi, e la sua mamma, morte entrambi di AIDS. Il padre è scappato e l’anziana nonna cura i quattro bambini. Già a febbraio le condizioni della capanna erano pessime, fessure da tutte le parti e il tetto scomposto in più parti: Jimmy mi diceva che con 300 euro si poteva rifare il tetto. Ero arrivato a Bergamo con questa idea nella testa e a pranzo da mia sorella ho raccontato questa cosa, poi non ci ho più pensato. Una settimana prima di partire per Restoring Hope in Garissa 2016, mia sorella mi dice che una sua amica ha versato Euro 300 per il tetto della casetta di Daniel. Ma che bella notizia! Chiamo Jimmy. Il giovane con whatsapp mi risponde che sarebbe anche necessario rifare le pareti e la porta per un totale di 510 euro. Sento alcuni membri del direttivo in occasione della presentazione a Roma del libro Opere di Luce in un locale vegano, chiamato Sanacaffè. Maurizio, Francesca e Giampietro mi danno l’ok. Non ci penso due volte ed il giorno dopo spedisco a Jimmy via moneygram il denaro, chiedendo di poter inaugurare la capanna in occasione del viaggio la settimana seguente. Jimmy mi dice che era possibile ,ma essendo la stagione delle piogge, per ricostruire la capanna occorrevano giorni senza pioggia. Avrebbe fatto comunque di tutto per ultimare l’opera. Non passano neppure 10 ore che il bravo giovane mi ha inviato una foto di un tuc tuc stracarico di travi – ho faticato un po’ a capire che fosse un tuc tuc – e una grande commozione mi ha suscitato la povera immagine del tuc tuc pieno di legno per la nuova casetta di Daniel. Poi è stata la volta del cemento, della lamiera per il tetto. Fase dopo fase Jimmy documentava la costruzione della capanna, fino al giorno della partenza per il Kenya. Dopo il lungo viaggio Roma – Addis Abeba – Mombasa, abbracciandomi all’aeroporto Jimmy mi dice: “Padre la casa di Daniel procede bene”. Il ragazzo era entusiasta di mostrarmi i reali progressi del rinnovo. E così il povero Jimmy in viaggio verso Bura Tana e al ritorno da Garissa era al telefono per seguire i lavori e mi teneva informato sul loro svolgimento. Voi forse vi chiederete se vale la pena spendere soldi per lasciare i 4 piccoli e la nonna in un tugurio. Noi vogliamo stare vicino ai poveri con le nostre piccole forze e la cosa più bella è che le nostre piccole forze realizzano talvolta soluzioni di vita molto più dignitose di quelle in cui vivono i nostri poveri : con pochi soldi è stato realizzato un tetto più robusto e impermeabile per affrontare la stagione delle piogge, le pareti sono state rifatte con pilastri portanti e la capanna ora ha anche una stupenda porta in legno. E per una cifra ridicola. Per Daniel vale lo stesso che per Naomi: come 50 euro salvano la vita a Naomi, permettendole una adeguata alimentazione e una medicina un po’ più costosa, 510 euro ricostruiscono una casetta che ripara dall’acqua i poveri abitanti! Se si riesce a dare poco a tanti e quel poco cambia loro la qualità della vita, forse questa è la strada giusta. Così, quando abbiamo dovuto decidere se da 10 euro passare a 15 euro al mese (cifra incredibile per noi occidentali) per l’alimentazione dei nostri malati di HIV, abbiamo scelto di mantenere i 10 euro, per poter raggiungere un numero più alto di persone ed in alcuni casi salvare loro la vita. Al ritorno da Garissa Jimmy, con ferma gentilezza, mi impone di andare a visitare il suo capolavoro. Sono stanco e scottato, ma non posso scontentare il bravo giovane che con tanta passione ha realizzato quel piccolo gioiello. Arriviamo alla capanna al calar del sole, i bambini mi corrono incontro; dopo aver recitato una preghiera di suffragio per Grace e la mamma di Daniel mi avvicino alla nuova capanna provo tanta commozione e dolcezza: gli occhi della nonna entusiasti, i bambini attorno a farmi festa, la casetta bella, con la lamiera ben fissata sulle travi portate dal tuc tuc. Quanta gioia per un intervento semplice, ma che radicalmente cambia la vita di 5 persone! Jimmy mi dice “Padre, ora la casetta almeno sarà libera dai ratti che la notte circolano sul tetto di frasche; essendo il tetto di lamiera non ci saranno più”. Mentre Jimmy parla mi veniva in mente la notte passata nella capanna di Rosaline due anni fa, con ratti che correvano su e giù per le travi… Almeno Daniel, i suoi fratellini e la sua nonna passeranno la stagione delle piogge all’asciutto e senza topi. Jimmy è soddisfatto! Lo elogio davanti a tutti: preciso, meticoloso e puntuale, uomo che sa onorare la parola data, lo ringrazio veramente di cuore. Si vede che è molto contento: ha realizzato una bellissima opera e la sua gente è a lui riconoscente, ma soprattutto Jimmy è felice per aver fatto del bene e questa gioia la si legge nei suoi occhi pieni di luce. Giriamo un piccolo video da mettere in youtube, perché tale lavoro merita davvero, ma la scena più commovente avviene il giorno dopo. A tavola il bravo giovane ha estratto dalla sua tasca un mucchio di carte stropicciate e su una di esse, con scrupolo, annota cifre. Jimmy ha conservato tutte le ricevute di quanto ha speso: chiodi, cemento, lamiera, ferro, catenaccio per la porta, manodopera e trasporto. Esegue il conto e con precisione mi dice: mi avanzano 40 euro, posso usarlo per fare le finestre?”. Acconsento con entusiasmo. “Bene padre eccoti tutte le ricevute, portale in Italia e falle vedere alle persone che hanno offerto soldi per la casetta nuova di Daniel, è giusto che vedano dove sono andati a finire i denari”. Prendo con devozione nelle mie mani quei foglietti di carta, mi guardo con Caterina… anche lei è commossa! “Caty metti in borsa queste ricevute, le portiamo in Italia alle persone che hanno creduto in noi e alla nostra opera…” E le persone incredule devono solo guardare in youtube il video di due minuti. Non dobbiamo di-mostrare niente, dobbiamo solo mostrare tutto!

IX. QUINDICI SCELLINI
Cosa mi rimane nel cuore di questa manciata di giorni vissuti allo spasimo fino all’ultimo secondo? nel cuore e nel cervello si rincorrono immagini profumi, sapori, odori. Cerco di rincorrerli e di ordinarli, ma non ci riesco. Mi esplodono tutti nel cuore… Fuochi di artificio dai meravigliosi colori di una realtà drammatica e entusiasmante, da Garissa a Mtangani prison. Al centro di esse, però, forte e prepotente emerge nel cuore mio e in quello dei miei compagni l’immagine di un bimbo bellissimo, che il prossimo 19 maggio compirà 4 anni, di nome Albert. Il piccolo avanzava saltellando, dopo lo messa che ho celebrato a Lango Baya, traduzione per la Baia del Diavolo e molto assomiglia all’ inferno per le sue estreme condizioni di vita. I padri hanno abituato i piccoli bambini che vivono in sporche capanne ad essere generosi e allora durante la messa raccolgono le loro monetine. Si tratta di pochi spiccioli. Dall’altare provo ammirazione per i piccolini che sfilano e lasciano i loro soldi i nella borsa per l’elemosina. Li guardo con attenzione, le loro manine nere e gli scellini che tintinnano nella borsa. Provo ammirazione per loro e mi sento umiliato dal loro grande esempio, così piccoli e così poveri lasciano il loro soldino nell’ elemosina. Mi viene in mente la buona vedova del Vangelo che aveva in tasca due spiccioli e li getta entrambi nel tesoro del tempio senza tenerne uno per se. Che paradiso nell’ inferno di Lango Baya. Con generosità buttano le monetine e i loro occhietti si accendono felici di aver donato! Che meraviglia, che esempio, che formidabile provocazione. Padre Alessandro parla di Fondazione Santina e spiega ai bambini che noi raccogliamo i soldi per fare del bene. Un piccolino è in fondo alla chiesa. Piccolino piccolino ha la manina chiusa, ma non getta i soldini nella busta. Mi guarda con intensità e me ne accorgo, perché quando i i bambini ti guardano con il cuore ti bucano l’animo. Durante tutta la preghiera della messa il bimbo rimane per me avvolto in un alone impercettibile di mistero. Ma perché non ha messo i soldini? Forse non ha proprio nulla… Forse non vuole dare… E poi cosa ha nella mano chiusa a pugno? Un sassolino, una foglia, un insetto, una caramella… oppure un soldino? La messa finisce e vengo avvolto da un nugolo di bambini che mi salutano festanti. Tutti mi toccano, Jambo Jambo… Mi sento strattonare la camicia fortemente. Mi giro ed il piccolino di 4 anni mi guarda allunga la manina chiusa. Mi abbasso verso il suo faccino nero nero e lui lentamente fa cadere nella mia mano bianca 3 piccolissime monete di 5 scellini . In totale l’equivalente è la sbalorditiva somma, più o meno, di 15 centesimi di euro. Parla in kiswaili con la parlata ancora incerta. Il fratello di 15 anni mi traduce in inglese:” Padre Gigi, il mio fratellino Albert mi ha detto che lui vuole dare a te i suoi soldini come elemosina per le tue opere di bene. Sono tutti i suoi risparmi, che da diverse settimane ha messo nella sua tasca e custodisce gelosamente. Li vuole dare a te”. Guardo Albert che, mentre lascia cadere il povero denaro, si accende in volto di un meraviglioso sorriso, quello di un angelo meraviglioso. Scappa via, non posso dire niente a lui perché il suo gesto mi ha tolto la parola, mi ha ammutolito, ha azzerato ogni mio calcolo ogni mio pensiero. Guardo i tre soldini che mi sono rimasti nella mano bianca. Una lacrima cade su una moneta e la luce del sole la accende di un riflesso bellissimo. Mi siedo sul banco della chiesa e mi sento senza forza, mi sento completamente trasformato da quel meraviglioso gesto. In tutta la mia vita mai avevo ricevuto del denaro dal valore inestimabile come quello. Quel denaro è venuto dal cielo, una angelo di Dio me lo ha portato qui sulla terra e me lo ha messo nelle mani a Lango Baya. Torno in Europa con la grande ricchezza dei 15 scellini. Dio mi ha visitato, Dio mi fa capire che la ricchezza vera è la generosità del bimbo africano, che mi dona i sui 15 centesimi. Se questa sera mi mettessero davanti qui in Africa, su di un piatto, un milione di euro ed i 3 soldini del bimbo in un altro piatto…Sapete cosa sceglierei per la nostra Fondazione, senza alcuna indecisione, con grande forza e passione? Darei un calcio al milione di euro, lo brucerei in un bel falò e mi inginocchierei davanti ai tre soldini del bambino, che sono reliquia di una anima pulita pura e generosa. Non li ho messi con gli altri soldi nel portafoglio: nessun altro centesimo è degno di stare vicino ai tre soldini dell’angelo. Quei tre soldini sono magici. Inceneriscono tutto ciò che non è pulito ed innocente. Li conservo non come denaro, ma come tesoro prezioso. Sapete, vi dico una cosa: La nostra Fondazione Santina crescerà, perché ora nel suo patrimonio ci sono i 15 scellini di Albert ed il nostro patrimonio non è il denaro, ma è il cuore buono dell’ angelo nero di Albert, il cuore di tante persone povere, come è avvenuto a Lango Baya. Tengo nelle mie mani quei soldini e vi devo dire che mi hanno stregato, mi hanno sedotto e nel cuore ho gli occhi di Albert e il sorriso di quell’ angelo fuggito via. Errori ortografici, pensieri scoordinati, ma amici questo scritto racconta, qui dall’ Africa, il mio cuore impazzito insieme a quello dei miei compagni di viaggio per un paese dal quale abbiamo ricevuto tanto, ma tanto e che domani ci lascierà nel cuore un’ incredibile nostalgia. In tasca porterò però con me i tre soldini dell’ angelo di LangoBaya. Ciao Africa il mio cuore si è innamorato di te!

X. NAOMI
E’ una calda sera dei nostri ultimi giorni di permanenza in Kenya, siamo stanchi e stiamo visitando i villaggi dove abitano i malati di AIDS che seguiamo nel nostro programma chiamato Comprehensive care outreach Msabaha . Il caldo del giorno lascia gradatamente posto al fresco della sera, anche se il sole non è ancora tramontato. Siamo fuori dalla capanna di Naomi, una bellissima bimba di 9 anni affetta da HIV, che rapidamente si sta trasformando in AIDS. La bimba ha uno sguardo spento e stanco. Invito i miei compagni di spedizione ad entrare nella capanna. Spalanchiamo la porta e il contrasto tra la forte luce del sole ed il buio della capanna ci sorprende, impedendoci di vedere l’interno; poi gradatamente la vista si abitua e cominciamo a scoprire una grave e severa povertà. L’ambiente è suddiviso in due parti, una per la notte e una per il giorno, non esistono tavoli, sedie e letti, ma solo alcuni sacchi in cui sono ammassati gli stracci chiamati vestiti, uno dei quali avevo portato in Italia nel mese di febbraio. Attaccata alla parete una vecchia lanterna a petrolio spenta. La bambina mi tiene per mano. La miseria così forte è un invito alla riflessione. Chiedo la parola ai miei compagni e sparo a raffica alcune domande: Perché Naomi e la sua famiglia questa notte dormiranno qui, mentre noi in puliti e comodi letti con aria condizionata nella stanza? Perché loro non hanno vestiti e noi ne abbiamo troppi? Perché loro non hanno da mangiare ed invece noi dobbiamo metterci a dieta? Leggo nel volto assorto dei miei sei amici la perplessità e lo spiacevole sentore della abissale differenza tra i due stili di vita, che mette a disagio noi occidentali benestanti e benpensanti. Ma l’Africa è fatta per questo: per creare disagio, per promuovere un nevrotico disagio e spingere a cambiare vita! Mi sono spinto audacemente troppo in là nelle mie riflessioni ad alta voce e decido allora di terminare il mio discorso con la preghiera del Padre nostro, chiedendo a tutti di ricordarsi di Naomi e di questa famiglia che vive nella capanna, la sera mentre ci si addormenta.Usciamo dalla capanna assorti ed anche con inquietanti interrogativi nel cuore su come noi viviamo. Jimmy è preoccupato per la piccola Naomi e mi mostra i suoi esami del sangue che rivelano un’ emoglobina bassa. Subito Emanuele, il nostro medico nella spedizione, mi fa capire che la situazione non è bella. Jimmy se ne accorge; io inghiotto amaro e nell’auto dico a lui: “Domani porta a pranzo la piccola, almeno le facciamo mangiare qualcosa di buono.” Il volto del giovane si illumina e anch’ io mi sento contento per il piccolo passo di solidarietà compiuto, avverto che anche Caterina, Marzia, Emanuele e Doreen condividono fino in fondo l’idea.  E’ domenica. Prima del pranzo e quindi della partenza per l’aeroporto di Mombasa celebro la messa. Lei, piccolina, è li con un maglioncino grigio, con le sue ciabattine consunte ed una gonnellina di color verde. Mi tiene la mano. Vicino a lei vi è Pilli, una donna affetta da AIDS. Prendo la bambina in braccio e la faccio sedere sulle mie gambe. Celebrerò l’Eucaristia con Naomi sulle mie gambe, vicino al mio cuore. La presenza di questo angelo mi purifica come, nel carcere femminile in Perù sulle Ande, lo aveva fatto il piccolo bimbo che avevo tenuto sulle mie spalle per tutta la messa. Questi bimbi hanno la capacità di purificare il cuore con la loro sola presenza, infatti Gesù ci dice: “ Se non diventerete come bambini non entrerete nel Regno dei cieli”. Un conto è parlare di AIDS un conto è celebrare la messa con una piccola bimba in braccio che è sieropositiva e tenendo la mano di una donna che è affetta da AIDS conclamato. Che meravigliosa Messa! Molto meglio della solenne Eucaristia di un Papa! La presenza di Gesù era garantita dalle specie eucaristiche, dal libro della Parola di Dio e dalla Carne di Gesù costituita dalle povere Naomi e Pilli. Mentre pronuncio le parole della consacrazione, sento il respiro di Naomi sul mio cuore. Le tengo la mano, guardo i suoi piedini, la guardo negli occhi e dico: veramente questa è la carne di Gesù! Una emozione incredibile mi entra nel cuore e mi sembra di trascorrere un’ora con un angelo custode che veglia sulla mia parola e sul mio agire. Naomi mi guarda curiosa, guarda curiosa l’ipad, ma la sua curiosità non riesce a velare la stanchezza e l’apatia della malattia. E’ stanca Naomi, terribilmente stanca. Sembra essere distante, i suoi occhietti non sono più vispi come a febbraio, quando le rubai il vestitino a brandelli, per donarlo ad una persona ricca in Italia, nella segreta speranza che potesse provocare qualche cosa nel suo animo. Naomi è stanca, Naomi non sta bene: è malata. Mentre celebro la Messa me ne rendo conto. Al momento della pace chiedo ai miei compagni di viaggio di venire a dare una bacio alle scheletriche mani di Pilli ed alla fronte di Naomi. Durante la settimana in ospedale avevamo già accarezzato la morte nelle ossa di una giovane donna che stava spirando per l’AIDS, avevamo a lei pagato i 10 giorni di ospedale, ultimi della sua vita. La Messa termina, Naomi chiede di andare in bagno e Doreen l’ accompagna nella mia stanza. A tavola la piccola siede davanti a me, alla sua destra vi è Pilli ed a sinistra Caterina. Doreen chiede cosa voglia mangiare, domanda del pollo con riso. Mangia silenziosamente e con stanchezza. La guardo pensieroso… è l’ultimo ricordo che ho di Naomi: mentre l’accompagno alla macchina, mi da la manina e prima di chiudere la portiera la riempio di baci, esattamente come facevo con Santina! Mentre volo da Addis Abeba a Roma, nelle ore di notte, sdraiato su tre posti liberi in aereo non smetto di pensare a Lei e di chiedermi quanto le resterà da vivere. Giungiamo a Roma e sono catapultato in ufficio. Il primo giorno non ho tempo per disfare valigie, riposare … figuriamoci per pensare! Ma questa mattina appena sveglio mando con whatsapp una chat a Jimmy: “Per piacere Jimmy inviami gli esami del sangue di Naomi, li voglio far valutare dal Dottor Marco Rizzi, primario di malattie infettive all’ospedale di Bergamo e nostro amico per via della cura del morbo di Chagas”. Non passa neppure un’ora che il bravo e fidato Jimmy mi fa avere per chat le analisi del sangue di Naomi. Sembrano disastrose, soprattutto per il valore dell’emoglobina. Giro immediatamente i documenti a Rizzi. Salto in macchina e parto per l’ufficio. Nei pressi di san Pietro il cellulare suona con un bip, con grande celerità Rizzi ha già risposto. Metto la freccia e fermo al macchia e leggo un testo che mi ghiaccia lo stomaco e le vene: Grave anemia. Molte cause possibili: carenze nutrizionali, HIV, tossicità dei farmaci per HIV, emoglobinopatie congenite … non riuscirà a reggersi in piedi a lungo … se è in terapia antiretrovirale: stop immediato dei farmaci. Poi occorrerebbe qualche esame di laboratorio in più; e sarebbe da trasfondere … Altrimenti si può dare integrazione nutrizionale, ferro, acido folico… Potrebbe morire presto … Le ultime tre parole mi distruggono il cervello: potrebbe – morire – presto. Scoppio in un pianto incontrollato: mi dispiace! Ma no, non è possibile. Non è giusto: ma la tenevo per mano ieri, la tenevo in braccio, la guardavo negli occhi; mangiava davanti a me. Chiamo l’amico medico per cercare una smentita ed invece giunge la conferma del terribile verdetto. “Don Gigi la bimba ha un valore di emoglobina molto, troppo basso: è a 3, se giungerà a 2 morirà. Non illuderti: Naomi potrebbe morire presto”. Ritorno in compagnia del mio pianto, chiamo Jimmy e chiedo a lui di mettersi in contato con il primario di Infettivologia, dico a lui che siamo disposti a pagare per trasfusioni, per visite mediche, ecc… Jimmy mi assicura che farà tutto il possibile. E poi inizio una campagna di sensibilizzazione degli amici. La scelta che abbiamo fatto come Associazione ha una sua coerenza: le nostre adozioni a distanza non nascono dalla raccolta di soldi, ma da una raccolta di cuori. Andiamo a scegliere le vicende più povere e drammatiche del mondo e ci mettiamo in loro ascolto. Non siamo noi ad adottare i bambini con i nostri 300 ridicoli euro! Ma sono loro che adottano noi, come io mi sento adottato e protetto dalla vicenda di dolore della piccola Naomi. Vogliamo metterci in ascolto di queste pazzesche storie di dolore, vogliamo che la loro sofferenza sia una provocazione, che ci tagli la pelle, che ci scortichi la faccia. Vogliamo piangere, vogliamo stare male per loro, vogliamo comprometterci. Non trattiamo i bambini e le bambine come bambole con le quali giocare, per mancanze di affetto psichiatriche, ma vogliamo rivolgerci a loro in modo maturo e forte, vogliamo con loro percorrere il loro spinoso cammino e pungerci i piedi, farli sanguinare e condividere il loro passo lento e stanco come quello di Naomi. La parte più alta e nobile di questa iniziativa di adozione a distanza non è dare 300 Euro, ma metterci in ascolto del loro dolore, codificarlo, scriverlo e meditarlo, nella speranza di diventare più buoni. Noi non prendiamo un singolo bambino e lo riempiamo di ricchezza: questa è una mostruosità! Noi cerchiamo di aiutare non uno, ma il maggior numero possibile di bimbi, magari facendo poco, come pagando una trasfusione o una visita medica, ma convinti che proprio quel poco tante volte in Africa salva la vita. E’ stato duro scrivere questa pagina, la testa mi gira, mi sembra che lo scritto mi abbia risucchiato l’anima, mi sembra che mi abbia rapito sangue, ma al termine di queste righe rimane un’ impronta, un calco di quello che io Caterina, Emanuele, Marzia, Jimmy e Doreen abbiamo vissuto in Africa e che sembra davvero averci messo con le spalle contro il muro. Fa’ girare questo scritto … abbiamo bisogno di contaminare molte persone con questa esperienza incredibile …e dacci una mano ad aiutare Naomi a vivere!

BILANCIO
Il quindicesimo viaggio di solidarietà ha preso il nome di Restoring Hope in Garissa 2016. Nel 2014 avevamo vissuto un’altra esperienza difficile ed impegnativa, in mezzo alla guerra della Striscia di Gaza, dal titolo Restoring Hope in Gaza 2014. Questo titolo è significativo per quanto ci si propone di fare nelle terre martoriate e segnate dal dolore. Durante gli undici giorni in Africa non abbiamo avuto un secondo libero, ma abbiamo ottenuto senz’altro efficaci risultati e vissuto esperienze dall’alto valore simbolico. Il 29 aprile, che è stato a tutti gli effetti giorno di viaggio, è forse il più importante per tre momenti di altissimo valore: la celebrazione della Santa Messa alle ore 17, 00 alla Tomba dell’Apostolo Pietro nella Basilica vaticana, il passaggio della Porta Santa e la consegna del Medaglione dell’Arcangelo Michele benedetto da Papa Francesco.

  • La celebrazione della Santa Messa alla Tomba di Pietro non è semplice da poter realizzare. Occorrono permessi speciali, elargiti con bontà dal Card. Angelo Comastri. Per noi in partenza per Garissa e per tutti gli altri membri dell’ Associazione, essa aveva un grande valore: partivamo da un luogo di martirio, quello di S. Pietro, da una terra bagnata dal sangue del Vicario di Cristo a Roma, per arrivare a Garissa, in un altro luogo di martirio, bagnato dal sangue dei 148 giovani, sangue che abbiamo riportato a casa come una reliquia, sotto forma di una mattonella di linoleum strappata a forza dal luogo della strage. A Garissa, il 2 maggio, avremmo celebrato proprio nel luogo del loro martirio: grande emozione e forte il rimando al martirio di Pietro.
  • Il passaggio della Porta Santa a San Pietro. Siamo nell’Anno della Misericordia e la nostra spedizione ha avuto il gusto della Misericordia. Abbiamo passato lentamente e baciato devotamente gli stipiti della Porta Santa di San Pietro, per poi partire e giungere al carcere di Mtangani, dove dopo esserci purificati baciando con umiltà i piedi a tre carcerati – un ladro, un narcotrafficante ed un terrorista – abbiamo attraversato la Porta Santa voluta da papa Francesco per ogni porta di carcere del mondo. Una emozione incredibile quella di attraversare la lurida e squallida porta di una cella nauseabonda in Kenya, che aveva forte il significato di Misericordia. Forse è stato il momento più alto di tutto il nostro viaggio in Kenya … e il paragone tra le due Porte Sante, ancora una volta, è stato micidiale.
  • La consegna del Medaglione di San Michele Arcangelo. Durante l’udienza generale del mercoledì precedente il viaggio ho fatto benedire a papa Francesco i medaglioni di S. Michele Arcangelo a nostra protezione durante il viaggio pericoloso e duro. Alcune di queste medaglie per noi preziose sono state donate in Kenya al Vescovo di Malindi, al parroco di Garissa e a Suor Eveline che aveva per noi organizzato parte del programma. Quel medaglione è diventato per noi amico inseparabile, nel momento in cui il Vicario Generale per lo Stato della Città del Vaticano, il Cardinale Angelo Comastri, ce lo ha messo al collo, prima della celebrazione eucaristica. Con molto orgoglio lo abbiamo portato dappertutto in viaggio, da Garissa al carcere, fino all’ospedale per la cura dell’AIDS.

Dunque il 29 aprile è stato un giorno fondamentale per il nostro viaggio e tutti noi ne abbiamo avvertito l’importanza con il passare dei giorni in Africa. Dopo questa meravigliosa giornata fondante del nostro viaggio, possiamo dire che non siamo tornati dal Kenya a mani vuote, ma abbiamo portato a casa cose bellissime! Le elenco in sintesi perché non sfuggano nel dettagliato diario. Qui vi è solo un quadro sintetico di quanto abbiamo fatto.

  1. Inaugurazione della chiesa di Bura Tana con Caterina Piantoni che tagliava il nastro, una chiesa così carina da sembra di marzapane: bellissima …In quel contesto abbiamo visto l’esigenza di portare pannelli solari per l’energia elettrica di illuminazione la sera, infatti al termine della bella celebrazione avevamo come unico aspetto negativo la mancanza di luce. Il piccolo progetto è di circa Euro 1600, ai quali dobbiamo aggiungere il debito di 600 euro che Padre Ernesto ha contratto per finire i lavori. In regalo abbiamo lasciato il calice, inviato dal mio zio missionario P. Luigi, paramenti per la chiesa, il quadro della Madonna dipinta da Rossana e una statuina della Madonna inviata dal card. Comastri, oltre a un un centinaio di piccole medaglie dell’Arcangelo Michele da distribuire ai bambini.
  2. A Garissa Sister Eveline ci ha mostrato il suo lavoro con ragazze madri e sfruttate e ci invierà una richiesta concreta di aiuto; a lei abbiamo lasciato la statuetta della Madonna di Lujan, proveniente dall’Argentina e tanto cara a papa Francesco.
  3. Programma di Comprenhensive Care Oureach di Masabaha. Dopo una attenta riunione di cui riferirà concretamente il Dottor Berbenni, avvenuta a Watamu, al nostro quartier generale africano il Temple Point Resort, abbiamo verificato che esistono le reali condizioni per poter incrementare il programma di alimentazione dei nostri malati di HIV e raddoppiare il numero delle persone che possiamo seguire da 13 a 26 malati per un totale di Euro 1600. Il progetto così giunge ad un totale di Euro 4000. A tale cifra si deve aggiungere una piccola spesa di Euro 180 per l’acquisto di una bilancia per l’ambulatorio di Msabaha. In data 10 maggio 2016 ho provveduto all’invio attraverso Moneygram al nostro Jimmy, chiedendo a lui di inviare ricevuta e fotografie dell’acquisto. La terza visita dei medici a Masbaha avverrà nella prossima settimana di maggio e per quella data la bilancia dovrà essere operativa.
  4. Raccolta di carte e documenti per dare vita ad un progetto coerente, affinché Msabaha diventi un Centro ART governativo per la cura dell’AIDS. Con molta fatica e dopo diversi incontri con i referenti dell’Ospedale, il Vescovo di Malindi e la suora che gestisce il dispensario, abbiamo portato in Italia una preziosa carta che per scritto mette i costi ed i tempi per tale realizzazione. Si tratta di una prima stima di circa 11.000 euro all’anno. Stiamo lavorando con molta puntualità anche per il coinvolgimento dell’Ospedale papa Giovanni XXIII di Bergamo con il servizio per le malattie infettive guidato da Rizzi.
  5. Inaugurazione della capanna di Daniel .Nel conto delle cose belle realizzate nella settimana dobbiamo mettere un progetto pilota che ha dato a noi tanta gioia. Il bravo Jimmy, nostro socio in Kenya, in una sola settimana ha ristrutturato la fatiscente capanna di Daniel, un bambino ammalato e con la famiglia decimata dall’AIDS: il costo è stato di soli Euro 510, ma il risultato, pur essendo povero e umile, ha garanzie di sicurezza per le famiglie che vivono in capanne poverissime. Tale iniziativa si potrebbe incentivare. Durante la permanenza abbiamo con gioia inaugurato tale capanna.
  6. Introduzione nel nostro programma di Adozioni a Distanza del figlio di Rosaline Nekesa, che ha 4 anni. Con molta gioia siamo andati a comunicare la bella notizia. Provvederò ad inviare Euro 300 a Doreen, che mensilmente darà a Rosaline euro 25 in questo modo suddivisi: 10 Euro per costo della scuola e 15 euro per Ugali ed alimentazione. Durante la visita a questa famiglia ed in altre capanne nei villaggi abbiamo lasciato vestiti e regali portati dall’ Italia: matite colorate, caramelle, vestitini e scarpe… come al piccolo Sahidi
  7. La nostra piccola Naomi non sta bene. Abbiamo potuto vedere gli esami del sangue, che attestano una progressiva espansione della malattia verso la forma di AIDS. Ho chiesto a Jimmy di farmi mandare esami medici da sottoporre ai nostri infettivologi e di incrementare eventualmente per lei il programma di alimentazione e di cura. Sarà mia attenzione quella di sensibilizzare i genitori adottivi di Naomi qui in Italia. Proprio con Naomi e con una signora musulmana di nome Pilli, che ormai vive nell’AIDS conclamato, abbiamo voluto trascorrere il pranzo domenicale. Anche di questo pranzo simbolico, vissuto a conclusione della spedizione, ho parlato in un paragrafo del diario di viaggio.
  8. Carcere di Mtangani. Durante la visita al carcere di Mtangani abbiamo ricevuto la bellissima proposta di costruire per il governo un dispensario nuovo all’interno della prigione. La proposta è particolarmente allettante, perché il direttore del carcere assicura la mano d’opera e la costruzione degli infissi di falegnameria. Il totale del costo è di Euro 4000. Dopo aver verificato il reale pessimo stato del dispensario odierno nel carcere, abbiamo parlato scrupolosamente con intermediari sicuri per evitare presenza di uomini corrotti nel nostro progetto. Referente nostro per versamenti di denaro è il Vescovo di Malindi. Anche questa proposta sarà portata al Direttivo per iniziare le procedure di costruzione. Durante la visita al carcere per passare la porta santa di una squallida cella, abbiamo portato una lettera del card. Comastri ed abbiamo suddiviso in due parti di 150 euro la carità da lui destinata per il carcere maschile e per quello femminile. I 150 Euro per il carcere femminile li abbiamo dati a Padre Albert, Vicario generale ed abbiamo chiesto a lui di provvedere a distribuirli tra le prigioniere, mentre per gli uomini abbiamo provveduto noi, comperando pane, latte, dentifrici, lamette da barba, sapone … Oltre a questo i membri della spedizione hanno voluto regalare un televisore per tutto il carcere. Non abbiamo lasciato Mtangani senza vedere con i nostri occhi dove andavano a finire le provviste e dove veniva posto il televisore e ci siamo dovuti confrontare, talvolta duramente, con posizioni di grave corruzione da vincere ed escludere.
  9. Missione di Lango Baya, dove abbiamo costruito due aule scolastiche. In tale occasione abbiamo celebrato la messa con i bambini della scuola materna e della primaria. A loro abbiamo lasciato 100 medagliette dell’Arcangelo Michele e, per la cappella dei padri, una raffigurazione della Sacra Famiglia in legno intarsiato, che veniva da Gerusalemme. Padre Alessandro ha messo nelle nostre mani un ambizioso progetto per la costruzione di una scuola secondaria dal costo di 12.782.270 Esso è molto lontano dalle nostre possibilità e fuori dai nostri orizzonti, ma lo abbiamo portato in Italia per i nostri archivi.

In questo nostro diario di viaggio l’elenco che abbiamo descritto, mostra come ogni giornata sia stata programmata al secondo ed abbia offerto sicuramente momenti di preghiera, approfondimento e riflessione, ma soprattutto abbia prodotto risultati semplici ma concreti, con il metodo, da sempre seguito, di voler far giungere i nostri pochi soldi all’obiettivo deciso, senza far perdere per strada, in rivoli di corruzione, quanto raccolto a fatica … e vi dobbiamo dire che non è stato molto semplice e talvolta ha implicato scontro diretto di chiarificazione, sia per il progetto dell’HIV che per quello della costruzione del dispensario. Se da una parte abbiamo con decisione scartato persone corrotte, dall’altra abbiamo scrupolosamente cercato persone competenti ed affidabili, in modo che ora il lavoro dall’Italia abbia i corretti interlocutori.

PROGRAMMA 15MO VIAGGIO DI SOLIDARIETA’
RESTORING HOPE IN GARISSA 2016
29 aprile – 9 maggio 2016

GIORNO MATTINA POMERIGGIO SERA
1.Venerdì
29 aprile 2016
  – 17.30: Vaticano: S. Messa alla Tomba di Pietro e inizio Missione
– h.18.30 incontro di preghiera con Card. Comastri e consegna del medaglione distintivo di viaggio
– h.19.00 ESH hotel Preghiera del Vespro e riflessione Resporing hope in Garissa 2016
– h. 20.00 Buffet e saluti
– h.21.00 Partenza per Fiumicino h. 23.45 Roma – Addis Abeba (Eritrea) h.6.15
2. Sabato
30 aprile 2016
h. 9.39 Addis Abeba – Mombasa h. 11.59
Transfert con Jimmy e Doreen a Watamu
Riposo
h. 19,00 S. Messa e Cena
Domenica
1 Maggio 2016
h. 10. Briefing su intera missione e momenti salienti del programma: Garissa, Carceri di Mtanagani, programma HIV e incontro con Ospedale di Malindi, visita ai bambini delle 10 adozioni a distanza e visita a Lango Baya alle aule da noi costruite h.12.30 Pranzo
– Riposo e relax
– h.16.00 Briefing su Garissa con Padre Alex,
– motivazioni e obiettivi: don gigi
– aspetti tecnici e logistici P. Alessandro(Acquistio provviste per spedizione a Bura Tana e Garissa)
– h. 19.00 Santa Messa e cena
3. Lunedì
2 Maggio 2016
h. 6.30 colazione
h. 7.00 partenza
h. 14.00 arrivo a Bura Tana e pranzo
sistemazione in alloggio di fortuna, senza acqua corrente, ecc…
h. 16.00 Inaugurazione Cappella dedicata ai 148 martiri di Garissa e costruita da Fondazione Santina. Mattone porta santa di S. Pietro.
h. 18.00 festa insieme a comunità locale, rientro in missione per la notte
4. Martedì
3 Maggio 2016
h. 6.30 colazione
h. 7.00 partenza
h. 11.00 arrivo a Garissa, Cattedrale. Accoglienza di sr Eveline e di P. Nicolas
h.11.30 Visita al Campus Universitario e preghiera (s. Messa) al Memoriale dei martiri
h. 14.00 pranzo
h. 15.00 incontro con sr. Eveline e le ragazze madri che aiuta. Spunti per una collaborazione
h.16.00 partenza da Garissa per Bura Tana
h.19.00 arrivo alla Missione e pernottamento
5. Mercoledì
4 Maggio 2016
h. 6.30 colazione
h. 7.00 Partenza
h. 12.30 pranzo a Watamu
Riposo
h. 19.00 Messa e Cena
6. Giovedì
5 Maggio 2016
h. 7 Colazione
h.7.30 partenza per Malindi
h.10.00 Visita Ospedale per accordi HIV e visita ai malati di AIDS, bambini con malaria, polmonite.
h.12.30 pranzo al Karen Blixen
h. 14.00 Visita al G.K. Mtangani Prison. Carcere maschile
h.15.00 s. Messa nel carcere femminile
h. 16,30 acquisti per carcere e formulazione progetto dispensario in carcere.
7. Venerdì
6 maggio 2016
h. 7 Colazione
h.7.30 partenza per Lango Baya
h. 9.00 celebrazione della Messa e visita scuola e alle due nostre aule scolastiche
h.12.30 Pranzo nella Missione
h. 15.00 saluto al Vescovo di Malindi,
h. 17.00 visita al carcere per documento e per dispensario
h. 20.30 Cena di festa per compleanno di Emanuele
8. Sabato
7 Maggio 2016
h. 7 Colazione
h.7.30 partenza per Msabaha
h.8.30 incontro con Usikiriano Center per attività di HIV
h.9.30 visita al dispensario, alla scuola, cisterna di acqua incontro con i 10 bambini adottati
h.12,00 incontro al carcere di Mtangani e foto con televisione
h. 12.30 pranzo al Karen Blixen
h. 14.30 Rosaline Nekesa Inizio visita dei villaggi per incontrare i 13 malati di HIV da noi aiutati con il programma di alimentazione
h.18.00: rientro a Watamu
h.19.30 Cena e pernottamento
9. Domenica
8 Maggio 2016
Riposo e relax. Preparativi per la partenza
h. 12.00 Santa Messa con Naomi e Pilli malate di AIDS
h. 12.30 pranzo conclusivo con Naomi e Pilli
h.14.30 partenza per Mombasa check out camere
h.19.00 Mombasa – Addis Abeba h. 21.20
10. Lunedì
9 maggio 2016
h. 00.05 Mombasa – Roma Fiumicino h 5.20 Fine missione umanitaria Restoring hope in Garissa 2016