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prepotente e forte della bella stanza con aria
condizionata vicino al Calvario che l’Occidente
propone. In più qui si muore, si muore per Gesù
o si vive senza niente per Gesù e allora è meglio
scappare. Dall’Iraq i cristiani fuggono e se si con-
tinua così in 20 anni qui non ci saranno più cri-
stiani. Grazie a Dio molti di loro cocciutamente
restano ed è loro che sono venuto a incontrare.
I cristiani vivono in una parte di questo pic-
colo villaggio e i musulmani in un’altra. È molto
difficile una convivenza pacifica e rispettosa. La
sfida è quella di amare i nemici, una sfida po-
tente e grande che Gesù ci ha lanciato e che i
cristiani qui accolgono. Amare i nemici, chi ci
odia, chi porta via tutto, chi chiede la conversio-
ne all’islam o ti ammazza... Mentre scrivo qui a
Mangesh, in questo luogo sperduto del Kurdistan
iracheno, mi chiedo se sono in Iraq, oppure a
Gaza o a Garissa. Il silenzio è formidabile e mi
entra nelle ossa. È una strana sensazione questa
sera. Il silenzio così intenso, così profondo, così
denso, sembra volermi parlare. Alcune volte mi
incute paura, sento in lui il respiro dell’ISIS: al-
tre volte mi dà pace mentre guardo il crocifisso
che porto al collo oppure il volto di Gesù nella
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