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VERSO ERBIL
Di nuovo in viaggio verso l’Iraq, dove il 1°
maggio inauguriamo, a Mangesh, tre aule di ca-
techismo. Questo viaggio si apre con lo sfondo
del viaggio di papa Francesco in Egitto dopo la
strage della domenica delle palme, il 9 aprile
scorso, di molti cristiani copti. Essere cristiani in
Iraq non è semplice come per l’Egitto, e signifi-
ca incontrare gente che per il nome di Gesù ha
lasciato tutto a Mosul ed è scappata dalla Piana
di Ninive. Questa gente mi ha stregato. Hanno
un fascino magnetico. Vivono nella povertà di
un campo profughi, oppure a Qaraqosh, Bartel-
la vicino a Mosul rischiando la vita. Trascorrerò
sette giorni con loro, respirerò la loro stessa aria,
quella della paura di Daesh, quella della forte
preghiera che oppongono all’odio, quella del
perdono. Vado laggiù in quell’inferno a leggere
la vita, a cercare di capire meglio chi è il cristia-
no e come si deve testimoniare Gesù.
Ieri il cardinale Comastri, nella confessione
che ho fatto nel giorno di ritiro, mi ha lasciato
con una frase di Primo Mazzolari che molto mi fa
riflettere durante questo quieto volo verso Istan-
bul. “Il rischio del cristiano in occidente è quello
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