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gesti più semplici che regalano riflessione in questo
posto sperduto del mondo, alla periferia di Saigon.
Sono a Saigon da due notti e mi sembra di es-
sere in paradiso in mezzo a 90 ragazzini: un viag-
gio molto diverso dai precedenti e molto, ma molto
più vicino ai poveri. Mentre pettino Han, arriva
saltellando Ka Ty. Ha solo due anni e non gliene
frega niente se sto pettinando Han. Reclama di
saltarmi in braccio, mi tira i pantaloni e mi guarda
fisso con i suoi meravigliosi occhioni. La storia di
questa bimba è fuori di testa. È stata abbando-
nata in uno scatolone in una pagoda buddista e
padre Giovanni l’ha portata qui piena di puntu-
re di insetti, di ematomi. Ha impiegato più di tre
mesi per riprendersi… e, dulcis in fundo, le hanno
trovato l’HIV! Ride la bimba e fugge via. Mi vede
troppo occupato a pettinare Han!
Le novanta storie di Mai Tam sono tutte così:
storie squallide di bimbi orfani, pieni di pidocchi e
pulci, sporchi, con un unico fatto in comune: essere
HIV. Mentre pulisco i capelli di Han si avvicina una
ragazza. È una mamma, una delle venti mamme
che padre Giovanni ospita con i loro piccoli. Lei mi
guarda. Ha un delicato tatuaggio di un serpente
sotto l’orecchio sinistro. È molto grazioso e non
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