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È il segno di un dispregio che è presente in ogni
               persecuzione religiosa, come avveniva nel Giap-
               pone del 1500 quando ai cristiani veniva chiesto
               di calpestare l’immagine di Gesù. Anche questo
               spezzare le mani di Gesù Bambino significava
               calpestare la sua dignità, significa per me la forte
               provocazione gridata dalla muta statua: “Ma tu,
               don Gigi, vuoi essere le mie mani, ora che io ho
               le mani spezzate dall’odio degli uomini?”.
                  Questa provocazione mi entra dentro come
               una voce leggera, come un sussurro, per esplo-
               dere poi nel centro del cuore come un tuono:
               “Don Gigi, vuoi essere oggi la mia mano?”. Quel-
               la piccola mano di gesso dal valore insignificante
               è ora tra le mie mani e la forte domanda mi porta
               indietro nel tempo, quando anni e anni fa un
               giorno le mie mani furono unte dal vescovo e
               divennero realmente le mani di Gesù nel consa-
               crare il pane e il vino e nel perdonare i peccati.
               Quella manina spezzata mi spinge a prendere
               nuovamente consapevolezza del dono posto nel-
               le mie mani a servizio della Chiesa. Rispondo a
               questo tuono nel cuore dicendo: “Grazie Gesù di
               aver consacrato le mie mani indegne, grazie di
               aver scelto le mie mani per sostituire le tue. Pro-

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