Page 14 - Gerusalemme
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.םָלוֹעְל םי ִהלֹא - ֱ יִקְלֶחְו י ִבָבל - ְ רוּצ
I simboli dividono, la preghiera unisce. È qui che sento vicino al mio spirito il grande
insegnamento di Santina che il suo Dio lo porta con sé, strettamente legato al suo cuore in un
rapporto così puro, oramai etereo, da non aver più bisogno di rivendicare, con umana debolezza,
nessun riferimento di spazio e di tempo. Sembra che la saggezza di queste pietre millenarie che
hanno visto gli assedi e le conquiste, che hanno visto prevalere a turno i difensori della fede delle
tre religioni, e che hanno davvero misurato la povertà della condizione umana, trovi finalmente
ragione nell’amore e nelle preghiere di una donna tanto forte e coraggiosa quanto modesta e devota.
Una fragile madre che ci ricorda come Dio sia ovunque e segua con spirito di carità ogni istante
della nostra vita.
Gerusalemme è la città delle rocce sacre, la roccia del Golgota che si frantumò nel momento
in cui ebbe fine la vita terrena di Gesù, la roccia della moschea dalla quale Maometto ascese in
cielo. Gli uomini nella loro cecità hanno spesso dimenticato il messaggio fortemente spirituale che
scaturiva da quelle rocce e ne hanno preteso il possesso o il dominio; così nella vita hanno creduto
che il successo, il denaro ed il potere potessero essere la roccia a cui rimanere legati. La storia di
Gerusalemme, che oggi trova una dolce conferma nel sorriso di Santina, ci racconta che la vera
forza dell’uomo è nel suo spirito, nella sua ricerca di una vita che continui oltre l’esperienza terrena.
Coloro che vivono così, che siano baciati o meno dal dono della fede, hanno la fortuna di godere
della gioia e della serenità che sono il prodotto del creato e che nessun uomo può comprare o
generare rimanendo chiuso dentro di sé. Questi uomini e queste donne hanno la fortuna di poter
contare sull’amore profondo e sincero dei propri figli ai quali mancherà terribilmente la mano da
stringere o la testa da accarezzare, ma che non si sentiranno mai soli nel loro pellegrinaggio su
questa terra.
A Don Gigi voglio dire grazie – io musulmana, lui cattolico – per tutto quello che mi ha
donato e per l’insegnamento prezioso che scaturisce dal suo racconto. Ho sempre avvertito in lui la
sensazione che io potessi capire, che potessi essere partecipe del suo dolore. Come se io, figlia di
questa terra condannata alla sofferenza, avessi dentro di me il codice per decifrare e per condividere
il senso profondo della sua tragedia personale al di là della sua impeccabile compostezza esteriore.
Credo che Gerusalemme abbia aiutato Gigi nell’elaborazione del suo dolore; nel luogo in cui
tutti si sentono vicini a Dio e manifestano con la massima tensione spirituale le proprie paure e le
proprie speranze, Don Gigi ha certamente aperto il suo cuore ed ha provato il sollievo che la sua
fede e la sua purezza d’animo meritano. Quello che forse non sapeva, o che non aveva sperimentato
per diretta conoscenza è che nelle comunità colpite quotidianamente dal dolore aumenta
enormemente la sensibilità degli individui e si trova una capacità insospettata di abbracciare gli altri
e di sentirsene abbracciati. A Gerusalemme nel cuore degli uomini c’è un contatto speciale con
l’altro, c’è la sorpresa di vedere che il proprio sentimento privato viene accompagnato e partecipato
da un’intera città.
Qui si incontrano le vite di chi arriva in pellegrinaggio spinto dalla speranza della preghiera e
di chi sopporta da sempre le contraddizioni della città santa: tante storie diverse che hanno come
elemento di comunione il segno amaro del destino e l’attenzione verso gli altri. Gerusalemme, sotto
questo aspetto e non solo, rimane immutabile nel tempo come se il suo compito fosse quello di
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