Page 13 - Gerusalemme
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.םָלוֹעְל םי ִהלֹא - ֱ יִקְלֶחְו י ִבָבל - ְ רוּצ
LA VERA FORZA DELL’UOMO È NEL SUO SPIRITO, NELLA SUA
RICERCA DI UNA VITA CHE CONTINUI OLTRE L’ESPERIENZA
TERRENA
Rula Jebreal
Il luogo dove ho vissuto la mia infanzia e la mia giovinezza, la splendida e martoriata
Gerusalemme, ha il potere di trasmettere a tutti, indipendentemente dall’età o dal censo, riflessioni
profonde sulla vita e sulla morte, sulla gioia e sul dolore, sulla grandezza e sulla pochezza
dell’uomo. Nella sua storia passata c’è il mistero che ha portato i testimoni delle grandi fedi
monoteiste a considerare sacra questa terra, che ha prodotto guerre ed infiniti combattimenti per
rivendicarne il possesso; nella sua storia recente c’è la follia di un conflitto di popoli e di religioni
che continua a spargere sangue intorno ai luoghi di culto più amati da tutti i credenti, venerati ad
ogni angolo della terra, che ispirano ad ogni essere umano sentimenti di pace e tolleranza. Se non
fossi vissuta nel lacerante confronto con queste insanabili contraddizioni, se non avessi visto intorno
a me interrompersi e consumarsi la vita nella ricerca negata del futuro, forse non avrei saputo far
altro che stringermi a Don Gigi con tutto il mio affetto per cercare di lenire il suo dolore e per
cercare di rafforzare la sua fede di fronte alla prova più dolorosa e più difficile da accettare.
Tuttavia la commovente testimonianza della serenità con cui Santina ha affrontato la malattia e si
prepara al ricongiungimento con il suo Dio, è una lezione troppo importante per non incastonarla,
come una pietra preziosa, sul manto dorato che copre Gerusalemme e sotto il quale si nascondono le
più variegate esperienze dell’uomo nella sua aspirazione terrena e trascendente.
Mi pare di vederla, la mia città, la città di tutto il genere umano; vista al tramonto dal Monte
degli Ulivi è come un miraggio bianco disteso sull’altopiano, macchiata dal giallo chiaro, dal rosa,
dall’indaco della notte che scende. A quest’ora della sera, la cupola della moschea Al Aqsa riflette
una luce più morbida e intensa, e tutta la città sembra bagnata d’oro: i tetti bassi che incorniciano i
vicoli, le possenti mura di pietra chiara interrotte e alleggerite dai merli, dalle guglie e dai
bassorilievi delle porte. Mi sembra di sentire le voci della città che si prepara alla notte, di vedere i
pellegrini entrare dalla porta di Damasco. Appartengono a nazionalità diverse, indossano abiti molto
diversi che li caratterizzano in modo inequivocabile, ma da qui appaiono come un unico fiume di
persone che percorrono la stessa strada, verso la stessa meta, come attratte da un centro di gravità
spirituale a cui è impossibile resistere. Percorrono insieme la ripida discesa che porta al suq dove si
confondono i profumi dei fiori e delle spezie, verso un labirinto di vicoli stretti abbelliti sotto dalle
meraviglie e dai colori dei negozi e delle merci esposte, e sopra dalle rose e dai gelsomini che
fioriscono sui terrazzi. Sono soltanto poche decine di metri di pietra bianca con profondi gradoni,
ma rappresentano il cammino comune di uomini spinti da una diversa fede e restano dunque uno dei
più forti simboli della tolleranza e del dialogo. I pellegrini sono destinati a dividersi, i cristiani a
destra verso la basilica del Santo Sepolcro, i musulmani a sinistra, pochi isolati dopo, per salire la
Spianata delle Moschee, e gli ebrei giù verso il Muro del Pianto, ma senza saperlo si recano tutti a
pregare lo stesso Dio.
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