Page 64 - Doan
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La capanna si divide in tre parti. La prima
         stanzetta è quella con più luce. La porta della
         capanna, leggera come un fuscello, è legata alla
         parete di bambù per lasciare aperta l’entrata. A
         destra si entra in un secondo vano che funge da
         ripostiglio e forse può ospitare un’altra persona
         per la notte. Non esiste pavimento. È solo terra
         battuta. Il piccolo spazio in cui Van Hien ci ac-
         coglie è modesto, anche perché per la gran parte
         è occupato dal letto. In fondo, nell’oscurità, si
         intravede una piccola stanza, una sorta di ripo-
         stiglio con quattro pentole arrugginite.
            Van Hien ha quasi la mia età ed è nato il 15
         maggio 1960, un anno più di me. Cinquantotto
         anni. Vive nella miseria: magro, con una camicia
         bianca a lunghe maniche dalle quali spunta un
         piccolo crocifisso al collo, pantaloni neri e scal-
         zo. Si inchina in gesto di ossequio e mi fa posto
         sul tavolaccio dove mi siedo a gambe incrociate
         e piedi nudi. Il parroco non parla inglese ma
         francese perché ha studiato in Italia. Devo reset-
         tare il cervello sul francese al posto dell’inglese.
         Dopo le prime battute ci mettiamo in sincronia.
            Mi sembra bello partire, nel colloquio, dalle
         fotografie e Van Hien ne ha una grande che lo
         ritrae vestito da soldato.

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