E’ il programma di sostegno a distanza di 9 bambini ospiti della Caritas di Novosibirsk in Siberia. Con 300 euro annuali per 3 anni garantiamo un minimo sostegno. Ecco il video che promuove la nostra iniziativa.
L’importo di Euro 2700, suddiviso in 300 Euro per 9 persone, sarà versato in un’unica soluzione allo scadere dell’anno alla Caritas di Novosibirsk in Siberia secondo le seguenti annualità 2026, 2027, 2028. La peculiarità del programma è il fatto che sarà gestito direttamente dalla nostra suor Daria che si premurerà di tenere il rapporto tra noi e le famiglie dei nostri bambini. Se sei interessato al programma puoi scaricare il MODULO ADOZIONE A DISTANZA DEL PROGRAMMA TRIENNALE REGALA UN SORRISO qui, oppure inviare messaggio Whatapp al numero +393290985258
Ecco la richiesta di Suor Daria Direttrice della Caritas di Novosibirsk

Suor Daria in verità ci sottopone solo 9 bambini e non 10 e di conseguenza inviamo un contributo di euro 2.700. Ecco il nostro bonifico in data 30 gennaio 2026

In data 5 febbraio 2026 la Caritas di Novosibirsk riceve il nostro contributo ed invia a noi riscontro bancario: Ecco la documentazione

| ANNUALITA’ | DATA | IMPORTO EURO 2700 |
| PRIMA RATA | 30 GENNAIO 2026 | Euro 2700 |
| SECONDA RATA | GENNAIO 2027 | Euro 2700 |
| TERZA RATA | GENNAIO 2028 | Euro 2700 |
| TOTALE | TRE ANNI | EURO 8100 |

Per tutelare la minore età dei nostri bimbi il profilo dei 9 bambini rimane riservato ed inviato al genitore adottivo, che seguirà il piccolo per tre anni ecco il nostro elenco:

II. ECCO ORA IL REGOLAMENTO PER COLORO CHE ADERISCONO ALLA NOSTRA INIZIATIVA
- La quota annuale per l’adozione a distanza è di Euro 300 a persona e l’impegno è triennale per un totale di Euro 900.
- Raccolte le quote annuali, con bonifico bancario e facendoci carico delle spese bancarie in ricezione, con qualifica OUR, eroghiamo l’intera somma alla Caritas di Novosibirsk.
- I responsabili ci inviano ricevuta.
- Ogni mese Euro 25 vengono assegnati ai 9 bambini in alimenti, spese mediche o scolastiche e Suor Daria ci invia ricevute.
- Al termine dell’anno in una approfondita revisione con i Responsabili si provvederà a rinnovare l’annualità successiva
- Per tutti questi motivi di impegno sono ad esortare tutti i genitori adottivi a non abbandonare il programma di adozione.
- Le vie di informazione saranno solo 3:
1. La pagina web dedicata al nostro programma, dove si troveranno i dati generali dei pagamenti. Tale pagina è visibile a tutti
2. La chat del gruppo di adozioni a distanza. In questa a scadenza regolare Suor Daria provvederà ad inviare notizie più specifiche.
3. Una chat personale con Suor Daria attraverso la quale avere notizie più dettagliate sui bambini. - Il programma è triennale e non rinnovabile.
Bergamo, 17 febbraio 2026

La nostra esperienza in Siberia è raccolta nel libro DARIA Collana Volti di Speranza n. 54 che qui si può leggere
Riportiamo qui un breve capitolo di quel libretto per descrivere la situazione della Siberia oggi.
Domenica pomeriggio incontro un luogo che mi piace definire “santo”. Padre Alfredo e suor Daria con alcuni amici di Comunione e Liberazione mi portano a visitare i resti di un vecchio gulag dell’era sovietica. Quella visita mi ha emozionato profondamente: dopo la bella cerimonia dell’inaugurazione del refettorio a Novosibirsk è stato il momento più significativo della mia breve visita in Siberia. Come vi ho detto nei primi report, mi accompagnano in Russia tre amici, Fëdor, Aleksandr e Pavel e ora salgono in macchina con me; guida padre Alfredo Fecondo. Siamo a circa 100 km dalla casa della Caritas e per non perdere tempo chiedo a Fëdor: “Senti, sono da poco atterrato in Siberia e so che hai trascorso quattro anni di lavori forzati a Omks: vuoi spiegarmi con parole tue la singolarità di questa terra che tu ben conosci?”. Dostoevskij con grande amabilità mi espone il suo pensiero: “Sono contento, Gigi, che non vuoi perdere tempo e forse è importante che prima del nostro arrivo alla sorgente miracolosa ti racconti di questa terra; per farlo, utilizzerò le parole di un mio celebre romanzo, «Memorie da una casa di morti». Parlando della Siberia, iniziavo il mio racconto con queste parole – vedi che le conosco a memoria …: «Nelle lontane regioni della Siberia, fra le steppe, i monti e le foreste impraticabili, s’incontrano di tanto in tanto piccole città di un migliaio o, a dir molto, due migliaia di abitanti, città di legno, meschine, con due chiese – una in città, l’altra al cimitero – e somiglianti più a un buon villaggio alle porte di Mosca che a città. Esse sono di solito più che sufficientemente fornite di commissari di polizia, di assessori e di tutti gli altri impiegati subalterni. Prestare servizio in Siberia, nonostante il freddo, è in generale oltremodo confortevole. Ci vivono persone semplici, aliene dal liberalismo; gli ordinamenti sono vecchi, solidi, consacrati dai secoli. I funzionari, che a buon diritto rappresentano la parte della nobiltà siberiana, o sono del posto, siberiani di vecchio ceppo, o sono venuti dalla Russia, per lo più dalle capitali, allettati da uno stipendio non pagato ad acconti, dalle doppie trasferte e da lusinghiere speranze di avvenire. Di essi, quelli che sanno sciogliere l’indovinello della vita quasi sempre rimangono in Siberia e con piacere vi mettono radici. In seguito danno ricchi e dolci frutti. Ma gli altri, la gente leggera e incapace di sciogliere l’indovinello della vita, presto si stufano della Siberia e si domandano: “Perché ci siamo venuti?”. Con impazienza essi compiono il loro periodo legale di servizio, tre anni, e alla sua scadenza subito brigano per il trasferimento e se ne tornano a casa vituperando la Siberia e deridendola. Hanno torto: non solo sotto l’aspetto del servizio, ma anche sotto parecchi altri: in Siberia si può vivere beati. Il clima è eccellente; ci sono molti mercanti notevolmente ricchi e ospitali; molti stranieri oltremodo rispettabili. Le signorine vi fioriscono come rose e sono costumate oltre ogni dire. La selvaggina vola per le vie e va da sé addosso al cacciatore. Di sciampagna se ne beve una quantità inverosimile. Il caviale è stupendo. Il raccolto è in certi luoghi quindici volte la semente… In generale, una terra benedetta. Bisogna soltanto saperne approfittare».

Padre Alfredo ed io ascoltiamo in silenzio la nota pagina di Fëdor; quando ha finito, gli chiedo ancora: “Fëdor, spiegami: cos’è l’indovinello della vita?”. Fëdor mi sorride e, ammiccando, risponde: “Quando arriveremo a Lojòk, come suole chiamare padre Alfredo il luogo anche noto come Lozhok, ti sarà chiaro l’indovinello della vita!”. Pavel ed Aleksandr sorridono in silenzio. Ecco che arriviamo nei pressi del vecchio Gulag. Qui la natura è bellissima: grandi estensioni di betulle, un freddo intenso e la neve gelata sui campi mi danno la reale percezione della magia del bianco panorama siberiano. Padre Alfredo ci porta a vedere la cava dove venivano portati i prigionieri costretti ai lavori forzati. Il sole sta tramontando e la neve ghiacciata si colora del tramonto creando un silenzioso panorama da fiaba. Dalla cava ci spostiamo verso un meraviglioso laghetto vicino al quale sorge una chiesa ortodossa. Padre Alfredo inizia a raccontare di quel luogo di sofferenza: “Vedi, don Gigi, qui hanno sofferto migliaia e migliaia di persone: si valuta che da questo luogo di dolore siano passate più di 300.000 persone”. “Infatti: prima di venire in Siberia mi sono documentato ed ho imparato che qui, sul territorio dell’attuale microdistretto di Lozhok, dal 1929 al 1956 è stato operativo un campo di prigionia di massima sicurezza: l’ho letto sul sito della parrocchia dedicata all’icona della Sorgente vivificante della Santa Madre di Dio. In sostanza, si trattava di un campo di sterminio: la silicosi inesorabile uccideva i prigionieri nel giro di sei mesi. I prigionieri politici erano ospitati in una zona speciale del campo, insieme a criminali comuni e detenuti penali che scontavano lunghe pene per reati gravi”. Padre Alfredo mi replica: “Certo, don Gigi, moltissime di queste persone erano innocenti e ora sono state riabilitate. Tra di loro, molti che hanno sofferto per la loro fede. Alla periferia di questa zona, sgorga una sorgente curativa – la Fonte Sacra – come memoriale inviolabile di tutti coloro che hanno patito in questo campo «di lavoro». Andiamo a vederla!». Mentre calpestiamo la neve ghiacciata, questo luogo magico e bellissimo si carica del mistero della sofferenza di tante persone. Cammina vicino a me, Pavel, assorto in un mistico, rispettoso silenzio in questo luogo che stiamo visitando. Florenskij guarda le prime stelle in cielo e poi si rivolge a me e mi sussurra: “Quando avrete un peso nell’animo, guardate le stelle o l’azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, quando qualcosa non vi riuscirà, quando la tempesta si scatenerà nel vostro animo, uscite all’aria aperta e intrattenetevi da soli col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete. (P. Florenskij, “Non dimenticatemi”).

Queste meravigliose parole che entrano nel mio cuore lo interrogano in merito alle tempeste che spesso vi si scatenano. È proprio vero: la Siberia sta curando il mio cuore, grazie a questi luoghi e alla guida eccezionale di questi tre vecchi amici. Quando sono partito da Bergamo ho interrogato il mio cuore sulle tempeste dei tempi passati e ricordavo come spesso intrattenermi da solo con il cielo riusciva a dare risposte all’“indovinello della vita” di cui parlava Fëdor.
La Siberia è a sei ore di fuso orario di distanza dall’Italia ed in questo luogo inizio a sentire anche la stanchezza dell’intera giornata. Mentre camminiamo nel paesaggio incantato è suor Daria a spiegarmi bene questo luogo: “Don Gigi, il posto che stiamo per visitare custodisce una Fonte Sacra e ti racconto la leggenda che la circonda, molto amata dalla Chiesa ortodossa: la sorgente sarebbe apparsa all’improvviso, in una regione che un tempo era aspra e desolata, nel momento in cui la fredda tundra fu inondata dal sangue sacro di un gruppo di martiri che, con il loro sacrificio eroico, rinnovarono la terra di Siberia. Erano quaranta sacerdoti e furono deportati in Siberia a causa della loro fede che li rendeva involontariamente ostili alla dittatura.

Secondo un’altra versione, i protagonisti della storia erano quaranta prigionieri laici finiti nei gulag per motivi politici non meglio specificati; i Quaranta erano eccezionalmente carismatici e godevano di grande popolarità tra i detenuti nel campo di lavoro. Inoltre, avevano conservato nel cuore una devozione religiosa autentica in virtù della quale, determinati a continuare a rispettare le festività liturgiche, si rifiutarono di lavorare di domenica suscitando l’odio dei loro carcerieri che per ritorsione decisero di eliminarli. In entrambi i casi, i carnefici avvertirono la necessità di eseguire la condanna a morte in segretezza e al di fuori dei confini del gulag per evitare di provocare una rivolta tra gli altri prigionieri: così le vittime vennero condotte nel folto di un bosco, e proprio lì offrirono la loro anima a Cristo.

Il miracolo che ne nasce l’abbiamo già menzionato: nel luogo in cui il caldo sangue dei martiri bagna la terra siberiana, improvvisamente sgorga miracolosa una sorgente d’acqua. Le autorità – scosse – cercano di mantenere riservato quanto accaduto, ma come in ogni leggenda esiste sempre “l’amico di un cugino” che si trova a chiacchierare con uno degli aguzzini reso loquace dalla vodka. E, in modo provvidenziale, la storia si rivela: i fedeli increduli si dirigono sul luogo del martirio e, immergendosi in quell’acqua sacra, ottengono infinite benedizioni. E da quel momento, inevitabilmente nasce anche la devozione del popolo”. Suor Daria continua il suo racconto: sotto la chiesa ortodossa c’è un museo in cui sono raccolti oggetti appartenuti ai martiri e anche alcuni libri a loro dedicati.

Il freddo si fa più intenso e per arrivare alla sacra fonte dobbiamo attraversare terreni ancora recintati dal filo spinato che delimitava il campo in cui lavoravano i prigionieri. Guardo con attenzione quel filo spinato arrugginito e non resisto: con le mani afferro un pezzo e con forza piego il duro filo metallico diverse volte; dopo diversi tentativi riesco a staccarne un pezzo, quasi una reliquia; lo avvolgo nel fazzoletto appartenuto al mio amico Carlo e con devozione metto tutto in tasca. Gli amici mi guardano, e Aleksandr commenta: “Vedi, don Gigi, lo scopo della vita è la maturazione dell’anima.

Non rincorrere quello che è illusorio, come la proprietà o la posizione. Tutte cose che vengono ottenute a spese dei nervi, decennio dopo decennio, e sono confiscate nella notte della caduta. (Arcipelago Gulag Aleksandr Solženicyn)”. Davvero questo viaggio è un profondo itinerario interiore e le parole di Aleksandr mi interrogano: spesso nella mia vita ho vissuto per ciò che è illusorio ed ho rincorso magari il fascino della carriera… forse quello dei soldi no; ma in questa terra bellissima a contatto con la sofferenza che ricorda questo luogo sono costretto a tornare all’essenziale! Il nostro cammino nella notte prosegue, e avvolti nel silenzio arriviamo alla sacra sorgente. Sopra di essa sorge una bellissima chiesa ortodossa. L’architettura ortodossa esercita un fascino incredibile su di me, anche perché in questo momento la osservo in un cielo pieno di stelle, quelle stelle alle quali Pavel mi ha detto di rivolgermi per pensare con più calma.

Ci dirigiamo alla fonte: pur essendo la temperatura sottozero, l’acqua non è ghiacciata perché la fonte è custodita da un portale di legno. Guardo suor Daria e lei capisce che vorrei bere quell’acqua miracolosa; apre quindi il portellone e con un lungo mestolo raccoglie l’acqua miracolosa. Io unisco le mani e la donna versa acqua: la sensazione di acqua ghiacciata sulle mani è forte, ma riesco a berne due sorsi, mentre con le dita ghiacciate prego in silenzio: “Gesù, per intercessione di questi martiri della fede donami salute, donami di essere sempre un prete felice di essere prete e che possa servire i poveri attraverso Fondazione Santina”. Mentre bevo quest’acqua ghiacciata la stanchezza svanisce e recupero le forze al termine della lunga giornata. Non sono sicuro che sia un autentico miracolo, ma a me piace pensare di sì, mi piace credere quantomeno in una singolare coincidenza. E da quella sera spariscono ansia e preoccupazione, la testa si calma. Suor Daria chiede di bere anche Lei e così adesso io verso nelle sue mani l’acqua miracolosa… La pace entra nella mia mente e arriva fino al cuore.

Ero venuto dall’Italia con mille preoccupazioni e tante domande e quella sera alla fonte miracolosa la pace entrava nel mio cuore: il sorriso buono e i meravigliosi occhi di suor Daria mi parlavano di fiducia in Dio, un Dio che costruisce capolavori nelle più grandi sciagure e nei più terribili dolori in questo orribile campo di lavori forzati, così come ha saputo tramutare il dolore di mia madre Santina in opportunità di bene per i bisognosi di questa terra. Aleksandr sembra intuire il mio pensiero e all’orecchio mi suggerisce parole profondissime: “Gigi, qui ti è stato gradualmente rivelato che la linea che separa il bene dal male non passa attraverso gli Stati, né tra le classi, né tra i partiti politici, ma attraversa il cuore di ogni uomo. (Arcipelago Gulag Aleksandr Solženicyn)”. Solženicyn mi diceva che la linea di demarcazione tra il bene e il male la elaboro io, nel mio cuore, ed è per questo che proprio nel mio cuore devo lavorare sulla mia interiorità. Mentre camminavo mi chiedevo: ma quanto tempo impiegherò a costruire una interiorità più vicina al cuore di Gesù? Pavel mi mise una mano sulla spalla e mi disse di conforto e di incoraggiamento: “L’importante è che tu non abbia fretta e badi con tranquillità alla tua crescita: non perdere tempo a vuoto, ma non cercare neanche di affrettare la crescita, tutto verrà a suo tempo” (P. Florenskij, Non dimenticatemi). Ecco: questa è la risposta all’indovinello della vita di Dostoevskij che mi Florenskij e che io a mia volta suggerisco a voi – da questa notte fredda e incantevole e piena di stelle in Siberia. Al mio ritorno in Italia molto mi mancherà, questa terra…

