E’ la proposta di adozioni a distanza per tre anni (2025-2027) di cinque seminaristi dell’Arcidiocesi di Acapulco in Messico in Messico, con una offerta annua di Euro 300 per un totale di 900 Euro.
sotto sono riferite proprio a questo libretto della nostra collana #VoltiDiSperanza.
| ANNUALITA’ | DATA | IMPORTO EURO 1500 |
| PRIMA RATA10 f | 10 FEBBRAIO 2026 | Euro 1500 |
| SECONDA RATA | DICEMBRE 2026 | Euro 1500 |
| TERZA RATA | DICEMBRE 2027 | Euro 1500 |
| TOTALE | TRE ANNI | EURO 4.500 |
PRIMA ANNUALITA’ IN DATA 10 FEBBRAIO 2026
Gli euro 1.500 sono stati interamente erogati alla Caritas di Acapulco, con l’impegno di devolvere al seminario arcidiocesano la somma, che sarà nuovamente erogata nel prossimo mese di dicembre 2026 unitamente con i nove bambini in adozione a distanza. Ecco la prima rata:

L’Arcivescovo di Acapulco aveva chiesto a noi di continuare il programma in onore di Feliz, sposo della nostra Dulce, con una lettera nello scorso dicembre che di seguito riportiamo, ecco la copia:

Il programma di adozione per i seminaristi dell’arcidiocesi di Acapulco si chiama #FelixProgram ed è in ricordo e in onore di Félix Suástegui Zambrano, padre di José Antonio, seminarista, e marito di Dulce María García Nava: lui era un poliziotto ucciso dalla violenza nello Stato del Guerrero. Alcuni anni fa abbiamo preso in adozione a distanza il nostro José Antonio come vittima di violenza, e il suo programma di adozione si è concluso lo scorso anno . Abbiamo iniziato a pensare a un programma più organico per i seminaristi più in generale, quindi non necessariamente vittime di violenza. Il programma è sperimentale e per questo i seminaristi sono solo cinque. Ragionando con l’arcivescovo di Acapulco siamo arrivati alla conclusione che aiutare i seminaristi significa aiutare futuri sacerdoti e garantire vicinanza spirituale alle vittime di violenza per le quali lavoriamo. L’idea è stata accolta con grande entusiasmo in Italia e il vescovo ha firmato una richiesta di aiuto per 5 seminaristi. Abbiamo operato la scelta di aiutare i seminaristi agli ultimi tre anni prima del sacerdozio, per essere più sicuri che lo studio si concluda davvero con l’ordinazione. Questa iniziativa è ancora solo abbozzata e va affinata nel corso dei tre anni di “adozione”: iniziamo così, passo per passo, affidando alla Madonna di Guadalupe questa nuova bella opera. Ecco un breve profilo dei cinque seminaristi: ai genitori adottivi daremo anche il numero di cellulare dei seminaristi con i quali potranno entrare in contatto. I trecento euro annuali contribuiranno a pagare la retta del seminario che ammonta a 50 euro mensili: con i nostri 25 copriamo la metà della spesa.

IL REGOLAMENTO PER COLORO CHE ADERISCONO ALLA NOSTRA INIZIATIVA
- La quota annuale per l’adozione a distanza è di Euro 300 a persona e l’impegno è triennale per un totale di Euro 900.
- Raccolte le quote annuali, con bonifico bancario e facendoci carico delle spese bancarie in ricezione, con qualifica OUR, eroghiamo l’intera somma alle due realtà prima descritte: alla Caritas di Acapulco.
- I responsabili ci inviano ricevuta.
- Ogni mese Euro 25 vengono messe sul conto del seminarista che così paga mensilmente la retta solo euro 25 (retta mensile euro 50).
- Mensilmente il seminarista si curerà di scrivere un resoconto di come il denaro sia stato impiegato, in accordo con Dulce, ed ogni semestre, od in occasione di un nostro viaggio di solidarietà provvederà a consegnarci ricevute di quanto speso.
- Al termine dell’anno in una approfondita revisione con i Responsabili si provvederà a rinnovare l’annualità successiva
- Per tutti questi motivi di impegno sono ad esortare tutti i genitori adottivi a non abbandonare il programma di adozione perché davvero è significativo contribuire con la metà del costo mensile di vita in seminario.
- Le vie di informazione saranno solo 3:
1. La pagina web dedicata al nostro programma, dove si troveranno i dati generali dei seminaristi dei pagamenti e della situazione in cui essi vivono. Tale pagina è visibile a tutti
2. La chat del gruppo di adozioni a distanza. In questa a scadenza regolare il Responsabile provvederà ad inviare notizie più specifiche.
3 Una chat personale con il Responsabile attraverso la quale avere notizie più dettagliate sui bambini. - Il programma è triennale e non rinnovabile.
Bergamo, 11 febbraio 2026

#FELIXPROGRAM 2025-26-27
Qui di seguito poniamo ora il profilo dei 5 seminaristi. Ciascun seminarista ha voluto descrivere con parole proprie la storia della sua vocazione, che con gioia qui di seguito riportiamo. Ringraziamo Daniel, il figlio di Dulce per la traduzione in lingua italiana del testo originale in spagnolo

ROBERTO
Mi chiamo Roberto Carpio Morales, ho 24 anni e sono seminarista; sono originario del comune di Ayutla de los Libres, nella regione di Costa Chica nello Stato del Guerrero. Appartengo alla parrocchia di San Giacomo Apostolo e il mio attuale parroco è padre Paulo Aparecido de Amorim. Dopo la Prima Comunione e la Cresima per molto tempo sono rimasto lontano dalla Chiesa. Sono il quinto di nove figli e per grazia di Dio ho ancora entrambi i genitori: Gaudencio Carpio Sabino e Berta Morales Ojeda. Mio padre è un operaio edile e mia madre è casalinga. Mio padre tornava a casa ubriaco ogni fine settimana e in quello stato diventava aggressivo e picchiava mia madre per qualsiasi cosa lo scontentasse. Siccome queste scene si ripetevano molto spesso, quasi ogni fine settimana, e siccome noi eravamo ancora piccoli, ci dovevamo rifugiare per la notte a casa di zia Lupe. Quando poi tornavamo a casa, dovevamo intanto rimettere a posto tutto quello che nostro padre aveva distrutto o rovesciato: il tavolo, la credenza, i piatti … Una volta buttò giù la porta di casa! La nostra vita di famiglia è stata piuttosto difficile per un lungo periodo e io ricordo che avrei tanto voluto essere “grande” per poter difendere nostra madre dagli abusi di nostro padre. Questa frustrazione mi esprimere la mia aggressività di adolescente proprio a scuola. Una delle esperienze che hanno segnato la mia vita e mi hanno lasciato a lungo con un senso di colpa è stato l’incidente che ha coinvolto mio fratello Magdiel, il più piccolo di noi, che all’epoca aveva solo quattro anni. Il Natale si avvicinava e siccome cercavo un modo per farlo divertire, raccolsi della polvere da sparo per fuochi d’artificio che avevo trovato per strada. Ci eravamo seduti davanti a un fuoco spento, erano rimasti solo i carboni ardenti, e stavamo preparando piccole porzioni di polvere per farne petardi piccoli, in modo che la reazione non fosse troppo violenta. In un momento di mia disattenzione, il piccoletto lanciò tutta la polvere da sparo nella brace. L’esplosione fu così violenta che mi stordì: mi sembrava che stessi perdendo la vista. Sentii le urla dei miei fratelli che chiedevano aiuto per salvare Magdiel, il nostro piccolino: quella violenta esplosione gli aveva distrutto la mano. Quando arrivò il fratello maggiore – furioso – non riuscivo ancora a vedere bene: cercavo Magdiel perché volevo aiutarlo, ma tutto intorno a me c’era solo sangue – e la sua manina mutilata. La prima reazione del fratello grande fu di picchiarmi per quello che era successo: tutti mi davano la colpa, tutti dicevano che era colpa mia quello che era successo. Ecco, mi sono portato quel senso di colpa per molto tempo… Quel giorno mio padre era andato a trovare sua sorella, che era malata, quindi non era a casa. Quando tornò e venne a sapere cosa era successo, si arrabbiò moltissimo. Ero terrorizzato: César, il fratello che aveva un anno più di me, mi nascose sotto il letto e mi intimò di non uscire perché nostro padre era talmente furioso che voleva uccidermi: mi cercava, armato di una pistola … Ero arrivato a credere che il mio fratellino fosse morto e pensai che, se affrontare mio padre ed eventualmente essere ucciso da lui potesse essere un modo per pagare per il male che avevo provocato, sarei uscito e avrei affrontato la furia di mio padre perché facesse ciò che ritenesse giusto. Invece, César mi convinse a scappare di casa: rimasi a casa di mio zio per un anno, nascosto ai miei genitori e ai miei fratelli tranne César, che mi rimase vicino per tutto quel tempo, perché non voleva lasciarmi solo.

Tutto quel terribile senso di colpa che portavo con me mi ha spinse all’alcolismo e all’uso di marijuana. Ho lottato con questo problema per molti anni. Provavo tanto risentimento ne riguardi dei miei genitori e di mio fratello maggiore, e ogni volta che vedevo Magdiel con la mano sfregiata era un colpo al cuore. Se avessi potuto, sarei diventato lo schiavo di mio fratello per espiare il male che credevo di avergli fatto. Dopo un anno sono tornato a casa: ho chiesto scusa a Magdiel e ai miei genitori – ma il mio risentimento rimaneva. Ho finito il liceo e ho studiato al C.B.T.A. (Centro de Bachillerato Tecnologico Agropecuario) per un anno e mezzo, ma non ho completato il ciclo di studi; sono andato a vivere con mia sorella Lucero a Los Cabos, San Lucas. In realtà, nei miei progetti c’era l’idea ci completare gli studi ma a un certo punto mi sono scoraggiato e così ho pensato di andare a lavorare in un ristorante-bar. Quando mi sono presentato, il colloquio l’ho fatto con il capo cameriere, un uomo sulla cinquantina, che mi avrebbe assunto a una condizione: che non avrei bevuto alcolici all’interno del locale. Poi, nel 2017, su suo invito, partecipai a un ritiro degli “Alcolisti Anonimi”. Questo ritiro mi rese consapevole dei miei errori nei confronti della mia famiglia e mi spinse a tornare a casa per chiedere scusa ai miei genitori e ai miei fratelli maggiori, verso i quali provavo rancore da anni. Per otto mesi riuscii a rimanere lotano da alcol e marijuana. Qualcosa dentro di me mi spingeva a riavvicinarmi alla Chiesa, ma ancora mi condizionava l’idea di quello che avrebbero potuto pensare di me i miei amici: l’avrebbero considerata una debolezza e di questo mi vergognavo. Il coraggio me lo diede un amico che aveva combattuto con lo stesso mio problema: alcolismo e tossicodipendenza. Era riuscito ad allontanarsi da tutto questo grazie all’aiuto della fede e della Chiesa, nella quale era ormai molto coinvolto. Si era dedicato molto alla lettura della Bibbia, e così iniziò a parlarmi di Dio. Mi invitò ad unirmi a un gruppo della Legione di Maria del mio quartiere, ma io non ero ancora pronto e trovato sempre una scusa: il lavoro, la stanchezza e gli impegni di lavoro – ormai lavoravo nel campo dell’edilizia con mio padre.Tutto cambiò dopo un sogno. Nelle prime ore di una domenica mattina, nel mio sogno mi vedevo in un baratro, sdraiato su una superficie rocciosa con un masso per cuscino. Sentivo molte persone gridare il nome di Gesù. Le grida erano così forti che mi svegliai per vedere cosa stesse succedendo e vidi dodici persone camminare in fila, circondate dalla folla che gridava il nome di Gesù. Non diedi importanza a quell’evento e tornai a sdraiarmi sulla roccia. Ma proprio quando sentii di scivolare nuovamente nel sonno, Ignorai la scena e mi sdraiai di nuovo sulla roccia. Quando mi sentii scivolare nel sonno, un uomo mi diede una pacca sulla spalla e disse: “Vieni e seguimi”. Aprii gli occhi e lo guardai; mi sembrava strano che mi dicesse quelle parole, sul momento non riuscivo a capire cosa volesse dirmi. Lo ignorai e mi sdraiai di nuovo. E accadde di nuovo: nel momento in cui mi sentivo scivolare nel sonno, quell’uomo mi diede di nuovo una pacca sulla spalla e mi ripeté lo stesso invito. A quel punto mi svegliai – ma lui non c’era più. Meditai sul significato di quelle parole; avevo paura, ma qualcosa dentro di me stava cambiando: provai una grande curiosità e il desiderio di andare in chiesa, per saperne di più su ciò che il mio amico mi aveva detto.

Mi preparai, pensando che sarei andato a cercare il mio amico perché mi accompagnasse – anche se mi metteva ancora in imbarazzo chiederglielo. Ma quando uscii di casa, rimasi a bocca aperta: lui era lì e mi stava aspettando per chiedermi di andare a Messa con lui. Questo fatto mi fece uno strano effetto: sembrava quasi che lui sapesse che lo stavo cercando, quasi che fosse inviato da Dio. Mentre andavamo a Messa gli raccontai il mio sogno, dando particolare importanza alle parole che mi aveva rivolto quell’uomo. A quel tempo, non sapevo molto della Bibbia; non sapevo chi fossero gli Apostoli, tantomeno potevo comprendere cosa significasse l’invito di Cristo “vieni e seguimi”. Quel mio amico, che invece aveva una approfondita conoscenza della Bibbia, mi spiegò il significato delle dodici persone e di quella chiamata. Provai paura e felicità allo stesso tempo, sensazioni strane che non riuscivo a spiegarmi. Mi sentivo però profondamente grato a Dio per tutto il bene che mi aveva fatto.Il volto dell’uomo che avevo visto nel mio sogno non era luminoso, né era vestito di bianco; tantomeno mi aveva invitato a fondare un’altra Chiesa. Semplicemente mi disse: “Vieni e seguimi”. Aveva un aspetto umile, semplice, molto umano, persino povero.

Ecco come ho iniziato ad avvicinarmi alla Chiesa – e ad innamorarmene. Una delle cose che mi attraeva in modo particolare era lo stile di vita di padre Gerardo Flores Robles: la sua personalità mi trasmetteva pace e mi affascinava il fatto che fosse così felice nel suo ministero. Sentivo crescere in me una profonda gratitudine a Dio, e avrei voluto dimostrarlo in qualche modo – ma non capivo come. Volevo che la mia vita potesse essere testimonianza per aiutare altre persone che avevano problemi simili a quelli che avevo avuto io. In occasione dell’anniversario di una cappella dove si svolgeva l’adorazione eucaristica, padre Gerardo mi invitò ad aiutarlo durante la Messa domenicale e io accettai. In seguito iniziò a parlarmi del seminario, la casa dove si formano i sacerdoti. Questo mi sorprese molto, perché non avevo mai pensato che per diventare sacerdote fosse necessario studiare. Pensavo anche che l’entrata in seminario fosse un evento immediato: pensavo che avrei fatto le valigie e sarei partito quel giorno stesso. Padre Gerardo, con un sorriso, mi rassicurò e mi disse di avere pazienza, che prima avrei dovuto vivere la settimana di pre-seminario e poi dare la mia risposta. In quel preciso momento ho capito che nulla avrebbe potuto fermarmi. L’unico ostacolo era la mancanza del diploma di scuola media superiore – non avevo completato gli studi. Nel 2021, poi, perdemmo una persona cara: mio cognato, Ismael Crescencio, compagno di mia sorella Olga Carpio e padre di due bambine, Geraldine e Yatziri. Avevano programmato di sposarsi a dicembre, ma lui fu assassinato a settembre. Lavorava come tassista e, dopo un incidente con un altro veicolo, l’altro conducente estrasse la pistola e gli ha sparò, colpendolo direttamente al cuore. L’assassino era un comandante della polizia di stato. Il giorno della sua morte, ho provato un dolore devastante: lui era stato come un padre per me e mia sorella Olga come una madre. Quando ci raccontarono cosa era successo, non riuscivo a crederci, continuavo a ripetere che non potesse essere vero. Lasciammo il lavoro e andammo a casa sua: vedere le mie nipoti piangere per la morte del padre mi ha fatto crollare dentro. Il desiderio di vendetta e di farmi giustizia da solo riempiva la mia mente, ma conoscevo già Dio. Ciononostante, la tentazione di vendicarmi fu molto forte e sentivo di non avere la forza di affrontare l’assassino.

Io volevo servire il Signore, ma non sapevo come: in quell’occasione compresi che il perdono è il primo passo su cui si edifica il Regno. Con tutto quel desiderio di vendetta, andai nella cappella dell’adorazione eucaristica della mia parrocchia e rimasi lì tutta la notte, abbandonandomi all’amore di Dio e vincendo, con il suo aiuto, la tentazione di vendicarmi. Dopo la morte di mio cognato decisi di andare a vivere con mia sorella Olga per sostenerla in quei momenti difficili. Rimasi con lei fino a quando arrivò il momento di decidere se andare in seminario. Fu costò molto lasciare i miei genitori e i miei fratelli, ma più difficile ancora fu lasciare mia sorella Olga e le mie nipoti: mi ero molto affezionato a loro e mi sentivo in dovere di rimanere con loro. Trovai la forza di entrare in seminario confidando in Dio. Nel 2022, con l’aiuto del mio parroco, conseguii il diploma di scuola superiore attraverso un programma a iscrizione libera. Quello stesso anno ho fatto il pre-seminario, un’esperienza meravigliosa in cui ho incontrato molti giovani con la mia stessa inquietudine vocazionale. Lì ho capito che la chiamata non era solo per me, ma per tutti i giovani.Ecco la mia storia, ecco come sono entrato in seminario: attualmente sono al secondo anno di filosofia, e appartengo alla 24ma generazione di seminaristi …

AUDEL
Mi chiamo Audel Teresa Barrera, sono seminarista, figlio di due persone umili che lavorano la terra e allevano bestiame. Da loro ho ricevuto l’amore per la Madonna di Guadalupe: la cappella del mio paese natale è dedicata a lei. Mia madre mi ha insegnato a pregare fin da piccolo e a chiedere aiuto al mio angelo custode, mentre mio padre mi ha insegnato ad essere responsabile e a lavorare sodo. Sono il maggiore di quattro figli: due maschi e due femmine. Ammetto che diventare sacerdote non era nei miei pensieri, né durante la mia infanzia e nemmeno durante la mia adolescenza. Se mi fermo a pensarci, mi rendo conto che l’aiuto e l’amore misericordioso di Dio sono sempre stati con me, portandomi a riconoscerlo come il conforto e la consolazione del mio cuore. Prima di raggiungere la maggiore età, ho dubitato della fede che i miei genitori mi avevano instillato: come potevano esserci così tanto male, ingiustizia, morte e dolore nel mondo se il Dio di cui mi parlavano era Amore? Pensavo tra me e me: forse Dio è solo una storia che offre conforto a coloro che hanno perso ogni speranza e sono terrorizzati da quello che c’è oltre la morte. Ho vissuto con questi pensieri per gran parte della mia adolescenza. Quando mia madre mi iscrisse al catechismo, ci andai controvoglia, pensando che lì non avrei imparato nulla … Ma Colui che mi ha formato nel grembo di mia madre mi conosceva e, come un tenero padre che lascia camminare il suo bambino quando inizia a muovere i primi passi, mi ha permesso di percorrere quei sentieri affinché potessi scoprire i miei errori. Ora capisco quanto Dio sia tenero; è un padre che insegna ai suoi figli piccoli a camminare, ma Lui sempre cammina accanto a noi.

A 18 anni mi sono avvicinato di più alla Chiesa dopo aver letto alcune opere di Sant’Agostino e aver ricevuto il sacramento della Cresima da mons. Carlos Garfias Merlos, arcivescovo metropolita di Morelia . Da allora, ho fatto mie le parole di Sant’Agostino: “Signore, ci hai creati per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”. Dopo aver compiuto 19 anni, mi sono trasferito a Chilpancingo, capitale dello Stato di Guerrero, per studiare filosofia, perché volevo diventare scrittore e ricercatore. Rimasi profondamente colpito dalla sofferenza dei genitori dei 43 studenti scomparsi nella strage di Ayotzinapa (26 settembre 2014 a Iguala); mi unii a un gruppo pro-life per difendere la vita dei nascituri nel Congresso dello Stato di Guerrero. Nel mio attivismo sociale, incontrai alcuni missionari che mi portarono con sé nella periferia della città. Lì, ho incontrato un’altra realtà: è vero che io provengo da una famiglia povera, ma c’è una povertà che grida vendetta al Cielo. Allora decisi di tacere dentro di me per coloro che offendono Dio ma di alzare la voce per coloro che vengono messi a tacere e subiscono ingiustizie. Ora sentivo chiaramente una voce dentro di me che mi diceva: “Vieni e nel mio nome conforta tutti coloro che soffrono”. Furono tempi difficili, perché il Dio che volevo seguire non era quello del mio intelletto; perché non avevo capito che il Verbo si era fatto carne e, così facendo, si era incarnato in tutta l’umanità. Con tutti questi dubbi, lasciai l’università e andai in missione per vivere quello che è scritto nel Libro di Giobbe: “Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono”. Dio mi parlava da ciascun volto degli indigeni dai quali svolgevo la mia missione, e mi chiedeva: “Perché continui a resistermi?”. Finché non ce l’ho fatta più e ho ceduto al suo invito. Ora capisco cosa intendeva il profeta quando cercava di spegnere il fuoco che ardeva dentro di lui. Adesso studio teologia e mi sento felice e grato a Dio per il grande amore che mi ha dimostrato. Mi chiama a stare con Lui: che grande gesto di fiducia! Che Lui stesso mi renda degno della Sua chiamata, affinché io possa continuare a gettare le reti con Lui nel profondo. Non mi sono mai pentito di essere entrato in seminario. Nella mia ultima missione della Settimana Santa sono stato inviato nella Sierra dello Stato di Guerrero. Quanto soffre la popolazione locale a causa della criminalità organizzata! Molti giovani sono costretti a imbracciare le armi per difendere i territori dai cartelli. Quanto soffrono i padri e le madri di questi giovani! Sono veri martiri del nostro tempo, perché molti resistono e preferiscono perdere tutto piuttosto che impugnare un’arma per uccidere un altro essere umano. In questa missione ho sentito nel mio cuore e nella mia mente la voce che mi diceva: “Pasci le mie pecore, conducile a pascoli verdi e acque tranquille, affinché possano riprendere le forze. Io sono il Buon Pastore”.

Non sono più l’adolescente che metteva in dubbio l’esistenza di Dio; ora sono Suo discepolo e comprendo sempre di più ciò che Gesù disse a Pietro sulle rive del Mar di Tiberiade: “In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi”. L’amore dei miei genitori mi ha insegnato che per amore dei figli si dona anche la vita. Voglio essere il buon pastore che, come mio padre, cammina con le sue pecore per difenderle dai lupi che vorrebbero ucciderle. In questo cammino non siamo soli; l’amore di Nostra Signora di Guadalupe ci accompagna, come ci ha accompagnato fin dal suo arrivo in queste terre messicane.

EMMANUEL
Mi chiamo Emmanuel de Jesús Quesada Pineda; il mio percorso vocazionale è iniziato alle elementari. Ero a catechismo per prepararmi alla prima comunione e alla Cresima quando mi è venuta l’idea di diventare sacerdote. A quel tempo, nessuno mi prese sul serio – avevo 8 o 9 anni – e la mia famiglia era credente, sì, ma non molto impegnata nella Chiesa: le nostre erano più che altro credenze, ereditate dai nonni … E in realtà, il mio pensiero di diventare sacerdote non era molto definito: infatti – come è giusto per l’età che avevo – volevo fare anche tante altre cose, impegnarmi in altre professioni come il programmatore, il medico, il musicista … Poi, negli il pensiero di diventare sacerdote è via via svanito fino a quando, nel 2014, fui invitato a partecipare a un programma di pre-seminario: decisi di andarci e quell’esperienza mi segnò profondamente; poiché non avevo ancora finito il liceo, rimasi per due anni in un programma di tutoraggio, un periodo di discernimento per capire se volevo davvero entrare in seminario. La prima esperienza di missione della Settimana Santa mi aiutò ad avvicinarmi alla vita ecclesiale: diventai chierichetto in parrocchia e iniziai ad andare a Messa tutti i giorni. Poi, invece, durante la mia formazione spirituale tornai a pensare che in realtà non sarei voluto entrare in seminario, perché sentivo forte il desiderio di dedicarmi a qualcos’altro; ero sul punto di prendere una strada diversa … E poi – la Provvidenza esiste – nel 2016 fui invitato a dare una mano nel programma di pre-seminario: un tuffo nel passato e nel ricorso della mia prima esperienza …

E così accadde che, alla fine, il 15 agosto 2016 entrai nel seminario minore. Tutto il tempo trascorso lì è stato pieno di esperienze, sia legate alla formazione che alla crescita personale. Tra queste, sicuramente dolorosa, il fatto di lasciare la mia famiglia a un’età così giovane: i miei non se l’aspettavano, non erano pronti … Dopo il periodo nel seminario minore, nel 2019 iniziai il Corso Introduttivo: fu un periodo molto difficile perché proprio allora stavo attraversando una forte crisi vocazionale, non capivo più se volessi continuare o andare via. C’era una parte di me che voleva andarsene, perché io non mi sentivo a mio agio; e quella parte di me mi impose di scrivere la mia lettera di dimissioni, di consegnarla e di non tornare mai più. – e la lettera la scrissi, in effetti. Ma poi, l’altra parte di me mi disse di non farlo e mi impedì di consegnare quella lettera. Un altro elemento forte di dissuasione fu il comportamento del mio formatore: è stato in effetti molto duro con me, mi ripeteva continuamente che nonostante io provenissi dal seminario minore, ancora non sapessi come fare le cose ed oltretutto fossi molto, molto distratto, io percepivo questi suoi continui rimproveri come un’umiliazione di fronte ai miei compagni seminaristi. Quando scoppiò la pandemia, tutto questo finì – anche perché tornammo tutti a casa per la quarantena. Quello è stato un altro momento davvero difficile, perché discutevo continuamente con mia madre in merito alla mia permanenza in seminario e all’opportunità o meno di continuare. Alla fine, decisi di continuare e nel 2020 entrai nel seminario maggiore. Per dedicarmi allo studio della filosofia trascurai completamente la mia vita spirituale; avevo cercato di fare tutto da solo e questo mi portò a una forma di esaurimento e di disperazione che prosciugarono ogni motivazione ed energia per svolgere le attività quotidiane. Questo è andato avanti per i tre anni dello studio della filosofia. Durante il mio primo anno di teologia su Acapulco si è abbattuto l’uragano Otis, distruggendola in gran parte: fu una prova di fede per ognuno di noi, mentre cercavamo di consolare e mostrare il volto di Dio a ciascuna delle vittime.

L’ultimo grande dubbio l’ho vissuto quando ho fatto domanda di ammissione da candidato agli Ordini Sacri: sono stato lacerato dal dubbio, non riuscivo a capire se veramente volessi continuare su questa strada perché mi sentivo inadeguato e incapace di vivere questa vita. Alla fine di quell’anno ho fatto un’esperienza di vita parrocchiale: lì ho imparato come confrontarmi con me stesso per prendere decisioni e come valorizzare la compagnia dei fedeli; e sempre in quell’occasione ho imparato a conoscere la spiritualità delle diverse comunità, come rimanga viva e come mi aiuti a vivere la mia, dandomi anche la forza e la consapevolezza di poter realizzare le cose se mi impegno. Oggi sono al secondo anno di teologia e continuo ad affrontare limiti e sfide, ma rimango saldo e più determinato che mai nella mia decisione di seguire il Signore in questo stile di vita. Confido in Dio affinché mi mostri la strada da seguire e mi dia la forza di continuare a rispondere.

ALEJANDRO
Mi chiamo Alejandro Estrada Celestino e la mia storia inizia il 14 agosto 1999 a Petatlán, nello Stato del Guerrero, una cittadina costiera situata sulla Costa Grande, abitata da gente molto cordiale con una devozione fervente all’immagine di Gesù sulla via del Calvario, chiamata affettuosamente “Padre Gesù”.La mia famiglia è composta da cinque persone: Martha Elba (mamma), Jesús (papà), Diana Karina (mia sorella), Jesús Emmanuel (mio fratello) e io. Fin dalla nascita soffrivo di asma e questo mi rese un bambino malaticcio: per i primi tre anni della mia vita i miei genitori si sono impegnati al massimo perché le cure a cui mi sottoponevano dessero il miglior risultato possibile. La mia infanzia ruotava attorno alla Chiesa. Ricordo che fin da piccolo mia madre mi portava alla Legione di Maria, quindi ero sempre tra le braccia di tutte le donne che partecipavano agli incontri e, insieme a loro, tra le braccia di Maria. Nella cappella del mio quartiere ho ricevuto i sacramenti e poi diventai chierichetto: aiutavo nelle funzioni domenicali nella mia cappella e mi piaceva cantare i salmi e accompagnare mia madre alla recita del rosario. A 11 anni dissi a mia madre che volevo entrare in seminario ad Acapulco. Con tanta fatica e con l’aiuto di Doña Maxi, una donna dal cuore d’oro, mamma raccolse i fondi per mandarmi in seminario, dove frequentai il primo anno di scuola media. Ho trascorso il secondo e il terzo anno, poi, così come il liceo, a Petatlán, un posto dove ho ottimi amici e una comunità che mi ama e mi sostiene.Quando arrivò il mio ultimo anno di liceo, dovetti decidere cosa fare della mia vita. Mentre progettavo di studiare pedagogia, mi imbattei nell’Ordine della Mercede. Vedere i frati nei loro abiti bianchi fu per me una novità, e il loro carisma illuminò la mia vita. Così, nell’agosto del 2017 entrai nell’Ordine della Mercede come postulante, e vi rimasi per quattro anni.

Durante il noviziato attraversai una crisi tremenda che mi fece considerare l’idea di lasciare la vita consacrata. Fu un duro colpo per la mia realtà e per la mia fede, ma prima di lasciare il monastero dissi al Signore: “Per molto tempo ti ho seguito senza fare domande; ora voglio fare ciò che credo di voler fare. Se è tua volontà che io ritorni, ci penserai tu; nel frattempo, aspettami”.Trascorsi i successivi quattro anni della mia vita a Petatlán. Durante il mio primo anno, iniziai a lavorare in uno studio fotografico, mentre studiavo per conseguire la laurea in pedagogia. Sono eternamente grato a coloro che mi hanno dato quell’incarico, perché ho scoperto di avere qualità che non avevo ancora sviluppato. Per i tre anni successivi ho lavorato nella mia parrocchia. Il mio parroco, un uomo con una vasta esperienza pastorale, mi ha insegnato molti compiti pastorali che non conoscevo. Ho fatto da mentore a un gruppo di giovani, che sono cresciuti in modo incredibile, e li amo come figli miei. In quel periodo ho capito che nonostante tutto, questa vita non mi bastava. Sentivo di poter fare ancora di più per aiutare i giovani che si rivolgevano a me e ho iniziato a cercare la mia vera strada. Con l’aiuto di un sacerdote, a cui sono profondamente grato, ho capito che il Signore mi stava ancora chiamando. Il Seminario del Buon Pastore mi ha riaperto le porte e oggi mi ritrovo tra le sue mura con una felicità che posso affermare venga da Dio.

GAEL
Mi chiamo Jesús Gael Tapia Justo, ho 20 anni; sono originario di Azoyú, nello Stato del Guerrero. Sono figlio di Galdino Tapia Francisco e di Vitelia Justo González e sono l’ultimo di quattro fratelli: Iván, Omar e Miguel Ángel. Attualmente vivo solo con mia madre, poiché mio padre ci ha abbandonati quando ero molto piccolo. Ho completato la scuola primaria nel mio paese. All’età di nove anni ho scoperto che mi piaceva la musica e che mi sarebbe tanto piaciuto imparare a suonare uno strumento. Iniziai a suonare la chitarra, senza rendermi conto che l’amore per la musica avrebbe completamente cambiato la mia vita. Un pomeriggio sentii un annuncio dalla parrocchia riguardo all’iscrizione al gruppo di catechismo per la Cresima: mi interessava, la Cresima, perché avevo sentito dire che fosse un requisito per ricevere il sacramento del matrimonio. Senza dirlo a mia madre, mi iscrissi al catechismo. Una delle condizioni era la partecipazione alla Messa domenicale delle 10.00 per poi andare a lezione. Va detto che la mia famiglia non era molto praticante e non avevamo l’abitudine di andare a Messa. La prima domenica non andari, perché proprio non ricordavo che la domenica ci fosse la Messa. Mi preparai, però, per andare la domenica successiva, ma quando arrivai in chiesa, non sapevo cosa fare. Mi sedetti nell’ultimo banco per poter chiacchierare o usare il telefono. Ma con mia sorpresa, vidi che c’era anche il mio amico, quello con cui suonavo la chitarra, e vidi che c’erano anche altri ragazzi nel coro, e gli sorrisi da lontano. Alla fine della Messa venne per invitarmi a far parte del coro giovanile. Gli dissi di no, perché quel genere musicale non faceva per me, ma poi fu anche lo stesso sacerdote a invitarmi. Non rifiutai per paura; poi mi accorsi di essere davvero emozionato e nervoso perché non mi ero reso conto che, in realtà, mi piaceva molto essere parte del coro. Mi appassionai: mi accorsi che suonare nel coro mi piaceva davvero tanto, al punto che provavamo tutti i giorni. Dopo soli due mesi il parroco mi nominò coordinatore del coro: non sapevo cosa fare o dire. Mi affidai semplicemente a Dio e lasciai tutto nelle Sue mani. Un anno dopo, il mio parroco fu sostituito e arrivò padre Inocencio Silverio Maura. Un aspetto peculiare del suo ministero era l’amore e la vicinanza per gli indigeni. Fu con lui che nacque il mio interesse per il sacerdozio – anche se del sacerdozio non sapevo assolutamente nulla, nemmeno dove studiassero per prepararsi né cosa studiassero … Poi, un pomeriggio padre Inocencio mi comunicò che ero stato iscritto a un programma di pre-seminario, poi annullato a causa della pandemia di Covid-19. Grazie a Dio abbiamo potuto seguire il programma pre-seminario in modalità virtuale, il che mi ha regalato una grande esperienza spirituale. Quando fui accettato al Seminario Minore la mia famiglia non era del tutto d’accordo. Un evento particolare ha segnato profondamente il mio percorso vocazionale: il giorno prima di partire per il seminario, il 28 agosto 2020, morì mio nonno materno; poche ore prima di morire, mi lasciò queste parole: “Combatti per ciò che vuoi e per ciò in cui credi”. Questo suo messaggio mi ha accompagnato in questi anni di formazione, fin dal Seminario Minore. Al secondo anno del Seminario Minore, ricevetti la triste notizia che padre Inocencio Silverio, il parroco che tanto mi aveva sostenuto in quegli anni, era mancato il 4 novembre 2021. Ero riuscito a parlare con lui ancora qualche giorno prima della sua morte e in quell’occasione mi lasciò alcune parole che mi toccarono profondamente: “Che il tuo modello sia sempre Gesù Cristo, il sommo ed eterno sacerdote”. Durante tutta la mia formazione, mi sono affidato alla protezione di San Giuseppe, all’abbraccio del suo padre putativo. Dopo aver completato il Seminario Minore, ho iniziato il Corso Introduttivo per continuare la mia formazione. Solo tre del mio gruppo sono riusciti a entrare nel corso introduttivo, che è stato per me un grande arricchimento per quello che ho potuto imparare sia dagli insegnanti che dalla gente di Petatlán. Alla fine di quell’anno sono riuscito nel Seminario Maggiore e ho ricevuto la mia tonaca, un profondo rafforzamento della mia vocazione, poiché l’avevo desiderato e atteso con impazienza. In questo primo anno ho avuto l’opportunità di conoscere le diverse realtà pastorali alle quali un sacerdote deve prepararsi. Ho avuto la fortuna di far parte dell’équipe di Pastorale Vocazionale, un’esperienza ricca di sfide e insegnamenti che mi hanno aiutato a prepararmi con maggiore dedizione e ad acquisire più strumenti. Attualmente sono al secondo anno di filosofia e certamente non mi pento della decisione presa. Mi piace quello che faccio e mi piace la formazione che riceviamo, a stretto contatto con Dio e con il Suo popolo. Una cosa per cui ringrazio Dio è che la mia famiglia ora partecipa regolarmente alla Messa e i miei fratelli fanno già parte di alcuni gruppi parrocchiali e del comitato delle cappelle del mio quartiere. Dio è stato veramente buono con me.

IN QUESTO LIBRO TROVERETE LE STORIE DEI 5 SEMINARISTI
