Interventi

COLOMBIA REFETTORIO PER BAMBINI DI STRADA A BOGOTA’


Colombia. In questa pagina web viene riportato il progetto per la realizzazione di un refettorio per bambini di strada ad Esmeralda, un quartiere periferico di Bogotá

In occasione del viaggio di solidarietà in Colombia dello scorso anno avevamo inaugurato il 3 maggio 2023 un dormitorio per ragazzi drogati. Per il prossimo 3 maggio 2024 saremo nuovamente in Colombia per inaugurare un refettorio per bambini in un quartiere povero di Bogotá chiamato Esmeralda. Ecco la lettera con la quale l’Arcivescovo ha chiesto il nostro aiuto e dalla quale si muove il progetto.

Nella lettera del Cardinale, in data 9 maggio 2023, ci viene richiesto un aiuto per Euro 5.000 per aiutare l’Istituzione educativa Santa Rita da Cascia nel terminare i lavori e quindi iniziare la sua opera. Allegata alla lettera del Porporato vi sono i progetti della casa ed anche le finalità educative di tale istituzione, qui di seguito riportiamo i documenti

Ecco il progetto della costruzione per la quale è stato chiesto il nostro aiuto e qui di seguito le finalità educative del nuovo centro

In data 11 aprile  2024, il nostro Tesoriere Luigi Pacini provvede a bonificare l’importo di euro 5.000 ed i lavori possono continuare, come abbiamo detto il refettorio sarà inaugurato in data 3 maggio 2024.


L’Arcivescovado di Bogotà ci invia una lettera di conferma di quanto da noi elargito attraverso l’invio a Fundacion Domus Colombia che di seguito riportiamo

Ed ecco la lettera di Domus Colombia


Riportiamo qui di seguito, per collocare l’opera che si sta compiendo fotografie e video che ci inviano da Bogotá, partendo dal video da noi realizzato lo scorso anno

LA VITA DEI POVERI CHE ABITANO LA STRADA IN COLOMBIA
Domenica sera – negli ultimi giorni della mia permanenza in Colombia – volo con padre Jorge a Cartagena; il volo dura circa un’ora e 15 minuti. Atterriamo e Javier, un amico di padre Jorge, ci viene a prendere con l’anziana madre, Sara. Il programma è fittissimo: oltre all’incontro con il Vescovo, sono previsti incontri con gli “abitanti di strada”, come ho fatto a Bogotá, la visita alla periferia dove la gente vive dividendo la spazzatura; l’incontro con una grande realtà scolastica per ragazzi in estrema povertà, una casa per anziani e una struttura per la prevenzione del fenomeno della tratta e della prostituzione, rivolta soprattutto alle ragazze. Non c’è un millesimo di secondo libero in questo programma meraviglioso! La stanchezza inizia a farsi sentire, ma la forza di questi incontri anima le giornate e alla fine si conferma sempre che a conclusione della giornata è meglio essere stanchi che depressi! Arrivati al nostro alloggio sprofondo in un profondo sonno ristoratore. Le giornate di Cartagena sono bellissime e anche con alcune tinte di folclore, come dei Raperos che si improvvisano Los amigos de Santina. Ma qui a Cartagena voglio parlarvi di un incontro speciale, ed è quello con gli abitanti di strada.


LA TARGA DELLA NOSTRA FONDAZIONE SANTINA E’ GIA’ PRONTA PER L’INAUGURAZIONE DEL 3 MAGGIO 2024
Arrivo al centro che accoglie questi derelitti verso le 11.00: il centro offre loro una doccia e un pasto caldo. Mi salutano festanti e inizia così con loro una piacevole chiacchierata – argomento, Zapata, il calciatore colombiano che gioca nell’Atalanta, i tatuaggi di cui hanno cosparso il corpo e nel tentativo di arrivare al loro cuore che nasconde gradi storie di dolore.

ECCO COME SI MOSTRA IL REFETTORIO PRIMA DEI LAVORI
Sono tutti uomini e sono tutti giovani, vivono in strada: buttati nelle strade, sfracellati dal macinio di una vita insopportabile e straziante. Ognuno racchiude nel cuore una storia di dolore che lo investe con la forza di un ciclone e che lo “sbanda” e la povertà fa il resto! E così, intanto inizi a fumare piccole pipe di marijuana, poi passi a sniffare coca e così il cervello ti va in fumo. Mi accolgono sorpresi mentre passo tra i tavoli dove sono seduti in attesa del pranzo. Li saluto uno per uno, guardandoli negli occhi e mi accorgo che molti di loro hanno tatuaggi. Un ragazzo con una canottiera gialla – fanno 40 gradi di caldo tropicale – mi si avvicina zoppicando, vedo che l’occhio destro è perso: è cieco da un occhio. “Ciao, don Gigi, mi chiamo Gregorio, sento che vieni dall’Italia?”. “Ciao, Gregorio, sì, vengo da Bergamo, dove c’è una squadra di calcio che si chiama Atalanta e in quella squadra gioca Zapata”.

FERVONO I LAVORI, VEDETE LA DIFFERENZA?
So che i colombiani sono pazzi per il calcio e mi rendo conto di aver colpito nel segno perché Gregorio ne sa più di me sui giocatori colombiani della squadra della mia città! Il suo occhio si accende di sorriso e luce; anche se vivono in strada, il pallone è sempre nel cuore dei colombiani. “Gigi, lo so: Duván Zapata gioca nella squadra della tua città. E la storia d’amore fra la Colombia e l’Atalanta è davvero fresca, almeno in termini di prestazioni positive ed esaltanti, come dimostrano la quasi coppia del goal formata dal rapido e scattante Luis Muriel, e la punta di peso che risponde al nome di Duván Zapata. Per me – dice il ragazzo – sono loro due i fenomeni che hanno trascinato, oltre al resto della squadra, i bergamaschi fino a un passo dalle semifinali di Champions, quando a un minuto dal termine dei tempi regolamentari conducevano per 1-0 contro i futuri vicecampioni del PSG (Paris Saint-Germain). Ti ricordi, vero, negli scorsi anni questa incredibile prestazione?”.


Rispondo con un grande sorriso, prendo il telefonino e mostro a Gregorio un video su YouTube dove con la maglia dell’Atalanta mi alleno vicino a Zapata! Naturalmente è un fotomontaggio, ma tutti i miei disperati fanno ressa per vedere il mio allenamento. I ragazzi scoppiano a ridere quando poi ascoltano la canzone di Roby Facchinetti “Dea magica Dea!”, riferito all’Atalanta. Fermo il video, dico le parole in italiano, loro le ripetono, imparano una strofa… e dopo 5 minuti tutti insieme cantiamo “Dea Dea, magica Dea, fai sognare questa tua città. Tu ci prendi, ci sorprendi, magica Dea Dea, magica Dea, senti il cuore nerazzurro e noi, la tua gente che ti canta. Atalanta, Atalanta, cuore di tutti noi. Atalanta, stella che incanta, tu non tramonti mai”. Peccato non abbia potuto registrare il canto dei miei barboni

IL CARDINALE DI BOGOTA’ RINGRAZIA IL VESCOVO DI BERGAMO PER L’OPERA CHE STIAMO REALIZZANDO
Mi commuovo per come il pallone o una canzone riescano a unire questa comunità di abitanti di strada e regalare ai loro occhi un po’ di gioia. Io non so se i tifosi dell’Atalanta e i giocatori stessi possano capire quanto quei poveri barboni fossero felici nel vedere dei colombiani giocare nella nostra squadra e portarle il successo sportivo! Ma Gregorio è proprio un grande tifoso del calcio e mi ricorda: “Padre, ma non ci sono solo Zapata e Muriel; negli anni scorsi, Iván Valenciano, Mario Yepes e Johan Mojica, tutti colombiani che hanno giocato nell’Atalanta!”. Sciolto il ghiaccio, parliamo della loro vita in strada; propongo di dormire in strada con loro e di passare una notte tra i loro accampamenti, come avevo fatto anche a Bogotá. I giovani rispondono felici: “Sìììì, padre! Ti proteggiamo noi, non ti accadrà nulla di male”.

Ciascuno di loro ha una vita tatuata sulla pelle e vedo che Gregorio ne ha diversi, di tatuaggi; quello che più mi incuriosisce è un rosario tatuato attorno al collo che scende sulle spalle e davanti finisce con la croce. “Gregorio, perché ti sei tatuato una corona del rosario?”. La risposta è simpatica: “Gigi, io non sopporto le catenelle al collo e neppure i rosari e così me lo sono tatuato!”. “Ma ti ricordi almeno di recitarlo, il rosario?”. Sorride e non risponde, cambia discorso e mi mostra i suoi altri tatuaggi dai quali vengo a conoscere la sua vicenda di enorme sofferenza.

Ci sediamo e Gregorio inizia a raccontare la sua tragedia. “Padre, io vivevo con la mia famiglia in un barrio pericoloso di Cartagena. Mio fratello Luis spacciava droga e talvolta mi regalava marijuana o coca… iniziai anche io a drogarmi, anche se non ho mai spacciato!”. Gregorio continua e il racconto si fa inquietante: “Una sera stavamo rincasando, quando due ragazzi della nostra età vengono verso di noi e con fare minaccioso intimano a mio fratello di non spacciare più nel loro rione porquè ve matamos todos los dos!”. Entrambi estraggono una pistola, noi scappiamo, scappiamo, ma… Gigi, sento un dolore formidabile alla gamba sinistra: un proiettile mi ha centrato! Stramazzo in terra dal dolore. Il sicario mi è sopra: con freddezza mi spara un colpo alla testa e se ne va!”. Gregorio dice questo con profondo dolore e questo racconto mi colpisce come un pugno nello stomaco. Gregorio alza il pantalone e appare sulla gamba sinistra una lunga, orribile cicatrice dovuta a un complesso intervento chirurgico che gli ha restituito parziale mobilità: ecco perché è zoppo. Poi indica l’altra cicatrice, quella sopra l’occhio spento e mi spiega: “Grazie a Dio, la pallottola non ha toccato il cervello, ma vivo con una pallottola in testa e questo mi provoca spesso dolori pazzeschi che non riesco a calmare. Allora mi butto a terra e passo ore pregando la Madonna che mi liberi da quel dolore”.

Mentre Gregorio parla immagino in senso di solitudine, di abbandono, il disorientamento amplificato dal terribile dolore: ecco la stupenda preghiera di un barbone che dal santuario della strada invoca Dio! Penso spesso che siano i monasteri di clausura i luoghi dove si prega; non avrei mai pensato con quale intensità possa pregare un barbone nel suo dolore, né che quel dolore e quella solitudine lo rendano santo. Gregorio mi ha polverizzato, annientato, mi ha fatto capire che in alcune circostanze io vivo una vita da idiota … “Gregorio, ora so che ho fatto tanti, ma tanti chilometri per arrivare da te e imparare che anche un abitante di strada prega e che la sua preghiera, arricchita dal dolore e dalla solitudine, è tanto preziosa per l’intera umanità! Tu sei un parafulmine per tutta l’umanità, la tua preghiera, la tua invocazione quando sei a terra in strada, mentre urli per il dolore, tenendoti le tempie con le mani chiedendo aiuto a Dio e alla Madonna, fa sì che Dio allontani flagelli e cataclismi per la tua intercessione. Mi hai detto che invochi Maria e che ti sei tatuato la corona del rosario sulla pelle. Ti voglio fare un regalo; ti ho portato una immaginetta su cartoncino della Madonna Calpestata, viene dall’Iraq e sono sicuro che ti farà buona compagnia”.

Dalla tasca prendo l’immaginetta e gliela mostro… Il ragazzo si fa attento. “Vedi, questa immagine viene dall’Iraq, dove essere cristiani è molto pericoloso. Era il 4 maggio 2017 e infuriava la guerra tra l’esercito iracheno e la soldataglia dell’Isis, fanatici musulmani che odiano i cristiani. Loro erano entrati in una chiesa e avevano preso a calci e calpestato questa immagine sacra, l’avevano resa irriconoscibile! L’ho portata via da là e una volta tornato in Italia l’ho ripulita ed ecco la nuova immagine: piena di tagli ma bellissima proprio per i tagli che ha sul volto!”. Gregorio guarda con grande emozione e subito dà un bacio all’immaginetta; ma guardate cosa fa questo stupendo ragazzo! L’immagine si compone di due lati: da una parte c’è la Vergine irriconoscibile e dall’altra la Vergine dopo il restauro. In Italia, quando regalo questa immaginetta, tutti baciano la parte in cui la sacra immagine è restaurata; invece Gregorio guarda le due parti dell’immagine e poi con profonda consapevolezza bacia l’immagine deturpata e irriconoscibile!!! Cavolo che ceffone m’arriva, con quella scelta! Scoppio a piangere, lui non capisce e mi chiede sorpreso: “Padre, perché piangi? Ho sbagliato?”. Accarezzo affettuosamente la guancia di questo ragazzo, tutto sporco dalla sua vita in strada, e gli dico:  “Tu per me sei un gigante e io di fronte a te sono un nano! Perché hai baciato la sacra immagine dalla parte che il mondo ritiene sbagliata?”. Lui mi guarda e sorride: “Gigi, ho baciato quella parte perché è la fotografia della mia vita: io sono ogni giorno calpestato dai passanti che mi ignorano, che mi disprezzano e talvolta mi maledicono. Se non mi sposto dal luogo dove sto dormendo, mi prendono pure a calci, calci veri; nella mia testa c’è poi quel proiettile e la mia faccia è ferita e calpestata: tutti, tutti mi calpestano fuori di qui”.

Lo guardo con intensità e dopo alcuni secondi gli rispondo così: “Gregorio, ti devo raccontare una cosa che ti potrà davvero far piacere. Nel 2017, rientrato a Roma con questa sacra immagine, la porto nella Basilica di San Pietro per la festa della nostra Associazione, il 4 dicembre, la data della morte di mia mamma Santina. Celebra la Messa il mio direttore spirituale, un cardinale che si chiama Angelo Comastri, molto devoto alla Madonna. Vedi, Gregorio, io non mi confesso da lui non perché è un cardinale, ma perché è un santo, un santo prete: lui è un santo come te”. Gregorio ride, un po’ imbarazzato. “Bene, il cardinale si sofferma alcuni istanti in preghiera davanti alla Vergine Calpestata. Anche a Lui regalo la stessa immagine che ho dato a te, Lui la riceve con devozione e che fa? Le dà un bacio! Ma ecco la mia sorpresa ed emozione: il cardinale Comastri bacia la sacra immagine dalla stessa lato che hai scelto anche tu … io lo guardo allibito, lui sorride e mi dice con espressione seria: ‘Don Gigi, è troppo facile baciare questa Madonnina dal lato dove la si vede sorridente, è molto più difficile baciare il suo volto sfigurato!. Ricordalo sempre, sempre questo: la sacra immagine non può rimanere nella tua stanza, non è proprietà tua, ma della gente calpestata che a Lei si rivolge e che veramente capisce il valore del quadro, che è nelle sue ferite’. Da allora ho visto solo una persona baciare il quadro dalla parte in cui il volto è sfigurato, e quella persona sei tu!”.

Ci abbracciamo forte forte. Gregorio mi porge l’immagine e mi dice: “Baciala anche tu da questa parte, coraggio!”. Faccio con molta devozione il gesto, poi bacio la ferita sulla fronte del ragazzo e lui mi dice: “Gigi, questa immaginetta sarà sempre con me e quando proverò dolori lancinanti dolori alla testa, non avendo soldi per comperare un analgesico, Lei, la Madonna Calpestata, sarà il mio calmante; la stringerò forte forte al mio cuore mentre le lacrime scenderanno sul mio volto nella notte buia di Cartagena, e poi riempirò di baci l’immaginetta dal lato in cui c’è la fotografia della mia vita, una vita resa irriconoscibile dalla miseria, dal vizio e da un proiettile nella testa!”. Lo abbraccio forte; lui mi regala un braccialetto: “Quando guarderai questo braccialetto ricordati di me!”. Lo abbraccio ancora: “Sai cosa faccio? Lo porto in Italia e quando vado a Roma lo porto alla sacra immagine e lo regalo a Lei! Lo lascio lì e chiedo alla Madonna che ti possa essere vicino quando il dolore ti spacca la testa e la vita!”. Gregorio si riempie di gioia: “Che bella idea, mi rende orgoglioso!”. Si toglie il braccialetto e me lo mette al polso… il prossimo 26-27 maggio vado a Roma e depongo il bracciale davanti alla sacra immagine!