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DOVE I CRISTIANI MUOIONO – Il Libro presentato a Roma in occasione 5°anniversario vita associativa


“Dove i cristiani muoiono” è il titolo del libro edito da San Paolo lo scorso marzo 2018 che sarà presentato a Roma, a Palazzo Altieri in Piazza del Gesù,  alle ore 19,00 di mercoledì 18 luglio. Con Esma Cakir di DHA Turchia, Stefano Folli di La Repubblica e da Valentina Alazraki di Televisa Messico.

Prima della presentazione del libro, come di consuetudine, celebreremo nella Basilica di San Pietro alle ore 17,30 una Santa Messa di ringraziamento. Per entrare nella Basilica, si dovrà presentare alle guardie svizzere l’invito qui sotto riportato. L’ingresso è dal Cancello del Sant’Ufizio dalle ore 17.00. Sarà possibile parcheggiare all’interno, ma a conclusione della Santa Messa è tassativamente obbligatorio uscire con le vetture.

Per chi viene da Bergamo è meglio lasciare l’auto all’albergo e venire con taxi. In Piazza del Gesù non è possibile parcheggiare. Si prega dunque di raggiungere palazzo Altieri con i mezzi o con i taxi. Si prega di comunicare presenza alla Santa Messa per il 10 luglio 2018 alla Signora Bruna Torti, Segretaria dell’Associazione al numero telefonico associativo 3290985258 con messaggio whathapp comunicando numero carta di identità. Vi invitiamo tutti a partecipare numerosi. Ecco invito da stampare e portare con se.

LA VERA FORZA è QUELLA DI TESTIMONIARE LE PROPRIE IDEE, CON FERMEZZA, MA CON RISPETTO DELL’OPINIONE ALTRUI
Professor Michele Brunelli Riportiamo qui di seguito l’intervento del Professore che ha costituito una sorta di relazione fondante tutte le altre relazioni.
C’è, nel mondo, chi desidera speculare sulla dimensione religiosa, cancellando il messaggio di amore, di comunione e di fratellanza, ed esasperando le differenze, attraverso una mistificazione del messaggio escatologico e salvifico, tipico di tutte le grandi religioni monoteistiche.

La scissione tra dimensione politica e religiosa, che in Occidente prende l’abbrivio proprio da un pontefice, Gelasio I (494) con la dottrina delle due spade, trova una rinnovata sua applicazione nei paesi arabo-islamici nelle cosiddette primavere arabe, che primavere in realtà non sono.

Certo, storicamente la storia contemporanea del Maghreb e del Mashreq, così come quella del Vicino Oriente e di taluni paesi del Golfo Persico avevano già sperimentato la prevalenza del laicismo sulla componente religiosa. Ma si trattava sempre di  processi top-down, messi in atto dalle élites, e che calavano sul popolo. A partire dal 2010 in una piccola parte del mondo arabo si verificò importante una inversione di tendenza, producendo un rovesciamento dei canoni che erano stati tipici dell’area sino ad allora, portando il moto da top-down a bottom-up. È il popolo tunisino che quando scende in piazza per protestare contro il regime di Ben ‘Ali, non lancia slogan religiosi, non urla Allahu Akhbar, ma chiede, a gran voce, “pane”, “lavoro” e “dignità”. Nelle manifestazioni non vengono bruciate bandiere americane, né israeliane, così come eravamo stati abituati a vedere – ormai distrattamente – nei reportage ed ai telegiornali. Ma in Tunisia si chiede maggiore libertà, si chiede lavoro.

Perché è con il lavoro che si può avere la dignità. L’aveva già compreso Michel ‘Aflaq, arabo libanese, ma di credo greco-ortodosso nel 1947, con la sua opera Fi Sabil al Baath (Sulla via della resurrezione). Un titolo appositamente provocatorio, poiché mette il laicismo ed il panarabismo al centro di tutto, tralasciando completamente il discorso religioso e quindi della sua commistione con la politica. Un titolo anche molto significativo, soprattutto se letto in perfetta asimmetria e quindi contrapposizione al concetto fondante del fi sabil ‘Allah, (sulla via, sul sentiero di Dio), sul quale, imperativamente e categoricamente deve fondarsi la “religiosità” di ogni conflitto, anch’essa in logica associazione con la teocraticità dello stato islamico.

Se il sentiero di Dioqui impone che vi può essere un conflitto esclusivamente per cause e con obiettivi religiosi, il sentiero della Resurrezione, nonostante il termine impiegato non ha connotazioni escatologiche, impone agli Arabi di ritrovare la loro unità su basi non confessionali, bensì etniche, alla ricerca delle radici della loro identità nazionale in un valore amalgamante, radici che risiedono nell’arabismo: lingua, civiltà, eredità culturali – artistiche e speculative al tempo stesso – che erano state il grandioso passato degli Arabi, popolo libero, che secondo ‘Aflaq va costruito sul trinomio: unità, arabismo, socialismo. I contenuti del discorso politico del pensatore siriano che, nel 1936, sottolineava di come per l’uomo, il mangiare non fosse un fine, ma solo un mezzo per emanciparsi dalle necessità animali e per volgersi all’espletamento del suo compito di Uomo, ritornava preponderante nelle strade tunisine nel dicembre 2010, e riecheggiava con termini nuovi per le manifestazioni arabe, ma quantomai antichi: pane, lavoro e quindi dignità.. È un discorso pericoloso per taluni, ieri come allora. Sul piano ideologico il primo sconfitto non sarà il politico o il dittatore di turno, Ben Ali, nell’esempio utilizzato prima (oggi in esilio dorato non a caso a Gedda).

Il primo vinto è il discorso politico-religioso di ‘Al-Qaeda. Uno degli spin-off del gruppo di Osama bin Laden, il sedicente Stato Islamico, comprende perfettamente quale sia lì importanza della destrutturazione di queste nuove idee e si pone quale elemento risolutore dello scempio che i regimi “laici” hanno prodotto: disoccupazione, sudditanza all’Occidente, violazione delle forme tradizionali (ed arcaiche) della religione, ovvero della sua re-intepretazione.  Per uscire dallo stallo indica la via. Quella del ritorno al periodo degli al-Salaf, degli antenati dei puri.

Qual è il collante tra i reportage che cercano di descrivere la fredda realtà del Vicino e del Medio Oriente e della violenza sulla popolazione e soprattutto sul minoranze religiose oggi per lo più ignorata – perché alla guerra da lontano ci si fa l’abitudine – e vita vissuta quotidianamente, la “vera realtà, gli spaccati di vita umana che escono dalle dinamiche dei massimi sistemi della geopolitica, dal gruppo, dalla massa? Il pellegrinaggio in quei luoghi, compiuti da Don Luigi, la raccolta delle testimonianze di chi ha vissuto in prima persona quei drammi e di chi, nonostante la sconfitta tattico-militare di DAESH, vive tuttora. La ricomposizione di frammenti di vita vissuta, frammenti ma non perché riprendono solo parte di una vita, sono frammenti perché sono vite che hanno rischiato di essere spezzate per sempre.

Vedrete simboli: una mano spezzata da una statua, un vangelo, una pallottola, un disegno … Vedremo che in certe arti del mondo essere cristiani significa essere scomodi, non solo in quanti cristiano, ma quanto minoranza, poiché non ci si allinea al pensiero comune. Blaise Pascal affermava: “Perché seguiamo la maggioranza? Forse perché ha più ragione? No, solo più forza”. In realtà questa è la forza dei deboli. La vera forza è quella di testimoniare le proprie idee, con fermezza, ma con rispetto dell’opinione altrui. Non di imporle con la forza, soprattutto se questa è la forza delle armi. Combattete coloro che non credono in Dio e nel Giorno Estremo, e che non ritengono illecito quel che Dio e il Suo Messaggero han dichiarato illecito, e coloro, fra quelli cui fu data la Scrittura, che non s’attengono alla Religione della Verità».[1] Sono i versetti della spada, che venivano citati in maniera accuratamente selettiva per fornire legittimità a uno stato di guerra incondizionata nei confronti degli infedeli ed erano utilizzati dai giuristi per giustificare la grande espansione araba post-profetica.

Oggi ripresi tali e quali da quei gruppi che vogliono riportare indietro l’orologio della Storia. A farne le spese sono come drammaticamente indica il titolo del libro, i Cristiani. Ed è anche grazie al racconto ed alle testimonianze raccolte da Luigi Ginami che possiamo avere in parte il polso della situazione sul campo. Monsignor Ginami è un uomo di cultura, a prescindere dalla fede personale. Come studioso inquadra il fatto con coraggio e lucidità e mai asservito al politically correct, ma semmai alla realtà contingente che incontra o si scontra sul campo. E’ stato definito “custode del mistero”, ma in questo caso mistero no deve essere. Bisogna avere il coraggio della parola, anche quando è sferzante come il titolo di questo libro.
Michele Brunelli,Università degli Studi di Bergamo
[1] Cor. IX, 29; si vedano anche nella stessa sura i versetti 5, 12, 14, 36, 111, 123.