Eventi

PEDALANDO CON SANTINA 1- 4 GIUGNO 2016


DA L’OSSERVATORE ROMANO DEL 2 GIUGNO 2016

Verso Bergamo punteranno  i venticinque ciclisti che, accompagnati da don Roberto Mocchi, parroco di Vigolo, stanno per dare vita al pellegrinaggio su due ruote con partenza da Roma e tappe a Grosseto, Volterra e Sarzana. L’iniziativa è stata promossa dalla fondazione Amici di Santina Zucchinelli, con la collaborazione della polisportiva di Vigolo, affiliata al Centro sportivo italiano. A Francesco, oltre alla maglietta che indosseranno i pellegrini ciclisti, è stato consegnato il libro «Opere di luce» scritto da Vania De Luca e monsignor Luigi Ginami, officiale della Segreteria di Stato, figlio di Santina, per ricordare i 148 studenti cristiani massacrati nell’aprile del 2015 nel campus universitario di Garissa in Kenya e per presentare, appunto, «sette opere di luce» in altrettante periferie del mondo: da Gaza al Perú, dal Vietnam al Brasile. «Roccia del mio cuore è Dio» è il motto della fondazione, che sostiene in ogni modo quanti sono in difficoltà e vengono etichettati come «scarti», nel ricordo di una donna che ha saputo trasformare sofferenza e malattia in un amore senza confini.

ECCO IL TESTO DELLA CATECHESI DI PAPA FRANCESCO DI MERCOLEDI’ 1 GIUGNO 2016

All’udienza generale il Papa parla della parabola del fariseo e del pubblicano
COME SI PREGA
Con la parabola del fariseo e del pubblicano narrata dal Vangelo di Luca (18, 9-14) «Gesù vuole insegnarci qual è l’atteggiamento giusto per pregare e invocare la misericordia del Padre»: lo ha spiegato Papa Francesco all’udienza generale di mercoledì mattina, 1° giugno, proseguendo con i fedeli presenti in piazza San Pietro le riflessioni sul tema giubilare alla luce del Nuovo testamento.

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Mercoledì scorso abbiamo ascoltato la parabola del giudice e della vedova, sulla necessità di pregare con perseveranza. Oggi, con un’altra parabola, Gesù vuole insegnarci qual è l’atteggiamento giusto per pregare e invocare la misericordia del Padre; come si deve pregare; l’atteggiamento giusto per pregare. È la parabola del fariseo e del pubblicano (cfr. Lc 18, 9-14).

PAPA GIOVANNI

Entrambi i protagonisti salgono al tempio per pregare, ma agiscono in modi molto differenti, ottenendo risultati opposti. Il fariseo prega «stando in piedi» (v. 11), e usa molte parole. La sua è, sì, una preghiera di ringraziamento rivolta a Dio, ma in realtà è uno sfoggio dei propri meriti, con senso di superiorità verso gli «altri uomini», qualificati come «ladri, ingiusti, adulteri», come, ad esempio, — e segnala quell’altro che era lì — «questo pubblicano» (v. 11). Ma proprio qui è il problema: quel fariseo prega Dio, ma in verità guarda a sé stesso. Prega se stesso! Invece di avere davanti agli occhi il Signore, ha uno specchio. Pur trovandosi nel tempio, non sente la necessità di prostrarsi dinanzi alla maestà di Dio; sta in piedi, si sente sicuro, quasi fosse lui il padrone del tempio! Egli elenca le buone opere compiute: è irreprensibile, osservante della Legge oltre il dovuto, digiuna «due volte alla settimana» e paga le “decime” di tutto quello che possiede. Insomma, più che pregare, il fariseo si compiace della propria osservanza dei precetti. Eppure il suo atteggiamento e le sue parole sono lontani dal modo di agire e di parlare di Dio, il quale ama tutti gli uomini e non disprezza i peccatori. Al contrario, quel fariseo disprezza i peccatori, anche quando segnala l’altro che è lì. Insomma, il fariseo, che si ritiene giusto, trascura il comandamento più importante: l’amore per Dio e per il prossimo.

GIUORNALE

Non basta dunque domandarci quanto preghiamo, dobbiamo anche chiederci come preghiamo, o meglio, com’è il nostro cuore: è importante esaminarlo per valutare i pensieri, i sentimenti, ed estirpare arroganza e ipocrisia. Ma, io domando: si può pregare con arroganza? No. Si può pregare con ipocrisia? No. Soltanto, dobbiamo pregare ponendoci davanti a Dio così come siamo. Non come il fariseo che pregava con arroganza e ipocrisia. Siamo tutti presi dalla frenesia del ritmo quotidiano, spesso in balìa di sensazioni, frastornati, confusi. È necessario imparare a ritrovare il cammino verso il nostro cuore, recuperare il valore dell’intimità e del silenzio, perché è lì che Dio ci incontra e ci parla. Soltanto a partire da lì possiamo a nostra volta incontrare gli altri e parlare con loro. Il fariseo si è incamminato verso il tempio, è sicuro di sé, ma non si accorge di aver smarrito la strada del suo cuore.

COMASTRI

Il pubblicano invece — l’altro — si presenta nel tempio con animo umile e pentito: «fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto» (v. 13). La sua preghiera è brevissima, non è così lunga come quella del fariseo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». Niente di più. Bella preghiera! Infatti, gli esattori delle tasse — detti appunto, “pubblicani” — erano considerati persone impure, sottomesse ai dominatori stranieri, erano malvisti dalla gente e in genere associati ai “peccatori”. La parabola insegna che si è giusti o peccatori non per la propria appartenenza sociale, ma per il modo di rapportarsi con Dio e per il modo di rapportarsi con i fratelli. I gesti di penitenza e le poche e semplici parole del pubblicano testimoniano la sua consapevolezza circa la sua misera condizione. La sua preghiera è essenziale. Agisce da umile, sicuro solo di essere un peccatore bisognoso di pietà. Se il fariseo non chiedeva nulla perché aveva già tutto, il pubblicano può solo mendicare la misericordia di Dio. E questo è bello: mendicare la misericordia di Dio! Presentandosi “a mani vuote”, con il cuore nudo e riconoscendosi peccatore, il pubblicano mostra a tutti noi la condizione necessaria per ricevere il perdono del Signore. Alla fine proprio lui, così disprezzato, diventa un’icona del vero credente.

MAGLIETTA PAPA FRANCESCO

Gesù conclude la parabola con una sentenza: «Io vi dico: questi — cioè il pubblicano —, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato» (v. 14). Di questi due, chi è il corrotto? Il fariseo. Il fariseo è proprio l’icona del corrotto che fa finta di pregare, ma riesce soltanto a pavoneggiarsi davanti a uno specchio. È un corrotto e fa finta di pregare. Così, nella vita chi si crede giusto e giudica gli altri e li disprezza, è un corrotto e un ipocrita. La superbia compromette ogni azione buona, svuota la preghiera, allontana da Dio e dagli altri. Se Dio predilige l’umiltà non è per avvilirci: l’umiltà è piuttosto condizione necessaria per essere rialzati da Lui, così da sperimentare la misericordia che viene a colmare i nostri vuoti. Se la preghiera del superbo non raggiunge il cuore di Dio, l’umiltà del misero lo spalanca. Dio ha una debolezza: la debolezza per gli umili. Davanti a un cuore umile, Dio apre totalmente il suo cuore. È questa umiltà che la Vergine Maria esprime nel cantico del Magnificat: «Ha guardato l’umiltà della sua serva. […] di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono» (Lc 1, 48.50). Ci aiuti lei, la nostra Madre, a pregare con cuore umile. E noi, ripetiamo per tre volte, quella bella preghiera: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.

Mercoledì mattina i nostri ciclisti hanno attraversato la Porta Santa della Basilica di San Pietro ed hanno partecipato alla Santa Messa presieduta dal Cardinale Angelo Comastri. Di seguito riportiamo il videoclip prodotto dal nostro canale youtube, che gentilmente ringraziamo: