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IL MURALE DI LA LAJA
Nel tempo della pandemia e della guerra di
Putin in Ucraina, non è facile né a Bergamo, né in Italia
e tantomeno nel mondo parlare di carità. I soldi non ci
sono e le famiglie necessitano di tutto e così la
speranza viene meno e le famiglie si chiudono in sé
stesse. Credo che il tempo di crisi decida molto il volto
della carità di ciascuno di noi. Carità, infatti, non è
donare il superfluo, ma il necessario.Scrivo da un
meraviglioso quanto caldo terrazzo affacciato
sull’Oceano e penso a domenica scorsa quando al
mercato, davanti al nostro murale (che è in una
stradina laterale) una donna che era venuta a Messa si
avvicina con una sua amica, mi saluta e poi con gesto
studiato mi stringe a lungo la mano e mi dice, quasi
sottovoce: “Tienili, tu li usi bene, padre Luis Clemente”
– come mi chiamano qui. Per educazione, non guardo
cosa sia e metto in tasca il quadratino di carta piegato.
La donna si allontana tra la gente e il mercato mi
inghiotte con i suoi colori, le sue voci e i suoi odori. Fa
molto caldo, ci avviciniamo a 37 gradi. Esco dal
mercato per una strada laterale e mi trovo davanti al
nostro grande murale: Juan Carlos, l’artista urbano, sta
lavorando alacremente perché per i miei parametri
europei è un po’ in ritardo sui tempi. Parlo di parametri
europei perché quelli dei messicani e degli artisti… si
trovano in una dimensione differente! Tiro fuori dalla
tasca dei pantaloni il quadratino di carta che ci avevo

