Page 69 - HUGO
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ha una statuina di San Giuda Taddeo, il patrono
               dei narcotrafficanti. Me lo metto al collo. Stia-
               mo avvicinandoci al luogo della carneficina e mi
               prende emozione come quando visitavo Garissa.
               Il sangue, quando è sparso, sembra parlare anzi
               sembra urlare con impertinenza e sfacciataggine.
               I militari ci scortano nell’area di massima sicurez-
               za. Uno dopo l’altro i catenacci dei cancelli delle
               celle si sciolgono fino ad arrivare a un piccolo
               patio interno. Il direttore mi mostra dove furo-
               no trovati sedici dei ventotto uomini ammazzati
               nello scorso luglio in questo schifo di carcere,
               sfintere dell’umanità. È un impiantito in cemento
               di color marrone. Attorno alcuni dei pericolo-
               si prigionieri lì rinchiusi: teste rasate, pazzeschi
               tatuaggi, occhi feroci ridotti al vuoto dalla dura
               disciplina del carcere. Li saluto, preghiamo in-
               sieme, ma poi mi inginocchio e mentre lo faccio
               scoppio a piangere per un misto di debolezza, di
               tensione, di stanchezza ed emozione. I giornali
               ne avevano parlato, ma arrivare lì in un triste
               pellegrinaggio è un forte pugno nello stomaco,
               un calcio nelle palle. Mentre prego mi chiedo:
               ‘Perché tanto orrore in questo carcere? In questa
               terra?.


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