Si tratta di una nuova iniziativa sperimentale di accompagnamento di famiglie ridotte alla più estrema povertà, accompagnate non solo da sostegno economico per affitto e cibo, ma anche e soprattutto di un incontro costruttivo ed educativo con un Membro della nostra Associazione… provate a leggere: cosa vi sembra?
Ecco la ricevuta per l’allogio più conforteole della capanna in cui ora Nekesa abita, dal mese di marzo Nekesa avrà una casa con il tetto vero e non una capanna con tetto di paglia:
TRASCORRERE UNA NOTTE IN CAPANNA
Poverty is a factor that has left many hopeless without dreams and ambition in life. For example the village of Maweni in Kenya: children having no future out of poverty ,living in homes full of leakages of money, dirty environment, due to lack of knowledge.
Doreen Olayo Malindi kenya 11-2-2015 h.19,30Una delle tante storie di terribile miseria che incrocia la mia vita incidendo nella carne i segni indelebili di una sofferenza e di una povertà che chiede radicali spiegazioni sulla vita l’ho vissuta nel villaggio di Maweni in Kenya. Si tratta di Nekesa, una giovane donna di 35 anni che sempre febbricitante fa fatica a respirare e tossisce, che a motivo dell’AIDS conclamata deve ingerire quantità sorprendenti di farmaci senza però avere da nulla da mangiare. Contraddizioni di una vita schiantata in una capanna lurida è piccola.Nekesa significa stagione del raccolto, ma la giovane donna dall’occhio vivace dalla sua vita ha raccolto solo pianto e lacrime. Il primo uomo che la incontra si chiamava Wilson e da lui ha avuto una prima bimba di none Olga, che colpita dalla malaria, muore all’ età di tre anni. Nasce poi Emmanuel che muore di tifo alla sola età di tre mesi per aver ingerito acqua infetta. Con Wilson Nekesa concepisce infine una bimba di nome Benta che oggi ha 14 anni e vive in un orfanotrofio perché la donna non ha possibilità di accudirla.Dopo aver generato Benta, Wilson lascia Nekesa e Lei incontra Sanson dal quale concepisce Metris che oggi ha otto anni e vive anch’esso in orfanotrofio. Sanson lascia la donna.. Wilson è sieropositivo ed ha contaminato Nekesa che da sieropositiva contrae l’AIDS.Un giorno in riva all’oceano indiano un beach boy la violenta e, da questa violenza, dall’uomo senza nome nasce Albert il piccolo che vive con Lei e che oggi ha 2 anni.
Nekesa appartiene alla tribù Luhya (che in Kenya costituisce il 14% della popolazione). I luhya, di lingua bantu, si dividono in ben 18 gruppi diversi e rappresentano la seconda tribù del Kenya per numero di componenti. Occupano una zona relativamente piccola del paese, ad alta densità di popolazione, negli altopiani occidentali intorno alla Kakamega Forest Reserve. Come Doreen, Nekesa è emigrata dal nord verso Malindi, una città di mare al sud. I luya un tempo, erano abili artigiani specializzati nella lavorazione dei metalli, capaci di forgiare coltelli e attrezzi vari che poi scambiavano con le merci degli altri gruppi tribali. Oggi, invece, quasi tutti i luhya sono agricoltori e coltivano arachidi, sesamo e mais. Alcuni piccoli proprietari coltivano anche grosse quantità di prodotti destinati alla vendita, come cotone e canna da zucchero. Molti luhya sono superstiziosi e credono ancora oggi fermamente nella stregoneria, anche se è difficile notarlo, siccome l’abbigliamento e i rituali tradizionali stanno scomparendo, a causa soprattutto di una forte crescita demografica. Grazie alle conoscenze di Doreen è proprio nella lurida capanna di Nekesa che ho la grazia di passare una notte. L’idea di poter dormire in una capanna mi era sorta nel cuore quanto ero venuto qui in Kenya nell’anno 2011. Con la buona Santina e con la Cara Olinda avevamo visitato una capanna… Ritornato in albergo l’idea di passare una notte in quella miseria mi aveva affascinato: per capire profondamente l’Africa e la sua vita non è sufficiente visitare, bisogna vivere in una capanna, trascorrere una notte. Li in quella miseria, in quella radicale povertà Dio si manifesta, quel Luogo di miseria diviene sacramento della presenza di Gesù. Sono preoccupato, può essere pericoloso? Un uomo bianco, un muzungu in kisuahili; in un villaggio di neri? Un muzungu da solo? Comincio a chiedere a Margaret, Doreen, Jimmy, Padre Alessandro… Non è facile presentarsi alla porta di una capanna e chiedere di dormire! Ma che cosa vuole quel bianco? Meglio non fidarsi. La porta di quella umile capanna si spalanca grazie a Doreen. “Padre si può fare, io conosco una persona povera che sarà contenta ed onorata di darti ospitalità nella sua misera capanna”. Chiedo consiglio a Padre Nicolas. Padre ho paura, cosa mi dice, è una cosa fuori posto? Ci saranno dei pericoli? Lui con molta dolcezza risponde: “Nei poveri vi è Gesù non avere paura. Ti do un consiglio, quando ti sdraierai nel lurido giaciglio ripeti a te stesso: questo è il letto di Gesù ed ogni paura sparirà. Non ci saranno ne topi ne mosche delle malaria a farti del male!” Questa semplice e diretta considerazione, proveniente da un uomo saggio che è missionario in situazioni limite qui in Kenya – appena uscito dall’ospedale per una infezion intestinale per aver bevuto acqua sporca da un fiume che scorre vicino alla sua missione – mi diede una enorme forza alla fine di una giornata pesantissima trascorsa in macchina tra le missioni di Lango Baya e Chakama. Chiamo Doreen e la ragazza con molta generosità si offre di accompagnarmi. Dopo aver bevuto una bevanda di frutta al mango usciamo dalla sua casa e lasciamo Malindi in direzione di un piccolo villaggio musulmano dove Nekesa vive. Doreen mi offre una coperta pulita da stendere sul giaciglio di quella capanna.

Il tuk tuk ci lascia ed entriamo nel piccolo villaggio accompagnati da Nekesa. All’entrata del paesino di Maweni, il cui nome vuol dire pietre, ed i cui abitanti sono in prevalenza pescatori, quasi tutti di religione islamica, vediamo una grande latrina comune. Non esistono servizi igienici, non vi è acqua potabile non vi è luce. Maweni è un piccolissimo villaggio di pescatori. Il paese è impossibile da individuare sulle mappe perché si compone di un centinaio di “case” fatte di fango, sassi e qualche asse di legno. Ci sono circa 100 famiglie: in ciascuna famiglia ci sono dai 2 ai 12 figli circa. Secondo le tradizioni abituali Kenyote i mariti non sono praticamente presenti: se riescono a lavorare escono in “barca” alla ricerca di pesce da vendere, altrimenti trascorrono le giornate lontano dai figli e dalle mogli a bere “la bomba”, un liquore ricavato dal cocco fermentato che provoca allucinazioni e reazioni violente. Spesso i mariti ripudiano le mogli e sottraggono loro i figli. La popolazione di Maweni si nutre prevalentemente di polenta (chiamata UGALI), fagioli e erbe che nascono spontanee. Quando i pescatori riescono a pescare preferiscono vendere il pesce piuttosto che portarlo alle famiglie alle quali vengono concessi solo i pesci più piccoli. Solitamente gli avanzi di pesce vengono cotti in grandi pentoloni in modo da poter avere una specie di brodo di pesce per tutti i componenti della famiglia. I bambini sono denutriti: soffrono di malattie dovute alle carenze alimentari o muoiono nei primi anni di vita. Percorriamo una piccola stradicciola tra capanne dai tetti rovinati e in fondo alla strada ecco la capanna di Nekesa. Solo allora mi accorgo che la donna ha al collo un bellissimo bimbo dagli occhi grandi il cui nome è Albert. La capanna non è di proprietà di Nekesa, è in affitto e paga 10 euro al mese, ma per uno spazio letteralmente di 15 metri quadrati che assomiglia più ad un caotico ripostiglio che ad una casa. Vi è un letto con una lurida zanzariera che immediatamente decido di non usare anche a costo di affrontare un infinito numero di punture. Vi sono poi dei pacchi di plastica sgualcita che raccolgono i poveri vestiti del bimbo e della donna. Al muro vi è appesa una lampada a petrolio che affumica le pareti della capanna fatta di fango e di legno.

Un piccolo fornello a legna è all’angolo nel quale trovano posto anche i piatti di latta e plastica. “Don gigi, – mi dice Nekesa – forse è meglio che lasciamo acceso tutta notte questa lampada per evitare che i ratti si avvicinino troppo a te. Non ho però soldi, se vuoi ne vado a comperare una provvista per tutta la notte”. Sicuramente convinto da quelle parole invio la donna a comperare con 100 scellini sia il petrolio che la carta igienica che chiaramente non esiste in quel contesto. La donna ritorna e dopo aver preso una dose massiccia di farmaci contro l’AIDS estrae un minuscolo pezzo di torta, non più grande del palmo della mano, e capisco che è tutta la cena del bimbo africano.Piano piano inizio ad interpretare questo sacramento della presenza di Gesù. Stendiamo la coperta di Doreen sul materasso lercio e il fatto mi rincuora, mi sento un po’ più pulito e sicuro in quella sporcizia.

La donna mi dice che la porta di ingresso va chiusa nella parte inferiore perché non possano entrare animali. Facciamo così una piccola barricata… Ed ha inizio la meravigliosa notte piene di paure, ma anche di profondi pensieri sulla vita e sulla fede in Gesù. Sono nel letto di Gesù ma come mi sento indegno di quella povera casa tanto ricco delle mie miserie! Scende la notte e la prima cosa che si evidenzia sono le chiacchiere della gente, dei vicini, nel silenzio notturno ogni parola si amplifica e giunge alle mie orecchie.

Mentre sto ascoltando queste chiacchiere mi sento meno solo, mi sento vicino persone confortanti, non mi sono ostili forse parlano del bianco giunto al villaggio e che abita nella casa di Nekesa… Mi addormento, ma dopo poco mi risveglio i ratti cominciano a farsi sentire e vedere, è la prima volta che mi trovo in una situazione del genere, penso ai piccoli bimbi dai piedini mangiati da questi roditori, e mi sento tanto stupido nelle mie comodità. la paura dei ratti è così forte che non mi sono accorto di un rumore più tenue dato dal giungere delle zanzare, sono tante, il caldo si è fatto insopportabile e la lurida zanzariera sarebbe una puzzolente cappa insopportabile, si sono fatte le tre e sono pieno di sudore: i topi rosicchiano i legni del tetto passa una mezz’ora e nel pieno del silenzio un gallo canta nella capanna, facendomi esplodere in una risata isterica le tre galline ed il gallo si sono svegliati, ma sono nascosti sotto il giaciglio dove dormo.

Cosa faccio ora? Zanzare, ratti, gallo e… alla fine si mette a urlare il muezzin! Verso le 4 del mattino mi addormento stremato, ma con nel cuore una grande pace. Cavolo questo è il sapore forte della povertà, la puzza del povertà il fumo della lampada a petrolio che ha reso la mia gola un fuoco e che mi ha reso gli occhi rossi. Questo è il puzzo della povertà l’odore forte della povertà, ma proprio in questo paradosso Papa Francesco continua a dirmi che quello ê il santuario di Dio e che i poveri sono il suo volto, la sua carne e le sue ossa. Se non riesco a vederli qui come potrò pensare di vederli in un misero pezzo di pane ed in un po’ di vino? Tornato in albergo Caterina mi accoglie con molta curiosità e mi dice, ma come puzzi di fumo!! È il complimento più bello che mi poteva fare, Papa Bergoglio dice che noi sacerdoti dobbiamo portare l’odore delle pecore e questa mattina io l’odore delle mie stupende pecore lo avevo addosso: loro si chiamavano Nekesha, una giovane donna malata di AIDS ed il suo piccolo bimbo di nome Albert…. Una lacrima di orgoglio per loro mi scese furtivamente mentre entro in camera per una doccia calda e per porre una crema sulle punture degli insetti…

PANE E PESCE : A PRANZO CON NEKESHA ED ALBERT
Per contraccambiare il gesto così significativo di Nekesha invito a pranzo lei il bimbo e Doreen. In quella ora di pranzo ho una appendice dell’insegnamento che avevo ricevuto la notte nella capanna. La donna si presenta all’appuntamento con vestiti poveri, ma puliti e così anche il piccolo Albert. La giovane di soli 35 anni Sembra essere avvolta da una grande dignità che le conferisce eleganza. Nel passato prima di tutte queste sofferenze quello doveva essere il volto di una bellissima ragazza, un volto ora sfigurato dall’AIDS. Non so quanto rimanga da vivere a questa donna, ma ancora una volta in lei vedo Gesù. Le chiedo se vi sia un piatto prelibato che vuole gustare, risponde con tono molto schivo e chiede del pesce con il riso per lei e per il bimbo. Mentre Nekesha parla giunge anche Doreen. Al nostro tavolo vi è Caterina e Marina. La donna ci guarda con distacco, come per dirci che lei non appartiene a questo mondo pieno di benessere. Guarda con meraviglia tovaglia, tovaglioli e posate. Dopo una decina di minuti giunge il pesce da lei ordinato. Rimane a guardare il piatto e subito si interroga sulle dimensioni della portate del cibo. Don gigi ne posso portare a casa una parte per questa sera? Con questi piatti ci mangiamo per tre giorni!!! Ricordando il piccolo pezzo di dolce della sera dato in pasto al piccolo Albert capisco che la donna non scherza. È proprio vero tutto quel cibo alla donna non sembra per la porzione di un pasto. Tento di chiederle se vuole assaggiare un piatto di parmigiana, ma mi rendo conto che non sappia neppure cosa sia.

I veri poveri come questa donna conoscono solo pochi cibi che mangiano tutti i giorni e non si chiedono neppure se vi siano altre possibilità perché tutto il loro sforzi si concentrano sul’avere quel cibo a loro essenziale. Rimango in silenzio e guardo il bimbo accorgendomi che nel bambino l’imbarazzo cresce guardando il piatto. Inizio a tagliare il mio pesce e quando mi accorgo che mamma e bimbo rimangono fermi allora con le posate inizio a tagliare a piccoli pezzi il pesce del bimbo, quando ho tagliato il cibo compio un gesto poco pensato, imbocco con la forchetta il piccolino che invece scuote la testa e non vuole. La mamma mi guarda e con fiero orgoglio allontana dal piatto del bimbo e dal suo piatto le posate e poi con coraggio in modo fermo mi dice: “Gigi siamo africani ed usiamo le mani”. Prende un pezzo di pesce da me tagliato e lo porta alla bocca di Alfred che lo gusta con voracità. Abbandono così subito il mio cretino protocollo occidentale e con le mani imbocco il piccolo che con sorrisi inizia a mangiare di buon grado. Nel frattempo Nekesha prende il piatto è se lo mette in grembo ed inizia a mangiare con calma. Guarda i bicchieri di vetro e si chiede a che cosa servano. Ha portato un bicchiere di plastica che può servire per tutti due. Il cameriere lo ritira lo lava e lo porta davanti al bambino. Mamma e figlio ordinano coca cola e sprite. Inizia così il pranzo e piano piano Nekesha prende confidenza con l’ambiente ed il bambino anche. La donna mi guarda attentamente ed inizia il suo discorso con la traduzione di Doreen. Padre, la capanna in cui vivo e nella quale hai dormito non è mia, pago l’affitto e non ho soldi, è molto piccola e non vi è nessuna comodità, ma è il luogo dove possiamo ripararci la notte… Ci puoi dare una mano? Ci puoi aiutare a pagare l’ affitto? Mi rendo conto che la sua povertà è reale non deve essere dimostrata perché l’ho potuta vivere nella notte precedente. Sono preso anche dalla curiosità. ma quanto potrà costare una capanna come quella al mese? Doreen a nome di Nekesha scandisce lentamente: ” Si tratta di dieci euro al mese…” Nekesha continua nella sua domanda. Vedi Gigi oso continuare a chiedere per me è mio figlio cibo. Io faccio lavori occasionali lavo biancheria, vendo banane, passo di casa in casa a chiedere lavori saltuari, ma non bastano, tante volte non ho cibo per mio figlio e per me e la mia malattia. Mi puoi aiutare? La mia curiosità aumenta a dismisura, ma se ieri sera quello era il pasto del bimbo e con un piatto come questo ci mangiano per tre giorni, quanto può costare al mese il loro cibo? Vedi Gigi, continua Doreen, qui parliamo di farina di mais, riso, fagioli…. Si tratta anche qui di 10 euro al mese. Guardo Caterina e Marina che rimangono attonite, il bimbo sta giocherellando con il suo amato bicchiere verde. Guardo alle due amiche e mi rivolgo a Doreen: Scusa, fammi capire, ma mi stai dicendo che per il cibo e per affitto queste due persone riescono a vivere con venti euro al mese? Hai proprio capito bene! mi risponde la ragazza in un perfetto e calmo inglese: 240 euro per un anno… Ci guardiamo negli occhi, il nostro consulto con Caterina e Marina dura meno di un minuto. Caterina dice: con 240 euro in Italia si fa una cena e neppure di alta qualità! Marina interviene: sono pochi pacchetti di sigarette, denari che vanno in fumo… Come si può dire di no a questa sacra richiesta che la donna ha formulato come una richiesta di tanto denaro? Prendo la parola: “Caterina possiamo usare il contributo fatto alla ONLUS da Giuseppe ieri e il resto della nostra piccola lotteria di domenica scorsa per giungere ai 240 Euro e pagare questa enorme cifra che mostra la nostra stupidità europea che distrugge denari per nulla?” Caterina guarda Marina ed io guardo Doreen perché sul suo volto si sta dipingendo un piccolo sorriso: sembra che la richiesta possa divenire realtà per la giovane donna malata di AIDS ed il suo bambino… Caterina a voce alta esclama, c’è la dovremmo proprio fare e se per caso non ce la facciamo aggiungiamo noi!!!

Perfetto, Doreen puoi tradurre a Nekesha che questo anno affitto e cibo lo pagherà la nostra associazione amici di Santina Zucchinelli, ma in un modo particolare. Noi consegneremo ora a te tutti i 240 euro e tu Doreen dovrai prenderti cura di Nekesha, ogni mese darai a lei 20 euro per alloggio e vitto e provvederai ad avvisare Caterina dello stato della povera malata ed invierai le ricevute dei denari versati a lei. Va bene? Puoi tradurre a Nekesha? Se ci saranno problemi di salute seri e la donna si aggraverà invece telefonerai direttamente a me… mentre la giovane ragazza africana traduce a Nekesha, si vede il triste volto della malata accendersi di luce, tra colpi di tosse e sguardi di sorpresa la donna ci fissa negli occhi e ci stringe la mano, prima a me, poi delicatamente anche a Caterina e Marina. La commozione ci prende un po tutti, mentre Albert comincia a parlottare ripetendo i nostri nomi. La donna termina lietamente il suo pasto, Doreen ci saluta perché deve andare a lavorare e anche Caterina e Marina ci lasciano. Rimango al tavolo io Nekesha e Albert. La donna vuole conservare un po di cibo per la sera ed i giorni seguenti. Chiamo un cameriere e faccio incartare il cibo conservato da lei. E mentre glielo pongo nella borsa penso alle nostre tavole in Italia a quanto cibo lasciamo sui piatti e buttiamo via, oppure con più sapienza ci facciamo incartare quando siamo sazi, da portare a casa ai cani o ai gatti, solo infine alcune volte pensiamo di mangiarlo noi la sera. La scelta di Nekesha è totalmente diversa da quelle indicate per noi e segue questo pensiero: ho ancora fame, ma ora è sufficiente, misuro questo abbondante cibo non sul mio desiderio di essere piena, ma sul reale bisogno e lo CONSERVO per altri pasti.

Come faccio ad essere sicuro che Nekesha pensa così? Perché ho dormito nella capanna e perché la sua considerazione mentre metto il cibo nella sua borsa è la seguente: Ma don gigi come è possibile che su tutti questi bei tavoli siano rimasti cestini pieni di pane? Troppo cibo in questa casa, troppo cibo: non si fa così! Posso almeno prendere il pane che qui è avanzato su questo tavolo? Gli dico di si. Lentamente la donna svuota i tre cesti di pane nella borsa. Con il bimbo felice usciamo dal ristorante e io guardo commosso quella borsa ora piena di buon pane e penso all’eucaristia! Questo pane dovremmo consacrare sull’altare, pane che ora è divenuto indispensabile, mentre prima nelle nostre mani era così superfluo e banale, il bimbo si mangia le briciole di cibo che sono rimaste sul suo vestitino ed accuratamente lo lascia pulito dalle briciole. Nekesha si guarda attorno e poi mi guarda, tocca le sue tasche ed estrae il pugno chiuso… Nella mia capanna questa notte ho visto che guardavi la corona del Rosario illuminata dalla lampada alla paraffina. Ed ho pensato che ti sarebbe piaciuta come mio ricordo, noi siamo poveri ma con il cuore ti regalo questa corona è di plastica, è sporca ed è vecchia, ma così ti ricorderai di noi. Ti volevo ringraziare perché hai avuto il coraggio di venire ad abitare ed a dormire a casa mia per una notte, una casa con mosche zanzare, ratti, senza luce ed acqua! ma perché lo hai fatto? Provo tanta ammirazione per te uomo bianco. Hai condiviso la nostra vita prima di aiutarci. Dio ti benedica per questo, il tuo gesto rimanga sempre una grande consolazione nel tuo cuore, come lo è nel mio… Se tu ti sei ricordato di noi, siamo sicuri che anche Dio e la Vergine si ricordano di noi e tu con il tuo gesto di condivisione mi hai dato coraggio.
Nekesha alza la sua mano magrissima e lentamente mi accarezza il volto. Prendo tra le mie mani il suo viso malato e febbricitante e sulla sua fronte e le sue guance lascio un grande bacio, forte sonoro e sincero, mentre dai miei occhi scorrono le lacrime. Prendo in braccio il bimbo e lo saluto… Il piccolo mi risponde Jambo e con la sua manina inizia a salutarmi finché mamma e figlio girano l’angolo della strada. Nel cuore una grande pace si accende e la loro incredibile nostalgia! Gesù proteggili e aiutali, io cercherò di fare del mio meglio.

GENNAIO 2016: NUOVO AFFITTO E ACQUA PER NEKESA E LA SUA FAMIGLIA
Caterina è appena rientrata dal Kenya ed ha visitato la famiglia di Nekesa. Vi è una buona notizia: avendo la donna una casa più sicura della capanna dello scorso anno, le autorità hanno permesso a lei di riprendere in casa la figlia quattordicenne di nome Benta e l’latro figlio di 8 anni di nome Metris. Le pratiche per pagare acqua ed affitto sono state affidate da Caterina a Doreen. Pensate che per l’anno 2016 acqua e affitto Caterina ha dato a Doreen Euro 270, e in questa pagina a voi renderemo conto, come sempre facciamo. Ecco tre belle foto della famiglia riunita grazie alla nostra ONLUS:



