Qui trovate il 34° libro della serie #VoltiDiSperanza, Halima, con l’introduzione di Franca Giansoldati.
SOLO CON IL CUORE SAPPIAMO “VEDERE DENTRO”
di Franca Giansoldati,
Giornalista de’ Il Messaggero
È un universo parallelo, inimmaginabile, dai contorni frastagliati quello che racconta don Gigi al termine di ogni suo viaggio. Mondi perennemente sospesi tra la realtà più cruda e spietata e un soffio di fiducia capace di poter cambiare qualcosa per effetto di quella forza misteriosa e impercettibile che solo la fede sa alimentare e far prendere il largo.
Stavolta il racconto – anzi i racconti – ci portano per mano in una zona del Kenya particolarmente misera, lambita dagli estremismi, dove affiorano volti, sguardi, personaggi tragici che paiono soccombere a un destino irreversibile se non fosse per la loro capacità di guardare avanti, di alimentare il mistero della vita e del perdono. Sono voci narrate che parlano di sopraffazione, violenze indicibili, miseria cieca. Una povertà prima che materiale anche umana. A volte non è tanto il quadro sociale descritto, particolarmente osceno, nel quale vivono Maua o Halima, le due donne protagoniste di questo libro. Piuttosto colpisce la micidiale gabbia sociale nella quale sono incatenate entrambe, una specie di prigione asfittica, senza sbocchi, resa tale dalla cultura patriarcale africana, brutale e ben radicata, all’interno della quale la donna non ha voce, non ha diritti e nemmeno può esercitarli perché semplicemente non sono mai stati contemplati.
La loro vita vale meno di una giovenca. Donne fantasma che crescono all’ombra di fratelli, mariti, zii, padri padroni; tutti convinti di dover esercitare il possesso su di loro. Le statistiche sempre fredde e precise delle Nazioni Unite ci confermano che in Africa appena il 50% delle donne in età evolutiva ha una occupazione, contro il 77% degli uomini. Zittite e rese mute da mille circostanze, non riescono a capovolgere la loro situazione, né ribellarsi. Mutilazioni genitali (in Somalia quasi tutta la popolazione femminile), poligamia, matrimoni precoci. In questo quadro sconfortante, tipico delle culture arcaiche – da decenni al centro di programmi di sviluppo da parte dell’Onu ma al momento senza troppi risultati – la grandezza spirituale di Maua si staglia come un gigante. Don Gigi la incontra in una lurida cella di un luridissimo carcere a Mtangani. Ha 39 anni, è stata condannata a morte perché accusata (ingiustamente) dell’assassinio del vicino di casa accoppato dallo zio di Maua, che poi di fatto la ha incastrata per potersi salvare. Per tre anni è stata nel braccio della morte in attesa ma la pena capitale in Kenya nel frattempo è stata abolita e la condanna di Maua è stata commutata in un ergastolo. Non avendo denaro per un avvocato marcirà in cella. Quando fu portata dentro, Maua affidò la sua bambina al fratello che l’ha violentata. La ragazzina oggi è incinta e non passa giorno che la madre non pianga per non poterla proteggere. Ma alla domanda di don Gigi se coltivasse nel cuore la malapianta della vendetta, Maua scuote la testa e tra le lacrime gli fa capire che al male non si può rispondere con altro male. Sarebbe sbagliato.
Se la vita di Maua fa sprofondare il lettore in un ambiente violento e senza argini plausibili, la vita di Halima è avvolta da un futuro ingiusto e buio. Don Gigi la incontra in un ospedale dove questa giovanissima mamma è ricoverata in gravissime condizioni. Probabilmente ha il destino segnato e don Gigi si preoccupa di portare il suo bambino nell’orfanotrofio di Mambrui dove si trovano già altri bambini orfani, sostenuti a distanza dalla Fondazione Santina. L’ambiente familiare in cui è cresciuta Halima è quello di una realtà poligamica violenta, dominata da un padre padrone, tantissimi figli e l’incapacità di provvedere a loro. La fame alberga nella baracca in cui tuttora abitano 18 persone, in modo promiscuo, abbandonate a sé stesse. Solo i maschi possono imparare a leggere e scrivere. Le bambine hanno il divieto di farlo e di andare a scuola. Halima, quando si sposa e va a vivere altrove mettendo al mondo Aron, che oggi ha 3 anni, pensava di affrancarsi da quell’ambiente ma si ritrova catapultata a rivivere lo stesso identico dramma di sua madre. Così scappa di casa e per un po’ prova a restare autonoma. La malattia la coglierà impreparata e il dolore più grande è non poter far crescere Aron in un modo migliore. La forza di una madre la tiene in vita. Per sé Halima chiede poco, solo di aiutare il bambino ad avere un destino diverso. Generosa e consapevole, soprattutto piena di speranza. Leggendo il racconto di don Gigi, che immagino abbia scritto tra un trasferimento e l’altro su una jeep tutta scassata, tra la polvere e un caldo micidiale, ho pensato tanto a Maua e Halima. Mi è venuta in mente la bellissima frase di un filosofo cinese, Lao Tsu: “Quello che il bruco chiama la fine del mondo, il resto del mondo lo chiama farfalla”.


