Cosa è #EverlyneProgram
Qui, in Africa, soprattutto qui in Africa, l’Associazione Amici di Santina Zucchinelli ONLUS non può dimenticare Everlyne ed il suo dolore: così, in suo onore ed in sua memoria nasce l’#EverlyneProgram. E nasce non in Italia, “a tavolino”, ma proprio qui in Africa, sporcandoci, impastandoci le mani con l’abissale sofferenza dei poveri, arrivando a sentire le loro sofferenze come nostre.
L’idea mi è nata proprio per le strade di questi villaggi. Negli ultimi mesi della sua vita noi ci siamo impegnati con circa euro 1500 ad accompagnare Everlyne, a farla sentire meno sola e ad alleviare le terribili sofferenze della morte dei poveri. Eh sì, perché i poveri purtroppo soffrono più dei ricchi quando si avvicina la morte. Eppure, qui nessuno pensa alla “dolce morte”, all’eutanasia: qui è impensabile, è contro natura … Eutanasia è composto da due parole greche: “eu” (εὔ) e “thanatos” (θάνατος), che in italiano vogliono dire, rispettivamente, “bene” e “morte”; in termini provocatori ti dico che all’eutanasia, alla “dolce morte”, qui, ci vogliamo pensare noi, noi dell’Associazione Amici di Santina. Ora ti scandalizzi e pensi: questo prete è impazzito!
DELL’INIZIATIVA NE HA PARLATO AVVENIRE IL 21 OTTOBRE 2021
La Chiesa non approva l’eutanasia diretta! No, non sono impazzito: non per il sole o per le scottature o per i graffi degli arbusti o per le punture di insetti su tutto il corpo: no! Non sono impazzito. Noi vogliamo pensare una cosa diversa, anche se costosa: costa infatti 1500 euro accompagnare verso la morte Halima, una persona che vive nella completa miseria, Halima che ho conosciuto in ospedale e con la quale ho trascorso due ore. Prima di parlare di lei, però, voglio condividere l’idea del programma. #EverlyneProgram ha un valore altamente simbolico perché in realtà se da un lato è solo una goccia nell’Oceano Indiano, dall’altro è anche un progetto tutto nuovo, una sfida per noi occidentali. Faccio alcune considerazioni per stuzzicare la vostra attenzione. Intanto, qui 1500 euro sono una somma pazzesca, equivalgono forse a 15.000 da noi – pensate che Everlyne e i suoi tre bambini sopravvivevano con cinquanta euro al mese. Con 1500 euro noi possiamo garantire la sopravvivenza di una famiglia di quattro persone per un anno e cinque mesi. Ancora, con circa duemila euro abbiamo realizzato a Msabaha un pozzo ed una cisterna di 10.000 litri di acqua per circa 250 bambini; oppure, ancora, con 1500 euro possiamo adottare a distanza un bimbo povero per 5 anni… Volete che continui l’elenco? Ed allora, Gigi, perché tutti questi soldi su una persona che non ha neppure molti mesi di vita?

Ne abbiamo parlato con Jimmy ed anche con i membri del CdA di Fondazione Santina; i motivi sono diversi. Il primo tra tutti è che sarebbe una provocazione davvero forte per noi italiani tutti! Le cure che abbiamo avuto durante la fase acuta del Covid e che continuiamo a ricevere sono di gran lunga superiori a quelle che riceve il resto dell’umanità. Mia mamma Santina mi diceva, quando ero piccolo, che noi in Italia siamo nati in un paradiso terrestre: a quel tempo non capivo, mi piaceva solo l’immagine di vivere in un grande giardino bello! Nel 2005, quando ho cominciato ad uscire dal giardino a motivo della sofferenza di mamma, ho cominciato a capire cosa volesse dire quella sua affermazione!
DI #EverlineProgram2021 NE HA PARLATO KORAZYM IL 22 OTTOBRE 2021

Voglio solo fare un esempio: lo scorso anno a Bergamo abbiamo regalato 25.000 euro per due ventilatori polmonari, macchine sofisticatissime per un mondo in cui esiste un bell’ospedale, una stupenda terapia intensiva munita di condutture di ossigeno. Ciò che mancava a Bergamo era ultimo anello di una catena di eccellenze! Ok? E poi, dobbiamo essere terribilmente onesti: lo scorso anno è morta una marea di gente per Covid, sì, ma erano tutti anziani sopra i 70 anni! Mi ha sempre fatto riflettere questa terribile piaga del coronavirus: ha colpito gli anziani e ci ha privato di persone stupende. Santina è morta nel 2012 a 87 anni! Ma per far morire gli anziani prima li devi trovare, e qui in Africa anziani di 87 anni non esistono, semplicemente perché inesorabilmente si muore prima – e male: senza sedativi! Pensate solo per un attimo a un sedativo che toglie dolori atroci nel momento del trapasso… Qui la gente crepa come cani, anzi no: in Italia i cani crepano meglio! Si muore male e si soffre in modo abissale. Quando ho visitato l’ospedale di Malindi ho visto la gente crepare male, tra dolori ed urla… E questo perché se non hai da mangiare, figurati se ti puoi permettere sedativi! Noi ci arrabbiamo con la nostra sanità, ma la nostra sanità è la più bella del mondo…

“Gigi, ma ho passato due giorni in pronto soccorso prima di essere ricoverata, che schifo!”: ma, carissimo, per passare 2 giorni in pronto soccorso devi avere un pronto soccorso ed un ospedale, altrimenti …? Di nuovo crepi peggio di un cane! Allora ti chiedi: “Perché a noi a concesso crepare con antidolorifici e medicine, e a un africano in miseria, no? Tu sei più meritevole di lui?”. Come mi diceva mia madre Santina, abbiamo avuto la fortuna di nascere in un paradiso terrestre ed abbiamo chiuse le porte perché altri possano entrare e noi uscire … Apri la tua porta e vieni qui con me! Dunque, #EverlyneProgram vuole garantire ad una persona qualche cosa di meglio che la morte della miseria. Ha un intento molto nobile e grande, soprattutto in questo tempo di pandemia, quando per noi 1500 euro sono un buono stipendio! Questi alcuni criteri del programma, semplici ed essenziali. Prima di tutto ci siamo orientati rigorosamente verso persone giovani, dai 25 anni in giù. Abbiamo parlato con la Morte e le abbiamo detto: “L’anno scorso in Italia sei riuscita ad ammazzare tanti anziani; bene, noi quest’anno tentiamo di sottrarti una persona giovane. E’ facile, cara Morte, uccidere i vecchi, è un gioco da bambino, carissima, e qui in Africa non hai vecchi. Ci hai dato un pugno nello stomaco in Italia, cara Morte, ma hai ucciso i vecchi perché noi i giovani li proteggiamo bene. Ora ascoltami, Morte: noi vogliamo sottrarti una giovane mamma di 24 anni che si chiama Halima e che ha un bimbo che si chiama Aron ed è nato il giorno di Natale 2018, dunque compirà tre anni a Natale! Noi vogliamo regalare a sua mamma qualche mese di una vita più dignitosa per essere più vicina al piccolo. Qui ci chiedono 70 euro per una trasfusione e 70 euro per un flacone di sangue. Bene: noi come Associazione ci impegniamo ad aiutarla con queste costose cure perché arrivi a Natale e magari anche oltre. La vita, cara Morte, non è nelle nostre mani, ma ancora meno è nelle tue perché solo Dio è il padrone della Vita! E tu lo sai, e sai anche che un giorno tu sarai annientata e tutti vivremo in un paradiso per sempre”. In questo caldo pomeriggio africano, mentre scrivo sotto una palma e una noce di cocco è appena caduta, la Morte mi fissa negli occhi: lei non parla, lei guarda. Nel Cantico delle Creature, San Francesco l’ha chiamata Sorella Nostra Morte Corporale. Io faccio fatica a chiamare questo scheletro che ho di fronte Sorella, soprattutto qui in Africa: ma la Morte sembra sfidarmi!

E io la sfida la accetto solo sulle pagine del Vangelo: “Ero ammalato e siete venuti a visitarmi”. Me lo ha detto Gesù… Continuo a parlare con la Morte: “Cara Sorella Morte, se Halima è Gesù tu hai già perso, perché tu la porterai via ma così la partorirai alla vita eterna, perché lei è la carne di Gesù. Forse, cara Morte, io ti ho visto sempre come scheletro, ma oggi pomeriggio, lontano – ad esempio – dalle fesserie nei narcos messicani che ti venerano come la Santa Muerte, io oggi ti vedo come un’Osterica: eh si!, in verità, tu sei un’ostetrica: al momento in cui il bambino è ben formato lo tiri fuori dall’utero; magari lui urla, ma poi si trova in un mondo meraviglioso che non riesco neppure ad immaginare”. La Morte mi sorride, faccio un salto indietro, due occhi azzurri di infinito mi guardano: sono gli occhi sorridenti della Morte. “Ahhhhh – ora sorridi? Certo, se seguo il Vangelo e questa idea pazza che mi è spuntata nel cervello, forse è vero che in Italia moriamo da vecchi perché non siamo pronti, come i poveri, ad andare in Paradiso!”. Sono pazzo… Amici, seguitemi nella mia pazzia. “Scusa, Morte, una domanda, dammi solo un sorriso e ti lascio andare se dico il vero. Ti ricordi il 2 aprile 2015 a Garissa? Hai ammazzato tutti ragazzi sotto i venticinque anni… Che casino hai fatto, quella volta! Stranamente, tutti ne hanno parlato e poi… e poi sono stati dimenticati, svaniti nel nulla. Forse perché 148 ragazzi uccisi cristiani non fanno notizia? Forse perché un morto in Africa non vale nulla? O forse perché i morti africani devono essere cento perché un giornale ne parli, mentre si parlerà comunque della morte di un solo europeo, ucciso magari in circostanze sceme? Ma di questo non mi importa! Ho solo una domanda: quei 148 giovani, erano pronti per il Paradiso?”. Gli azzurri occhi della morte che parlano di infinito si accendono di una luce più forte del sole, e quel raggio di paradiso mi acceca il cuore, lei sorride… Lo scheletro si alza e sta per lasciarmi solo sotto la palma. “Fermati, Morte! Aspetta, voglio parlarti di Halima: lei non ha nemmeno 24 anni e i dottori mi dicono che presto, in pochi mesi morirà. Non ti arrabbi, vero, se noi le portiamo quei pochi 1500 euro che le consentiranno di avere un po’ più di tempo per stare con il suo piccolo?”. La muta Morte ritorna verso di me, mi prende il braccio destro dove porto il braccialetto di Everlyne, lo prende con le ossute mani, me lo strappa dal polso e con un terzo, meraviglioso sorriso mi lascia. Il suo sorriso è per Everlyne: anche lei era pronta per il Paradiso… In verità, il braccialetto di Everlyne mi si è rotto ora, ma ieri si era aggiunto quello di Bendera. Lei, Sorella Morte, mi gira le spalle e se ne va. Forse noi tutti dovremmo pensare più spesso alla Morte: mi ricordo un anno, in un viaggio della nostra Associazione a Gerusalemme avevo impostato tutta la riflessione sulla Morte ed ogni sera concludevamo la giornata con la preghiera per la buona morte – notate: non la “bella” morte – di Sant’Alfonso Maria de Liguori. La Morte si allontana e mi lascia in ricordo tre bellissimi sorrisi. Ti i ricordi quali? Se non li ricordi non andare avanti, torna indietro, perché poi ti devo parlare di Halima.
Halima e l’#EVerlyneProgram2021
Dopo il mio dialogo con la Morte forse vi è più chiaro lo scopo del progetto, ma sarà la vita stessa di Halima a chiarirlo meglio ancora. Halima è una ragazza africane tra tante, scelta senza alcun merito particolare e proprio per questo può incarnare il volto di tutta la povertà miseria africana. Lei ha 24 anni e viene dal villaggio di Gingoni, ha un bimbo che si chiama Aron e che compirà tre anni a Natale. Ho incontrato Halima in ospedale: è in uno stato pietoso, parla a fatica, i vestiti sono stracci ed è Margaret, la mamma, che si prende cura di lei. Al collo ha il segno della dialisi: una garza bianca; mercoledì prossimo sarà sottoposta all’ultima dialisi e poi sarà abbandonata a se stessa: tornerà al suo villaggio, nella sua capanna con la morte annunciata in poche settimane. Il motivo della condanna a morte: denutrizione, sfociata in anemia grave e cronica. La guardi e nei suoi occhi vedi l’abisso del dolore, della depressione, della paura. Guardo il suo collo con il segno della dialisi: sarà la ferita con la quale entrerà in paradiso, una ferita luminosissima, ma ora altro non è che una piccola garza imbevuta di sangue. Vado a prenderne una pulita: la gentile infermiera musulmana immediatamente me la porge e io ho l’onore di sostituirla. Pulisco, disinfetto e rimetto. Nella copertina del nostro libretto lei appare proprio così: con la garza nuova che ho appena messo. Iniziamo un discorso Margaret, Halima e io. Prende la parola Margaret: “Grazie, padre, ho saputo dai dottori che la tua Associazione pagherà le costose cure per mia figlia”: Halima sorride e quel sorriso mi trapana il cervello perché mi ricorda quello della Morte, quello di una prospettiva di vita che non è di questo mondo, e che noi ricchi facciamo fatica a visualizzare! Mi sorride: ha capito quello che ha detto la mamma. Chiedo a Margaret – sempre attraverso la preziosa traduzione di Jimmy – di raccontare la sua storia. E Margaret inizia il racconto in kishwahili. “Halima, padre, ha 24 anni e ha otto fratelli, tutti figli dello stesso padre, Kazungo”. Rimango colpito. Halima aggiunge con voce lenta: “Mio padre è poligamo e dunque nella nostra famiglia ci sono due sue mogli.

Una è mia mamma e l’altra è Kasua”. La ragazza fa davvero fatica a parlare. Le metto una mano sulla bocca e continua Margaret. “Sì, è vero Gigi, io ho nove figli, ma mio marito ha un’altra moglie che è molto più vecchia di me. Lei oggi ha 60 anni e mio marito 68 e da lei mio marito ha altri 6 figli”. Anche se sono anni ormai che frequento l’Africa, non riesco ad abituarmi al concetto di un nucleo ancestrale di famiglia poligamica, dove in un’unica casa vivono15 figli in stanze diverse della squinternata capanna, e l’uomo fa sesso con due donne diverse in altre due stanze diverse! Veramente, il tema del rispetto della dignità della donna non esiste in questa cultura ancestrale, e ogni tentativo di educazione è difficile a motivo della miseria e della mancanza di istruzione. Ma questo è solo il primo dettaglio di questa normale storia africana… Io mi distraggo ed immagino la vita dei bambini nella capanna. Margaret però mi spiega anche che non tutti e 15 vivono nella capanna perché i più grandi lasciano presto la casa: a 10 o 11 anni vanno a vivere con i fratelli maggiori di 17 o 18 anni fino a quando trovano una donna o un uomo … Ma che casino, immaginatevi: una decina di bambinetti tutti insieme a dormire mentre l’uomo si aggira per la casa facendo sesso con una o l’altra moglie! Mi piacerebbe incontrare questo uomo. Devo calmare i miei istinti perché non mi devono disturbare nella lettura della situazione di Halima, la cui vita Sorella Morte mi ha concesso per alcuni mesi in più. Margaret continua a raccontare a Jimmy e il mio carissimo Jimmy traduce in inglese, il solito casino di incrociare almeno tre lingue! Il racconto procede: nel reparto puzzolente il caldo è davvero torrido. “Margaret, ma tuo marito lavora?” – “No, padre, svolge lavori occasionali.” – “E tu lavori?” – “No, padre, io svolgo lavori occasionali” – “E Kasua lavora?” – “No, padre, svolge lavori occasionali”. Sembra una litania di miseria. Guardo Jimmy. Spiegami bene tu, che considero ormai da tanti anni come figlio: dunque questo Kazungo ha 15 figli, due mogli e nessuno dei tre lavora???? Mi sembra una cosa pazzesca! Non mi abituo mai all’Africa. “Esattamente così, Gigi”, mi risponde Jimmy con uno sguardo sconsolato. Mio Dio, se i tre adulti non lavorano capisco la denutrizione dei bambini. Ma i figli più grandi lavorano? Jimmy pone la domanda alla donna. E la donna con uno sguardo di ghiaccio risponde: “Gigi, mio marito non vuole che le donne lavorino, solo gli uomini si devono affermare con il lavoro! Mio marito Kazungo ha permesso di lavorare solo ai due miei figli maschi, per le altre sette figlie femmine nessun lavoro se non quello dei campi e i lavori in casa”. Quanti maschi ha da Kasua? “Sono due maschi e quattro femmine.”. Cosa?, rispondo allibito. Facciamo un po’ di conti: 7 bambine da te, quattro figlie da Kasua, dunque un totale di 11 figlie di cui nessuna lavora? Se poi ci aggiungo le due mogli in un nucleo famigliare così scriteriato come questo ci sono 18 persone di cui solo i cinque maschi lavorano e le 13 femmine niente? Halima risponde con un semplice sì. Continuo io: “E i cinque maschi che lavoro svolgono?” – “Solo e semplici lavori occasionali”. Inghiotto amaro la normalità di molte famiglie come queste, che vivono nei villaggi vicino a Mambrui. Ogni parola che ascolto mi getta nello sconforto, ma mi stimola anche una forte volontà di far vivere il nostro #EverlyneProgram. Queste incredibili situazioni prima ancora di risolvere il problema sanitario, devono risolvere un problema basilare: quello della sopravvivenza, del cibo, della fame. Ma 18 persone come possono vivere senza introiti? Non riescono a fare ragionamenti finiti su come mangiare perché non hanno nessun tipo di riflessione su questo. È una vita elementare alla quale manca una cosa ancora più importante: l’istruzione! E purtroppo questo è l’ultimo gradino della miseria di Halima che devo scendere…insieme a voi.

Il nostro discorso continua nell’affollato ospedale. Curioso, chiedo a Margaret: “Margaret, avete fatto la scuola primaria vero? Tu i tuoi figli sapete leggere e scrivere, no?”. La risposta arriva puntuale e tagliente, fredda: “No, padre, nella mia casa sanno leggere e scrivere solo i maschi. Nessuna di noi femmine sa leggere e scrivere”. Anche questa volta, leggendo la storia viva che ho davanti agli occhi e non le dotte informazioni delle Nazioni Unite che lasciano il tempo che trovano, scopro che su 18 persone solo 5 sanno leggere e scrivere! Sono allibito e furioso e medito propositi di vendetta nei riguardi di Kazungo – poi percepisco il disagio di Jimmy e mi rendo conto, che in realtà non è colpa sua, direttamente: dove non c’è istruzione, non può esserci emancipazione culturale … Ora guardo Halima e provo per questa infelice una grande tenerezza, la accarezzo e lei mi guarda con occhi vuoti di futuro. “Margaret, se tu e tua figlia volete, noi vorremmo esservi vicini. Vorrei scrivere un libretto dal titolo Halima e far conoscere la sua storia agli italiani che vivono come me in un paradiso terrestre immeritato, che può diventare anche la facile anticamera dell’inferno, quel paradiso che ti porta a vivere una bella vita e non una buona vita, come spesso respiro in questa miseria. Se mi autorizzi, vorrei parlare con il direttore dell’ospedale e nei prossimi mesi aiutare tua figlia Halima con trasfusioni di sangue e dialisi affiinché Halima possa arrivare a Natale per festeggiare il compleanno del piccolo Aron Che ne dici?”. La donna mi guarda incredula e in kiswaili mi domanda: “Padre, perché lo fai?”. La guardo e le rispondo: “Per “Everlyne”, una donna meravigliosa che mi aveva lasciato un braccialetto che oggi si è rotto forse perché stavo per incontrare te! Ora la nostra Everlyne è Halima! Non siamo ricchi, e quello che facciamo lo facciamo per avere davanti agli occhi l’esempio di una sofferenza che può curare le nostre sofferenze, come quelle di Simona a Bergamo che mi legge in ospedale o quelle di Manuela che ha perso il marito Giancarlo due giorni fa!”. Guardo Halima e mi rivolto a lei, dico: “Nei mesi a venire, sarai capace di alleviare, di curare molti dolori in Italia, perché chi leggerà questa tua vita sarà qui, vicino al tuo letto e la tua sofferenza non sarà vana! Ho bisogno del vostro sì, della vostra autorizzazione, poi con quella andremo dal dottore che ci scriverà la diagnosi della tua patologia: anemia grave, e ci prescriverà le cure necessarie: dialisi e trasfusioni.”. Sarà Jimmy a pagare di volta per volta la cura specifica e ad inviare a noi la ricevuta via whatsapp. Ormai siamo esperti. I 1500 euro usciti dalle tasche di Gianfranco e Novella finiranno sul conto della nostra Associazione, la nostra Associazione provvederà ad inviare il denaro a padre Lukas della parrocchia di Msabaha e il padre cappuccino darà al nostro Jimmy il costo della cura: 60 euro per la dialisi e 80 euro per il flacone di sangue. Iniziamo così… Almeno questi ultimi mesi di Halima saranno meno dolorosi.

Ora parlo liberamente, perché nel frattempo Halima si è addormentata, sfinita. Margaret ci dice di sì. Sulla cartella rossa che ho tra le mani c’è scritto anemia grave, una brutta parola da queste parti… Sono stanco, queste storie ti ammazzano il cervello, il caldo è insopportabile e chiedo così a Jimmy se possiamo continuare fuori. Il bravo ragazzo mi risponde di sì e chiede a Margaret di seguirci fuori. “Fuori” ci accompagna una bella ragazza musulmana, velata; prima di uscire dò un bacio sulla fronte febbricitante di Halima. Mi sembra di aver fatto qualcosa di buono, mi sembra di aver scrollato una bella tonnellata di peccati dalle mie spalle: questa opera mi purifica dentro e mi da una forte energia, quella del cuore, perché solo chi guarda con il cuore sa vedere dentro, dice Papa Francesco. Usciamo ed è molto caldo, è da poco passato mezzogiorno. Ci mettiamo all’ombra e i piedi nudi si scottano sulla pietra infuocata che sembra essere invece indolore per Jimmy e Margaret. I piedi di un muzungo sono come le mani delicate di una nostra donna che si fa la manicure, mentre gli africani hanno delle suole al posto della pianta dei piedi. “Margaret, dicci ancora qualche cosa per la nostra Halima …”. “Che ti devo dire, padre? Halima è analfabeta, purtroppo, una ragazza semplice che lavorava duro nei campi; poi, quattro anni fa ha sposato un uomo di nome Kazungo, come mio marito! Da Kazungo, Halima ha avuto il piccolo Aron e lo ama con tutta sé stessa. Lei però non accettava che il marito la tradisse con altre donne: è tornata a casa e sfidando il padre, ha iniziato a lavorare facendo la donna delle pulizie in famiglie musulmane. Noi cristiani siamo disprezzati da loro, ma ci pagano bene! Con il suo modesto lavoro cresceva bene Aron e la sua preoccupazione era quella di mandarlo a scuola: se venisse a mancare, come faremo?”. Cavolo, che brava questa Halima, ha tentato anche di lavorare e di emanciparsi: è una brava cristiana e vogliamo aiutare cristiani buoni come quelli che a Garissa hanno dato la vita per Gesù. Lei non sarà martire nel vero senso della parola ma è martire della povertà, sicuramente! “Sai Gigi – continua Margaret – quando Halima vedeva una maglietta nuova, semplice, metteva da parte qualche centesimo al giorno del magro stipendio di uno o due euro al giorno e per Natale, al compleanno di suo figlio, riusciva a comperare, magari usata, una maglietta per il suo Aron”. Questa cosa meravigliosa mi commuove: ai miei 60 anni sto diventando vecchio …Immaginate un momento questa povera donna a risparmiare ogni giorno uno o due centesimi per comperare una maglietta usata al figlio per costo totale di due euro? Spero ti commuova tutto questo. Questa immagine si impasta nel mio cervello con i miei pensieri …

7 ottobre 2021 ecco la ricevuta di 7000 scellini per la prima dialisi
Jimmy si fa dire dove abitano, andremo a trovarli per incontrare Aron e vedere lo splendido residence di Kazungo … Tranquilli, non mi interessa parlare con lui, ma Aron, sì, lo voglio incontrare! Con Jimmy ci guardiamo negli occhi, e lui ha il potere di leggermi dentro: “Margaret, non ti preoccupare per Aron, lui studierà! Quando la nostra Halima ci lascerà, se vuoi me ne prendo cura io: vicino a Gingoni, il tuo villaggio, c’è Mambrui dove abitano i tre figli di Everlyne: Santina, Nora e Ramsi, e due gemellini di Bendera, Isac ed Abraham. È un orfanotrofio, è vero, ma fanno la doccia due volte al giorno, vestono abiti puliti, mangiano con abbondanza tre pasti al giorno e soprattutto imparano a leggere e scrivere! Aron potrà andare lì”. Margaret sembra meravigliata: “Padre, non solo vi prendete cura di Halima, ma anche di Aron?”. “Sì, Margaret, anche di Aron che non vedo l’ora di conoscere. Sai, quest’anno ho speso una parola con suor Nadia per installare da loro un impianto a pannelli solari per la produzione di luce e acqua calda, soprattutto per i più piccolini: mi dirà di sì… Anche perché probabilmente dovrò chiedere anche per un altro bambino, il figlio di Bendera, che è ancora nel pancione della mamma ma che nascerà questo mese. Lei non sa né leggere né scrivere, è sieropositiva e ha nove figli! Ieri mi ha messo al polso il braccialetto che vedi, come posso dimenticarmi di Lei? Dopo il dormitorio e l’asilo nido, i pannelli solari… Non ho neppure un euro e me ne occorrono 11.000, ma sai che li troverò da tanti generosi lettori di questa storia, che apriranno i loro cuori e realizzeranno il miracolo! Io credo che Everlyne e Santina dal paradiso stanno lavorando più ora che quando erano in terra, e penso che anche Halima, quando le raggiungerà, contribuirà dal cielo ad aiutarmi per dare acqua calda al suo piccolo che vivrà nell’orfanotrofio di Mambrui. Jimmy mi batte sulla spalla, e mi dice: “Avevo pensato anche io al figlio di Bendera, oltre che a quello di Halima, ottima idea! Spero che in questi giorni non venga in mente a qualche altra donna africana di regalarti un braccialetto, altrimenti… la vedo dura, con suor Nadia!”. Ridiamo, anche se siamo stanchi morti. Salutiamo Margaret e ci diamo appuntamento per incontrare presto il suo amato Aron.

Ecco la nostra Halima durante la prima dialisi da noi finanziata il 7 ottobre 2021
Si è fatto sera da queste parti; la stanchezza si fa sentire, ma questa stanchezza è unita alla pace! Una pace profonda e prepotente che volerà con me a Bergamo, in città alta, Via Arena 5, dove al suono delle campane e poi nel silenzio avrò il tempo di meditare su questi giorni e tradurli in aiuto concreto. Hamina non può attendere oltre la fine di ottobre, ed io non ho nessuna intenzione di lasciarla morire prima. Il muezzin invita alla preghiera del mezzogiorno dalla moschea e io lo ringrazio perché, come a Bergamo al suono delle campane, qui alla voce del muezzin recito l’angelus: mi sembra una buona forma di dialogo interreligioso. Prego i martiri di Garissa – qui ogni giorno penso a loro e chiedo il loro aiuto e la loro protezione – e quando non basta lo chiedo anche ad Everlyne. Il 29 settembre saranno due anni dalla sua morte, martire della povertà: so che mi protegge dal cielo con il suo aiuto. Una noce di cocco cade: guardo l’ora e decido di inviare questo report e di tuffarmi poi nell’Oceano indiano; una nuotata è salutare, fa molto bene, anche se dopo le corse di oggi non sono proprio nella forma migliore per i cento metri stile libero… Nuotando nelle acque dell’oceano rivivrò questa storia e pregherò Dio perché questo viaggio possa portare i frutti desiderati. Ciao Europa! Ora questa parabola mi fa arrivare fino a voi.

Simona la bergamasca ha già letto l’ultimo report, come pure l’amico calabrese Nicola, anche se “leggermente impegnato”: dunque dal Nord al Sud dell’Italia qualche pazzo mi legge. Se Nicola, con tutti i casini che ha, ha trovato il tempo per leggere e per venire il 2 settembre scorso a tagliare il nastro a Sant’Andrea Ionio in Calabria, insieme a Silvana, cosa hai da fare tu, per non leggere? Grazie Nicola e grazie Simona! Grazie e coraggio: Simona, a te questo rapporto farà bene per combattere la tua malattia nell’ospedale di Bergamo e a te, Nicola, farà bene questo report per continuare a lottare per la legalità in Calabria. Mi butto nell’oceano: non è come Pizzo Calabro, ma è davvero meraviglioso …


