Catechesi

TATUAGGIO


TATUARE L’ANIMA, GERUSALEMME 9 SETTEMBRE 2022 ORE 13,30 – 18,30
Il tatuaggio indica appartenenza. Tu, che ti sei tatuato o tatuata così, cosa cerchi? Quale appartenenza esprimi?
Papa Francesco 19 marzo 2018

PREMESSA LA SUA EFFIGIE QUI È STATA PERSINO FERITA E CALPESTATA…
Mentre arrivavo con l’elicottero, ho visto la statua della Vergine Maria su questa chiesa dell’Immacolata Concezione, e ho affidato a lei la rinascita di questa città. La Madonna non solo ci protegge dall’alto, ma con tenerezza materna scende verso di noi. La sua effigie qui è stata persino ferita e calpestata, ma il volto della Madre di Dio continua a guardarci con tenerezza. Perché così fanno le madri: consolano, confortano, danno vita. E vorrei dire grazie di cuore a tutte le madri e a tutte le donne di questo Paese, donne coraggiose che continuano a donare vita nonostante i soprusi e le ferite. Che le donne siano rispettate e tutelate! Che vengano loro date attenzione e opportunità! E ora preghiamo insieme la nostra Madre, invocando la sua intercessione per le vostre necessità e i vostri progetti. Vi pongo tutti sotto la sua protezione. E vi chiedo, per favore, di pregare per me.
Papa Francesco a Qaraqosh in Iraq
Domenica 7 marzo 2021

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Preghiera alla Madonna Calpestata di Qaraqosh in Iraq
Madonna ti guardo: sei piena di tagli.
Uomini malvagi ti hanno calpestato e presa a calci,
Ti volevano distruggere, ridurre a brandelli.
La Tua Sacra Immagine è stata infangata e profanata.
A Te mi rivolgo nel momento in cui
un progetto, un sogno o desiderio
vanno in frantumi.
Dammi il Tuo coraggio:
per il Vangelo ed i Suoi Sogni
si deve essere infangati e calpestati!
Sei qui con me,
a Te Vergine Calpestata di Qaraqosh
affido il mio cuore, il mio pensiero e fallimento.
A te, Vergine Calpestata
chiedo la forza di calpestare il mio io
e di riempiermi di Vangelo!
Le ferite di questo povero quadro
mi aiutino e mi guariscano.
AMEN
don luigi ginami
Qaraqosh, Iraq, 4 maggio 2017

I.TATUAGGIO
Questo scritto probabilmente non lo leggerà mai nessuno perché parlo del tatuaggio che mi sono fatto sulla spalla destra qui a Gerusalemme in occasione della festa della Natività di Maria, l’8 settembre ed esattamente il venerdì 9 settembre. La punta, il chiodo che mi punge, scalpella il cuore. Sento un dolore sopportabile anche se decisamente fastidioso in alcuni momenti. Abbraccio forte quasi a mitigare il fastidio ed il dolore  un cuscino attorno al quale è stata messa una nuova pellicola di plastica, la stessa che proteggerà la ferita fresca dopo un lungo e certosino lavoro dalle 13.30 alle 18,30. Cinque lunghissime ore fatte di pause, punture più o meno profonde per modulare la qualità e la sfumatura del nero, cambio del punteruolo ( ne ho contati almeno 6), diverse spalmate di una crema detergente e idratante… prego il rosario. Il ragazzo che mi tatua ha solo 24 anni e lavora in silenzio: è un lavoro su alcuni millimetri, ed è un’ arte  che non consente errori perché quello che sta incidendo nella tua pelle ha una caratteristica che può spaventare; semplicemente è per sempre! Recito silenziosamente i misteri gaudiosi dove si contempla l’incarnazione, dove si contempla la storia audace di Maria madre di Dio. Poi una pausa e quando il lavoro inizia ripeto per 300 volte la frase: Roccia del mio cuore è Dio, poi è la volta della frase: Gioisci nel Signore, esaudirà i desideri del cuore; poi la frase: Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altri dei all’ infuori di me!

 

Il tempo infuocato della punzonatura per la vita passa in raccoglimento e preghiera e si trasforma in un tempo di consacrazione a Dio. Trafiggere la pelle con un tatuaggio sacro significa dichiarare a tutti ed inequivocabilmente che quel corpo è tutto di Dio, significa riconsegnarlo a Dio. Non conoscevo molto del mondo dei tatuaggi e mi facevano anche paura, non avrei mai immaginato di giungere a 61 anni per fare una cosa del genere. Comunque, quando una persona decide di farsi tatuare prende una decisione seria perché ciò che ti stampano sulla pelle non è qualche cosa di momentaneo, ma è per sempre! Questo è il punto decisivo dal quale partire. Non lo puoi cancellare, non ci puoi ripensare …e allora chi si fa tatuare decide un disegno che esprime qualche cosa di profondo, ed anche sacro, se non addirittura totalmente sacro e mistico. Effettivamente vi è qualcosa di mistico, di trascendente se lo fai con buone intenzioni del cuore. Ti stai chiedendo forse cosa mi sono fatto tatuare sulla spalla destra per la durata di cinque lunghissime ore.  Tutto ha inizio molto lontano da qua, da Gerusalemme dove mi sono fatto tatuare. Inizia in Iraq durante la guerra per la riconquista di Mosul, era il 4 maggio 2017 e mi trovavo la, tra chiese sventrate dall’ ISIS e segni religiosi dissacrati. In una di queste chiese nella piana di Ninive trovai un’immagine della Madonna calpestata, presa a calci, bastonata… irriconoscibile per le percosse la sabbia e il fango.

Con il consenso del peshmerga che mi accompagnava la caricai sulla jeep ed a Roma la ripulii bene bene e la povera ed umile immagine si presentò a me bellissima era la dolcissima scena di Maria che tiene in  braccio Gesù. Nulla di che da un punto di vista artistico, non era di certo la Madonna Sistina, ma il suo valore simbolico era eccelso. Scrissi una breve preghiera alla Vergine Calpestata di Qaraqosh. Dopo alcuni anni il mio bravo padre spirituale mi suggerì di donarla ad una Cappella in cui si potessero svolgere preghiere di riparazione e supplica. Decisi di darla alle mie suore oblate del sacro Cuore e nella loro cappella  ancora oggi è oggetto di preghiera. Durante la pandemia tutti i giorni abbiamo recitato il rosario per allontanare la calamità. Piano piano quella povera icona è cominciata a diventare per me molto importante fino a desiderare di poterla tenere sempre con me, di inciderla spiritualmente in me stesso! Quando tornai in Iraq nel 2021 cercai un tatuatore, ma il negozio era sporco e i tatuaggi molto grossolani, mentre io avevo bisogno di un lavoro meticoloso nei dettagli. Poi fu la volta del Messico ed incaricai Miroslava di trovare un negozio. Lo trovò l ‘ appuntamento era però  ben due mesi dopo, anche Bergamo mi informai, ma il tatuaggio acquista un profondo valore se legato ad un luogo significativo…

Gerusalemme era il luogo che mi si presentava come grande scelta di significato: portare nella carne non solo la Vergine Calpestata di Qaraqosh, ma anche il luogo della Risurrezione. Poi l’imbarazzo nella testa… un prete che si fa un tatuaggio, una mentalità comune ancora oggi che il tatuaggio sia qualche cosa di strano adatto per carcerati, drogati, poco di buono, mentre nel profondo del cuore l’idea di consacrare definitivamente il corpo a Dio attraverso la sua mamma, un segno inequivocabile ed incancellabile di appartenenza… e poi un senso di protezione, di un’immagine sacra che nessuno mai più ti potrà levare se non la morte, il desiderio di una sacra immagine che veglia su di te mentre dormi, ti protegge dai pericoli e ti dichiara a tutti cristiano!  Proprio questi pensieri sono diventati sempre più prepotenti fino ad accompagnarmi per le strade di Gerusalemme fino alla porta di un rinomato studio di tatuatori, proprio il giorno 8 settembre, festa della Natività di Maria.

È importante aggiungere che questo tatuaggio è stato fatto in un clima di profonda preghiera, gli esercizi spirituali e con il tatuaggio ancora fresco ho celebrato la Messa in onore della Madonna Calpestata di Qaraqosh, il giorno dopo mi sono confessato da padre Aliata il francescano archeologo ed ho fatto benedire a lui il tatuaggio. Il tatuaggio al padre è molto piaciuto e lo ha benedetto. Con viva cordialità. Ho scelto accuratamente su quale parte del corpo tatuarmi, in un posto poco visibile come la spalla e poi ho scelto la spalla destra Quasi a protezione di ogni azione compiuta con la mano destra. Il tatuaggio nei secoli passati aveva una forte valenza religiosa, proprio qui a Gerusalemme i pellegrini si facevano tatuare quasi a sigillare l ‘ avvenuto pellegrinaggio, la stessa cosa a Loreto con i “ frati marcatori “ io non mi sento strano per aver fatto questo tatuaggio sacro. Mentre il tatuatore svolge il suo lavoro, la figura piano piano prende forma, gli occhi, il naso la bocca di Maria e del Bambino Gesù, autentico capolavoro di miniaturizzazione. Il ragazzo lavora su un lembo di pelle di pochi millimetri in cui deve disegnare occhi ciglia pupille. Si ferma per una pausa di riposo chiedo di scattare una foto, sta venendo proprio bene! La spalla comincia a farsi sentire, ma piano piano cresce nel cuore la gioia di aver consacrato la mia nuova vita in una sacra punzonatura. Mi dico: da ora in avanti questa sacra immagine è indissolubilmente legata a me, non sono più solo, sento plastica la protezione di Maria e di Gesù!

Il punto nodale di questo tatuaggio è molto semplice: se è vero che quel disegno tanto accurato vivrà sempre con me, si nutrirà delle mie cellule, farà parte di me è anche vero che è una grande sfida, quella di abituarmi alla sacra immagine  e di costringerla dentro la mia vita mediocre di vita, di addomesticare la sua forza. Oppure ecco l’ avventura, quella di adeguare la mia vita a quella di Maria e Gesù. Per me questo tatuaggio, ancora ferita fresca è una grande sfida che interpella la mia vita mediocre. L’altra caratteristica di questo tatuaggio è quella che da oggi in poi non posso più nascondere la mia identità cristiana, quando spoglio la maglietta tutti vedranno che sono cristiano, la mia pelle dichiara identità e annuncia una presenza di Dio. In questi primi giorni mi sono trovato felice a gioire di questo tatuaggio fatto alla veneranda età di 61 anni, dunque scelta matura e ponderata.

Notte e giorno questa immagine sacra mi farà compagnia, mi custodirà dal male e mi inviterà a compiere il bene. Nessuno vedrà un tatuaggio sotto una maglietta a mezze maniche, ma io saprò sempre che la sacra immagine è lì e mi fa compagnia. Penso di poter applicare il brano di Apocalisse 7, 3 alla mia storia personale, con questo tatuaggio Dio ha voluto segnarmi con il Sigillo di Dio, non è sulla fronte ma bensì sulla spalla ma comunque sigillo sacro lo è: “Non danneggiate ne la terra, ne il mare, ne le piante, finché non avremo messo il sigillo di Dio in fronte ai suoi servitori “ ( Ap 7,3)… chiudo questa mia confessione con una domanda e una provocazione a me stesso: sarò degno di custodire questo Sigillo di Dio con una condotta degna per tutta la mia vita?
La risposta è scritta sotto il tatuaggio, è una frase del salmo 73 che è scolpito nella tomba di Santina e mia. Ho chiesto al tatuatore di scrivermi in ebraico tale frase che dice: “Roccia del mio cuore è Dio” . Sarò degno del tatuaggio che porto inciso nella carne quasi come una stigmata solo se la.roccia del mio cuore sarà sempre e solo Dio.
Gerusalemme,12 settembre 2022, ore 0,24 Festa del Santissimo Nome di Maria

 

II. L’ICONA TATUATA VIENE DA MOSUL E PIANA DI NINIVE
Partiamo presto da Erbil. È venerdì, la strada è completamente libera. Arriviamo al primo dei numerosi check-point. Ivan parcheggia la grossa jeep. «Torno subito padre, ma per ogni evenienza sappi che qui nel cruscotto vi è una pistola!» Il cruscotto è lì che mi sfida: apro. È vero! «Tutto in ordine, quando hanno visto che tu eri un sacerdote ci hanno subito concesso il permesso ». Partiamo. Venire a Mosul? Tutti hanno sconsigliato! Perché? Perché? Perché? La domanda diventa ritmica mentre le prime immagini della città si presentano agli occhi. È un grande mercato. La macchina nera rallenta. Ivan prende la pistola. «Vedi questa gente? Loro non ti faranno nulla. Ma tra di loro, a qualche finestra potrebbe esserci un cecchino». Rimango senza parole. Piano piano la grossa vettura esce dal mercato. Ivan rimette la sicura alla pistola e la richiude nel cruscotto. Ora invece i militari non la devono vedere. Siamo nella parte sinistra della città, divisa in due dal Tigri. La prima chiesa che visitiamo ci sta davanti: la croce è divelta dal campanile. Una porta arrugginita si apre. Ivan mette l’arma sotto la camicia dietro la schiena e nuovamente mi spavento.

Un uomo con il volto sorridente ed accogliente ci saluta. Salgo le scale sconnesse e visibilmente rovinate. Ma mentre avverto la furia di Daesh, dei piccoli bambini mi corrono incontro con dei grandi sorrisoni. Si avvicinano. Sollevo il più piccolino alla mia guancia e lui si accoccola comodo comodo e pacioso. La chiesa è pulita, ma vuota… Il bel marmo viene staccato con cura e messo in ordine per la vendita. «Padre dobbiamo andare», mi pressa Ivan. Dopo aver visitato la chiesa dedicata allo Spirito Santo, andiamo alla chiesa dedicata a San Giorgio: i militari, questa volta, non ci danno il permesso. È una zona strategica. Regaliamo due bottiglie di acqua ai giovani militari al caldo dei 40 gradi e Ivan mi porta a vedere un’altra chiesa. «Quando quel demonio del Daesh si è ritirato, ha lasciato cariche di dinamite nascoste. Basta urtare male una pietra che salta in aria tutto». Entriamo: il pavimento è spoglio e liscio, una enorme lastra di cemento armato. Nessuna bomba può essere qui. «Bene padre tu aspetta qui, faccio un giro attorno per essere sicuro. Tu prepara per la Messa, celebreremo qui». Con un fazzolettino di carta pulisco l’altare dalla polvere, una lastra di cemento spogliata dal marmo, pongo sull’altare il mio caro ed inseparabile Vangelo aperto e pongo il pane ed il vino. Ma ci pensate? Gesù tornerà a Mosul. Forse è la prima Messa che si celebra qui dalla liberazione del Daesh. Un brivido ritorna prepotente, forse provocato dal rumore di un elicottero che si avvicina ed inizia a mitragliare. Se ne va, più lontano odo il rumore del conflitto a fuoco. E Gesù? Verrà qui tra poco… È la voce di Ivan ad interrompere il mio pensiero. «Padre qui non abbiamo molto tempo. Celebra bene la Messa con devozione e calma ma cerca di non essere troppo lungo…». Prego per la città, per i cristiani, per Ivan, per i morti, per coloro che sono feriti o che stanno morendo proprio durante questo nuovo sacrificio di Gesù sulla croce. «Prendete e mangiate questo è il mio corpo, questo è il mio sangue». Mi inginocchio e mi fermo in adorazione. Da lontano qualcuno arriva. Istintivamente mi dico: devo proteggere questo tesoro prezioso che è la divina Eucaristia, male che vada subito mangio e bevo… Ivan mi dice in inglese stai calmo e soprattutto fermo. Lui si blocca e con voce calma e tranquilla saluta il giovane. Il giovane guarda incuriosito e chiede: «Ma state dicendo Messa?». Ivan risponde di sì e il ragazzo con un grande sorriso chiede: «Posso partecipare anche io? Sono cristiano. Sono un soldato dell’esercito iracheno». Avrà 22 o 23 anni, il mio forte abbraccio lo riempie di gioia e mi dice: «Abuna», padre. Mi viene in mente una frase bellissima di Gesù: Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro! Lo benedico. La Messa è finita. Sto mettendo via il Vangelo, quando Ivan mi porta ad una finestra, dove da lontano si vede una croce. «Si padre e l’ho portata io con altri tre amici musulmani. È alta tre metri e larga due, di legno, sulla cima di quella collina e ogni volta che vengo a Mosul, quando la guardo mi dà forza e coraggio». Lo guardo negli occhi. Che coraggiosa iniziativa, se ne vuoi portare un’altra in futuro… Ti darò una mano.
Mosul, maggio 2017

 

III. LA MADONNA CALPESTATA
Conosco l’Iraq dal 2003. Erano i giorni in cui a Baghdad lo splendido Lorenzo Cremonesi – inviato di guerra del Corriere della Sera e che ha firmato l’introduzione al mio libro su Hazar, una yasida fatta schiava dall’ISIS – mi diceva che con le lenzuola era aggrappato fuori dalla finestra dell’albergo mentre infuriava la guerra della coalizione contro Saddam Hussein. Eravamo in Iraq per motivi completamente differenti, ma entrambi validi: lui come giornalista, io per la solidarietà. Ci sono poi tornato anni dopo, nel dicembre del 2013 era l’anno in cui Padre Paolo Dall’Oglio era stato rapito in Siria, esattamente il 29 luglio 2013. Tutti mi sconsigliavano il viaggio e mi ricordo che viaggiavo con una scorta pazzesca per un Paese ancora instabile. Venivo dal Kwait ed ero atterrato a Basora, poi su fino a Najaf, la grande capitale religiosa degli sciiti, Nassiria dove i nostri carabinieri erano morti in un forte attacco terroristico, poi Babilonia e Baghdad, con la famosa zona verde protetta dagli americani. Ma il mio rapporto più profondo e simbiotico con l’Iraq, meglio con il Kurdistan iracheno, ha inizio il 12 agosto 2016: parliamo di tempi recenti nei quali il termine ISIS diventa famoso. Mosul è capitale dell’ISIS e nella notte dal 6 al 7 agosto di due anni prima 120.000 cristiani caldei, yazidi e musulmani sciiti in fuga da Mosul e dalla Piana di Ninive vengono cacciati dai militanti dello Stato Islamico Se rimani hai tre possibilità: la morte, ti converti all’islam sunnita oppure paghi una tassa tale da non permetterti di vivere. La gente fugge ed a mio arrivo a Qaraqosh trovo ancora la lettera N sulle abitazioni dei cristani: N per dire abitazione cristiana in arabo. Inizio a girare per la Piana di Ninive in mano al califfato ed a raccontare di storie raccapriccianti come quella di Hazar venduta come schiava nel mercato di Mosul. Torno poi il 29 aprile del 2017 e scrivo di Naren una bimba yazida vittima di sindrome postraumatica da stress. Vivo nel campo profughi di Dawidiya prendo in adozione a distanza per la nostra Associazione 10 bambini: cinque cristiani e cinque yazidi. Questa volta arrivo in Kurdistan per inaugurare tre aule di catechismo a Manghesh e porto in Italia un progetto per un pozzo di acqua nelle vicinanze di Mosul. Giungo così a Mosul nel caos di una regime che spara in testa a chi non è musulmano, con l’aiuto di alcuni soldati peshmerga… ho ancora foto con loro vestito da militare in zone in cui le bombe spaccano le orecchie. Celebro messa a Mosul, la messa più bella di tutta la mia vita! Mai ero stato sul fronte di guerra: di la dal Tigri, lo Stato islamico con la moschea di Al Nusra, dove Al Baghdadi aveva annunciato la nascita dello Stato Islamico di Iraq e Siria. Elicotteri bombardavano, rumore di armi, fumo che bruciava le narici ed i polmoni. Nei mesi seguenti construiamo il pozzo tra un milione di problemi e di difficoltà e così rientro in Iraq nell’agosto del 2019 per inaugurare il pozzo più bello del mondo. Ed in Iraq ci sono tornato poi nell’aprile 2021. Voglio parlare ora di una reliquia che ho portato con me dall’Iraq, quell’icona della Vergine con il Bambino Gesù. Il fatto mi ha messo i brividi e mi si è imposto per la sua forza simbolica. Entriamo a Qaraqosh, in una chiesa dedicata alla Madonna, La chiesa è buia ed è nera dal fumo. Daesh ha bruciato banchi, sedie, libri sacri. L’interno spaventa: buio, pezzi di legno bruciati, cenere, statue spezzate, mani, piedi, volti… scritte del Califfato nero. Una desolazione incredibile e il freddo, la paura e la depressione entrano nel cuore. Un nodo alla gola. Gli occhi si inumidiscono mentre i passi degli scarponcini scricchiolano sulle macerie. Salgo verso l’altare devastato. Il tabernacolo dileggiato da fori di proiettili, la porticina staccata… dietro l’altare, su un cumulo di pietre, vedo quello che resta di un’icona della Madonna.

Ė irriconoscibile. Graffiata, calpestata e impastata con calcinacci. Si vede solo un occhio del Bambino Gesù e la sua piccola guancia. Non rimane nulla della povera icona. La provo a liberare dai calcinacci. Il valore è pari a zero perché non è un dipinto, ma sembra piuttosto un poster di cartoncino attaccato a un misero supporto di faesite. Più che il valore dell’icona scopro un grande valore in quei segni di sopruso, di dileggio! Quell’icona è sfigurata da uomini malvagi, quell’icona non si riconosce più! Il volto della Vergine è scomparso sotto le scarpe degli uomini neri di Daesh. L’icona in alcune parti è tagliata. Probabilmente hanno tentato di spezzarla, ma non ci sono riusciti. Abbandonata lì, in uno stato di desolazione. Mi inginocchio e prego con profonda fede un’Ave Maria… Mi sto per allontanare ma non ci riesco. Cerco un panno e trovo i resti di una tovaglia dell’altare. Avvolgo con cura l’icona, quasi per non farle male, quasi a proteggere le sue ferite. La metto in macchina. Maged si commuove e mi dice: “Padre si vede che tu vuoi bene alla Madonna! Hai baciato quel pezzo di legno lurido e sporco. Hai fatto bene a prenderti cura di quella Madonnina!”. Sorrido in silenzio con gli occhi rossi. Ė sera e in un tramonto pieno di sabbia del deserto la macchina sta lasciando la Piana di Ninive, il luogo dove Giona aveva predicato. Giunto a Erbil fotografo l’icona e poi nuovamente la proteggo con quel telo. La metto in valigia. Arrivato a Roma, i giorni seguenti, con grande cura e devozione scarto l’immagine. Con cura cerco di capire in che stato sia l’immagine sotto il fango e i detriti. Vedo che il cartoncino è bene attaccato alla faesite. Vado in giardino e… con il forte getto dell’acqua da una canna lavo con cura estrema la faesite…e il miracolo avviene! Piano piano si stacca il fango secco, i sassolini scivolano via e delle terribili impronte degli scarponi dell’ISIS rimangono solo alcune tracce. Appare Lei una Madonnina bellissima!

Un gusto di fine ottocento, ma con due occhi verdi dolcissimi e formidabili. Appare Lei, la Mamma di Gesù, con tutta la sua forza e la sua dolcezza. Lei lo sostiene, Lei lo protegge, e il bambino Gesù è ora una meraviglia, un prodigio. L’immagine è di una dolcezza unica. Scoppio a piangere come un cretino. Mi dovrei vergognare nello scrivere queste righe che rivelano la mia debolezza… ma Lei mi parla: “Hai visto che ci sono? Hai visto quanto sono bella? Hai visto che nonostante gli uomini mi abbiano calpestata, riempita di fango, presa a calci… io ci sono ancora? Sono qui! Mi hanno calpestata, come un giorno mi calpestarono ai piedi della croce. Mentre i soldati crocifiggevano mio figlio Gesù mi ingiuriavano, mi riempivano di oltraggi. Ma io stavo là ai piedi della croce. E oggi ero là nella Piana di Ninive dove nel sangue dei cristiani crocifiggevano nuovamente Gesù!” I colori della povera e umile icona brillano forte all’ormai caldo sole di maggio accesi dai riflessi dell’acqua ancora fresca sull’immagine. Mentre la bella icona si asciuga mi metto a dire il rosario e prometto a me stesso e di guardarla quando mi calpestano, quando mi sento male, quando nella vita trovo contrarietà. La bella e poverissima icona è ancora più preziosa a motivo della sua povertà. Nella parte superiore rimane ancora un orrendo squarcio… ma quanto è bella da guardare, quanta forza mi dona e quanto coraggio infonde. Da questo viaggio all’inferno sono tornato con il paradiso nel cuore.
Erbil, marzo 2021

IV. LA FRASE EBRAICA TATUATA: ROCCIA DEL MIO CUORE E’ DIO E LA LEGGENDA DEL SALMO DI ASAF
Gerusalemme, 9 di Adar, Anno 5776
Gerusalemme è avvolta da una tormenta di vento gelido che porta con sé la sabbia fine del vicino deserto di Giuda; le case attorno al Tempio al quale in questa settimana presto servizio nella classe sacerdotale di Abia, alla quale appartengo, sono sbarrate. Mi chiamo Asaf, figlio di Berechia, sono un Levita e cantore al Tabernacolo per volontà di Davide. Il Popolo ebraico mi reputa un Veggente. Ho scritto diversi salmi che compongono una mia piccola raccolta di tredici poesie.Dalla mia abitazione sul Monte degli Ulivi sto scrivendo un nuovo inno per la Liturgia al Tempio. Ho un’idea forte nel mio cuore che voglio esprimere: Roccia del mio cuore è Dio nella mia lingua l’ebraico suonerebbe così: צוּר-לְבָבִי וְחֶלְקִי אֱלֹהִים לְעוֹלָם (zur levavi ve-helki e-lo-him le-olam). E’ una convinzione che ho trovato scritta in un sacro bracciale d’argento che porto al polso della mia mano destra. E’ il regalo di un amico e il frutto del lavoro di un cesellatore che compie la sua opera di artigiano nella Città vecchia e che ha imparato la sua arte a Tebe, nel lontano Egitto. Tale bracciale mi è stato messo al polso da mia madre in un sereno e prolungato momento di preghiera dopo la sua malattia, quando mi ha posto al collo una importante e significativa teca di metallo.Roccia del mio cuore è Dio è un inno che nel cuore vado scrivendo in onore della mia vecchia madre Santina, una donna di ottant’anni che ha sopportato una terribile prova e che è ancora in vita seppur menomata dalla malattia, ma i suoi occhi pieni di vita sono capaci da soli di infondere forza e coraggio. Le sue rare parole oggi sono profetiche come quella dei nostri venerati Profeti; la Sua Parola brucia, taglia, fa male, ma al tempo stesso placa e rincuora: “Sta con il Signore l’Altissimo”, “Prega molto”, “Obbedisci”.

In questa tormentata vicenda nasce il mio salmo che per la Pasqua il Sommo Sacerdote proclamerà al Tempio per la prima volta. Siamo a circa cinquecento anni prima della nascita del Messia, colui che so per certo cambierà la storia del mio Popolo: l’unto del Signore che con la vita dimostrerà definitivamente, come si possa vivere avendo Dio come roccia del proprio cuore!La vita di mia madre è sempre stata vissuta al Tempio ed ora è traboccante di serenità e forza. E’ una vita piena di significato e da essa attingo incoraggiamento nel mio vivere con coerenza e slancio il mio servizio totale all’Altissimo. Mia madre è per me ispirazione e quiete in queste giornate di pace a Gerusalemme. In una teca di metallo porto al collo un pezzo di stoffa impregnato dal suo sangue sparso nel momento della malattia che ha colpito il suo cuore ed il mio cuore. Sono tornato a Gerusalemme dopo questa terribile prova che toglie forza e crea angoscia per cercare pace. Gerusalemme è città della pace perché nel suo cuore, nel suo Santuario abita Dio! E’ lì che mi devo recare in preghiera per capire la vita. Nelle strade dell’antica Città di Davide il profumo del pane caldo riempie le prime ore del mattino, la calca della gente e dei pellegrini movimenta questa Cittadella della Preghiera posta sul monte Sion. Nel cuore il torpito tormento della madre lontana si placa nella mia preghiera al Tempio, luogo dell’immortalità. Si placa nella convinzione di un grande miracolo ricevuto nella vita di mia madre! E così dopo alcuni giorni di quiete, pace e serenità nella mia solitudine al mio tavolo di scriba ed in compagnia dei miei sacri rotoli sacerdotali inizio a scrivere il mio inno: Riflettevo per comprendere: ma fu arduo agli occhi miei, finché entrai nel santuario di Dio (v.16). Per comprendere la vita si deve entrare nel Santuario, come ha fatto per ottant’anni mia madre, che al risveglio della grave malattia mi chiede di andare al Tempio. Mia madre con la sua vita sembra anticipare quella della Profetessa Anna che trascorrerà tutta la sua vita al Santuario di Dio in Sion per annunciare l’arrivo del Messia. Rifletto e mi chiedo, qui a Gerusalemme, se la mia vita entra sufficientemente nel Tempio di Dio oppure vivo una vita laica?“Mamma cosa devo fare per essere un bravo sacerdote?” “Prega molto!” Mi rispose alcune settimane fa con lo sguardo pieno di meraviglia rivolto al fuoco. Devo entrare nel santuario di Dio per capire la vita, per gustare la vita, per vivere ogni giorno con ogni impegno la propria vocazione. Il nostro popolo ha un grande rispetto del Tempio e nei miei rotoli trovo antiche parole che così descrivono la fede dei padri; sono parole che si perdono nella notte dei tempi, ma il cui valore è ancora vivo oggi: “La Terra d’Israele sta nel centro del mondo. Gerusalemme nel centro delle terre d’Israele, il Santuario nel centro di Gerusalemme, il Santo dei Santi nel centro del Santuario, e l’Arca nel centro del Santo dei Santi”. E’ dunque un luogo santissimo e terribile quello nel quale devo entrare perché esso è il luogo dove Dio abita tra gli uomini. Mentre scrivo le prime righe della mia preghiera mi fermo e m’interrompo: sono a Gerusalemme, nella Città Santa ed incantevole, mi chiedo nuovamente, ma io sto con il Signore mio Dio? Riprendo a scrivere: Quando si agitava il mio cuore e nell’intimo mi tormentavo, io ero stolto e non capivo, davanti a te stavo come una bestia (vv.21-22).  Tante preoccupazioni, invidie e gelosie stupide riempiono le poche giornate del nostro vivere e ci rendono privi di sapienza, come le bestie. Preoccupazioni di lavoro, di denaro, di divertimenti sono totalmente inutili, come l’invidia dei potenti; mi rendono davvero una bestia! La paura della solitudine polverizza ogni mio progetto senza Dio e mi fa esplodere nella sicurezza che Lui prende in mano la mia vita. La quiete della sera scende su Gerusalemme ed è ora della preghiera della sera al Tempio; i fogli di cartapecora sui quali scrivo lentamente si riempiono di nuove parole e strofe, come la seguente: Ma io sono con te per sempre: tu mi hai preso per la mano destra, mi guiderai con il tuo consiglio e poi mi accoglierai nella tua gloria (vv. 23-24). La mano destra è quella con la quale scrivo e con la quale compio ogni attività; proprio su quel polso si trova il sacro bracciale d’argento. Esso sembra indicarmi che ogni azione che compio deve essere guidata da Dio. Un vecchio saggio – una volta Sommo Sacerdote al Tempio – in questi giorni mi dà suggerimenti in questi giorni di pace e quiete nel Signore. Il Consiglio divino deve guidare la mia vita nella certezza che il Signore è sempre con me e non confondere il Signore con nessun affetto terreno.  E’ ormai notte a Gerusalemme ed alla luce delle sette candele della Menorah continuo a scrivere i versi della mia poesia: Chi altri avrò per me in cielo? Fuori di te nulla bramo sulla terra, vengono meno la mia carne ed il mio cuore, ma roccia del mio cuore è Dio (vv.25-26). La mia vita sacerdotale è una scelta radicale che non permette il matrimonio: non ho moglie, non ho figli, ho perso in questa dolorosa vicenda amici e conoscenti e gli ultimi li sto perdendo in questi giorni… Fuori di Te, Dio, non ho più nessuno e tu mi chiedi di essere roccia per altri, come succederà a Pietro. Qui a Gerusalemme, mentre passeggio lentamente per le antiche vie, mentre calpesto le antiche e levigate pietre, quando mi fermo a pregare sulle gradinate del tempio o in qualche angolo sconosciuto e suggestivo della Città, mi sento al sicuro ed ho la forza di scrutare il mio cuore e di vedere che esso è legato ad interessi, affetti e preoccupazioni: guardo il bracciale d’argento Roccia del mio cuore è Dio! E continuo la mia preghiera: Signore fa che nulla brami fuori di te sulla terra: “ Io sono il Signore tuo Dio, non avrai altro Dio all’infuori di me!” Signore non lasciarmi, se non riesco ancora a renderti il tutto della mia vita. Ed aiutami a non confondere i segni della tua presenza – rappresentati da buoni amici e consiglieri – con la tua Presenza stessa. La notte è inoltrata, le fiaccole che illuminano il Tempio ardono attorno alle grandi mura e il suono dello shofar annuncia l’inizio della liturgia notturna nel Santuario. Nella quiete della notte concludo la mia opera per oggi. Domani continueremo la preghiera in questa terra sorprendente.

Gerusalemme, 10 di Adar, Anno 5776
Aprire gli occhi su Gerusalemme, dopo una serata serena con una buona cena offerta da amici e un lungo e calmo riposo tonificante, restituisce alla vita la meraviglia del dono dell’esistenza. Sono uscito presto e le vie illuminate dal sole del mattino e le ombre degli stretti viottoli che conducono al Tempio creano in me l’antico ricordo di quando nello scorso anno avevo portato mia madre a Gerusalemme per la Pasqua.Nel cuore nasce un altro verso del mio inno: Ecco perirà chi da te si allontana, tu distruggi chiunque ti è infedele (v.27).  Ogni volta che si perde di vista l’Altissimo, si va incontro al non senso ed alla distruzione di se. Vedo le mie infedeltà quando non sono ancora capace di porre il Signore al primo posto, quando la roccia del mio cuore è la mia carriera, le mie amicizie, i miei attaccamenti: mi sento perso; il pensiero vive nella dissipazione e nel disorientamento di emozioni forti, di situazioni che in breve tempo si consumano e passano!
Devo rientrare in me stesso, devo rientrare nel Tempio e dire che la Roccia del mio cuore è Dio. “Stai con il Signore”. Mia madre non mi dice di stare con mia sorella, con amici, conoscenti, ma di imparare e di vivere l’arte dello stare con Dio, nella preghiera e nella meditazione, come faccio in questi giorni a Gerusalemme.

Gerusalemme 11 di Adar, Anno 5776
Oggi il sole inonda il cielo di forte luce. La notte scorsa c’era la luna piena, quella stessa luna che tornerà per il Seder pasquale. Ho molto meditato questa notte in compagnia del vecchio Sacerdote e di un caro amico. L’espressione Roccia del mio cuore  è unica nei sacri libri e mi chiede cosa essa significhi per me! Molte persone mi hanno accompagnato nella sofferenza di mamma ed a loro si è rivolto il mio cuore in cerca di conferme ed affetto. Ora tornato a Gerusalemme il mio cuore scruta i propri affetti e li valuta. E’ proprio dal cuore che partono i sentimenti che guidano la nuova strofa del mio salmo dedicato a mia madre: ll mio bene è stare vicino a Dio, nel Signore ho posto il mio rifugio, per narrare tutte le tue opere presso le porte della Città di Sion (v. 29). “Stai con il Signore” sono le profetiche parole della mia vecchia madre, trova rifugio in Lui. Ringrazia per il dono degli amici, dei parenti e degli affetti, ma ricorda che la tua scelta di fondo è solo il Signore: Roccia del mio cuore è Dio. Nella mia vita sacerdotale, la preghiera deve tornare in modo abbondante per divenire anch’io roccia e riferimento per altri nell’andare verso il Signore.E’ da poco passato mezzogiorno e questa mattina sono venuto a pregare nella incantevole valletta del Tiropeyon. La mia mente ripete le diciotto benedizioni della preghiera dello Shabbat e i fedeli religiosi si recano al Tempio nel giorno sacro del riposo per pregare l’Altissimo, la primavera è vicina ed il suo tepore riempie l’aria piena di luce, gli uccellini in una piccola pozza d’acqua godono della frescura. Porre nel Signore il mio rifugio è molto facile qui presso le porte della Città di Sion in una settimana serena di pace, preghiera e riflessione, ma a casa come sarà possibile tutto questo?  Ripenso ai sorrisi di mia mamma e la mia cartapecora continua a ricevere i versi che escono dal mio cuore: Quanto è buono Dio con i giusti, con gli uomini dal cuore puro (v.1). Quanto è stato buono Dio con me nello scorso anno 5775! Il primo gesto della sua bontà è stato il fatto che ha miracolato mia madre: ella è ancora viva!! Mi viene in mente un altro salmo composto durante i momenti di terribile sofferenza di mamma:” Il Signore mi ha provato duramente, ma non mi ha consegnato alla morte” La mia buona madre gode ora di ottime cure e presto, per la Pasqua, tornerà a casa. Lei mi parla e mi insegna: ho raccolto la sua preziosa testimonianza in un rotolo dedicato a Lei.Il Signore è stato buono con me donandomi pochi, ma buoni amici in questa situazione: tutti segni della sua bontà. Il mio salmo è quasi completo, guardo al santuario di Dio, sono entrato nel suo Tempio e lì ho scoperto il suo sorriso: è un Dio che mi sorride il mio Dio. E’ un Dio buono! Solo ora, qui al Tempio di Gerusalemme capisco che il Suo sorriso mi aveva sempre accompagnato in questi mesi negli occhi e nel sorriso buono di mia mamma, un sorriso che nasce da uno splendido cuore, un cuore, quello di mamma che sa esclamare: Roccia del mio cuore e è Dio!  Guardo il mio bracciale ora sono pronto a ripartire da Gerusalemme, il mio servizio al Tempio si è concluso e come accadrà a Zaccaria sono diventato muto nello stupore di un Dio che costruisce la nostra vita come un capolavoro. Torno alla mia abitazione muto per lo stupore e nella ricerca di spazi di silenzio e di contemplazione, torno alla mia abitazione con il desiderio di stare di più con il Signore nella preghiera, torno alla mia abitazione con il sorriso sulle labbra perché: Roccia del mio cuore è Dio (Salmo 73,26)
Gerusalemme, 9-11  febbraio 2006

APPENDICE

I. PAPA FRANCESCO ED I TATUAGGI
CATECHESI DEL SANTO PADRE DEL 20 FEBBRAIO 2019
“Oggi è di moda il tatuaggio”, ha commentato a braccio il Papa: “sulle palme delle tue mani ti ho disegnato, ti ho fatto un tatuaggio nelle mani, io sono nelle mani di Dio, e non posso toglierlo”. “L’amore di Dio è come l’amore di una madre, che non può mai dimenticarsi di suo figlio”, ha proseguito Francesco ancora a braccio: “Questo è l’amore perfetto: così siamo amati da lui. Se anche tutti i nostri amori terreni si sgretolassero, e non ci restasse in mano altro che polvere, c’è sempre per tutti noi, ardente, l’amore unico e fedele di Dio”.
INCONTRO PRE-SINODALE DEL SANTO PADRE CON I GIOVANI (19 MARZO 2018)
Sono Yulian Vendzilovych, seminarista del seminario dello Spirito Santo di Lviv, Chiesa greco-cattolica ucraina. Questa è la domanda del nostro Seminario per il Santo Padre. Santo Padre, il nostro tempo è caratterizzato da diversi nuovi movimenti culturali. (…)Per esempio, il tatuaggio per un gruppo di persone esprime vera bellezza, però per un altro è un esempio della cultura, che è difficile da capire e da comprendere. Il giovane pastore come dovrebbe reagire alle circostanze complesse della cultura di oggi? Grazie, grazie Santo Padre.
Papa Francesco: Poi, l’ultima tua domanda, sulla cultura. Non spaventarti dei tatuaggi: gli eritrei, da anni, si facevano la croce qui [indica la fronte], anche oggi li vediamo. Si tatuavano la croce. Sì, ci sono esagerazioni, oggi vedo che alcuni… credo che quelli che hanno una misura forte di tatuaggi non possono dare il sangue, no?, credo qualcosa del genere, perché c’è pericolo di intossicazione… No, quando si esagera…, ma è un problema di esagerazione, ma non di tatuaggio. Il tatuaggio indica appartenenza. Tu, giovane, che ti sei tatuato o tatuata così, cosa cerchi? Quale appartenenza esprimi? E incominciare a dialogare con questo, e da lì si arriva alla cultura dei giovani. E’ importante. Ma non spaventarti: con i giovani non ci si deve spaventare mai, mai! Perché sempre, anche dietro alle cose non tanto buone, c’è qualcosa che ci farà arrivare a qualche verità. E non dimenticarti mai di questo: la doppia testimonianza insieme, quella del prete e quella della comunità con il prete. Grazie.

II. QUANDO IL TATUAGGIO È UN SEGNO DI DEVOZIONE (L’OSSERVATORE ROMANO DEL 03 NOVEMBRE2021) 

L’originale iniziativa dell’organo educativo cattolico tedesco degli adulti
in una chiesa di Francoforte sul Meno.
Nulla di proibito, di sacrilego, anzi una secolare tradizione cristiana, un segno di devozione, che «ci plasma per tutta la vita»: Markus Breuer, presidente della Katholischen Erwachsenenbildung (Keb) di Francoforte sul Meno, organismo educativo (collegato alla Chiesa) che lavora con gli adulti, si affretta a sgomberare il campo da qualsiasi dubbio: tatuare la propria pelle non è incompatibile con la religione cristiana ed effettuare un tatuaggio davanti all’altare non può essere considerato un atto di profanazione. Qualche settimana fa, nella navata gotica della Liebfrauenkirche della città tedesca, si è potuto assistere a una scena insolita (che ai cattolici più “ortodossi” è sembrata quasi una provocazione): Silas Becks, 39 anni, artista-tatuatore di Stoccarda, circondato da cameraman televisivi e fotografi, ha dato il via, con il sostegno della diocesi di Limburg (nel cui territorio Francoforte si trova), alla campagna Tätowieren vor dem Altar, “Tatuare davanti all’altare”, organizzata dalla Keb. E a benedire gli utensili è intervenuto addirittura il frate cappuccino Paulus Terwitte, 62 anni, a capo del monastero di Liebfrauen, personaggio noto in Germania in virtù del suo impegno nelle questioni sociali, autore di libri e presentatore televisivo, ma soprattutto “anima” della Fondazione Franziskustreff che si occupa di assistere poveri e senzatetto. «Nell’antichità decorare o marchiare il corpo per testimoniare la propria fede era una caratteristica dei cristiani» e tale tradizione può essere considerata in definitiva un “segno di devozione”, ha affermato il religioso, precisando che «ovviamente dipende anche dal tatuaggio»: un teschio insomma susciterebbe delle domande, ma non certo una croce o la scritta “Fede” o “Cielo”, fra gli otto piccoli motivi calligrafici di carattere religioso che, chi si è sottoposto al tatuaggio di Becks, ha potuto scegliere. Quasi un tedesco su cinque è tatuato e fra i giovani adulti uno su due, precisa Breuer, osservando che «portare queste immagini eterne sul proprio corpo è cosa ancora molto diffusa, soprattutto nei luoghi di pellegrinaggio, come una sorta di timbro nel libro di viaggio». Si possono trovare molti resoconti da Gerusalemme, Loreto, Santiago de Compostela o nei Balcani, dove si legge che «i francescani in particolare tatuavano i pellegrini» e collegamenti fra tatuaggio e battesimo. Soprattutto nel Medioevo — dice ancora il presidente della Katholischen Erwachsenenbildung — i francescani cercarono di imitare le sofferenze di Cristo e di renderle tangibili, anche con i tatuaggi (usando spesso il “Tau” o le stimmate del santo di Assisi come simboli). Cita inoltre il Catechismo della Chiesa cattolica: «Il sigillo è un simbolo vicino a quello dell’unzione. Infatti su Cristo “Dio ha messo il suo sigillo” (Giovanni, 6, 27), e in lui il Padre segna anche noi con il suo sigillo. Poiché indica l’effetto indelebile dell’unzione dello Spirito Santo nei sacramenti del Battesimo, della Confermazione e dell’Ordine, l’immagine del sigillo (sphragis), è stata utilizzata in certe tradizioni teologiche per esprimere il “carattere” indelebile impresso da questi tre sacramenti che non possono essere ripetuti» (698). Con questa campagna, che è solo all’inizio, l’Educazione cattolica degli adulti tedesca vuole dimostrare che la Chiesa è vicina al suo popolo, in particolare ai giovani. E se teologicamente il battesimo ha un character indelebilis, perché non considerare una croce o una preghiera tatuata, il volto di Gesù o il cuore della Madonna Addolorata trafitto da sette spade come sigillo “per sempre” di appartenenza alla fede cristiana? «Non spaventarti dei tatuaggi», ha risposto Papa Francesco il 19 marzo 2018 a un giovane del Pontificio collegio internazionale Maria Mater Ecclesiae: «Gli eritrei, da anni, si facevano la croce qui (sulla fronte), anche oggi li vediamo. Si tatuavano la croce. […] Il tatuaggio indica appartenenza». E ancora, all’udienza generale del 20 febbraio 2019: «Oggi è di moda il tatuaggio: “Sulle palme delle mie mani ti ho disegnato” (Isaia, 49, 16). Ho fatto un tatuaggio di te sulle mie mani. Io sono nelle mani di Dio, così, e non posso toglierlo». Tanto è stato il successo che l’evento Tätowieren vor dem Altar nella Liebfrauenkirche di Francoforte si ripeterà. «Non ci saremmo aspettati una risposta così grande», ha detto Markus Breuer: «Fuori della chiesa c’erano più di trenta persone che volevano essere tatuate e altre duecento si sono già prenotate per la prossima volta».
Giovanni Zavatta

III. STORIA E TECNICA DEL TATUAGGIO (WWW.TATUAGGI.IT)
STORIA Il tatuaggio è stato impiegato presso moltissime culture, sia antiche che contemporanee, accompagnando l’uomo per gran parte della sua esistenza; a seconda degli ambiti in cui esso è radicato, ha potuto rappresentare sia una sorta di carta d’identità dell’individuo, che un rito di passaggio, ad esempio, all’età adulta.  Tatuaggi terapeutici sono stati ritrovati sulla Mummia del Similaun (ca. 3300 a.C.) ritrovata nel 1991 sulle Alpi italiane, altro ritrovamento con tatuaggi anche piuttosto complessi è quello dell'”uomo di Pazyryk” nell’ Asia centrale con complicati tatuaggi rappresentanti animali. Tra le civiltà antiche in cui si sviluppò il tatuaggio fu l’Egitto ma anche l’antica Roma, crocevia di civiltà, dove venne vietato dall’imperatore Costantino, a seguito della sua conversione al Cristianesimo (“Non vi farete incisioni nella carne per un defunto, né vi farete tatuaggi addosso. Io sono il Signore” Levitico 19.28′). È peraltro da rilevare che, prima che il Cristianesimo divenisse religione lecita e, successivamente religione di Stato, molti cristiani si tatuavano sulla pelle simboli religiosi per marcare la propria identità spirituale.  È inoltre attestata nel Medioevo l’usanza dei pellegrini di tatuarsi con simboli religiosi dei santuari visitati, particolarmente quello di Loreto. Fra i cristiani la pratica del tatuaggio è diffusa fra i copti monofisiti. Col tatuaggio i copti rimarcano la propria identità cristiana, i soggetti sono solitamente la croce copta, la natività ed il Santo Mar Corios, martirizzato sotto Diocleziano e rappresentato in sella ad un cavallo con un bambino.[1] La Religione ebraica vieta tutti i tatuaggi permanenti, come prescritto del Levitico (Vaikrà) (19, 28). In particolare, l’Ebraismo vieta ogni incisione accompagnata da una marca indelebile di inchiostro o di altro materiale che lasci una traccia permanente. Anche la Religione musulmana vieta tutti i tatuaggi permanenti, come spiegato da diversi ahadith del profeta Maometto, sono consentiti solo i tatuaggi temporanei fatti per mezzo dell’ henna, pigmento organico di color rosso-amaranto, ricavato dalla pianta della “Lawsonia inermis”, “Henna” in arabo. Nella tradizione araba e anche in quella indiana sono le donne a tatuarsi con l’henna, sia le mani che i piedi; molte spose vengono completamente tatuate per la loro prima notte di nozze, infatti la sera prima delle nozze viene chiamata “Lelet al Henna” (la notte dell’henna). I tatuaggi d’henna sono estremamente decorativi, quasi sempre con motivi floreali stilizzati; quelli molto elaborati finiscono per sembrare delle opere d’arte che hanno la durata media di qualche settimana di vita. Gli uomini musulmani, specialmente i fervidi praticanti sunniti, usano l’henna per tingersi i capelli, la barba, il palmo delle mani e dei piedi; agli uomini non è consentito fare tatuaggi decorativi neanche con l’henna. Comunque c’è da dire che tra i contadini egiziani (usanza molto probabilmente derivante dall’Antico Egitto) ed i nomadi musulmani (per lo più quelli sciiti) sia le donne che i bimbi particolarmente belli, vengono tatuati in maniere permanente con piccoli cerchietti o sottili linee verticali, sia sul mento che tra le due sopracciglia. È un’usanza di tipo scaramantica, infatti il colore con qui si tatuano è l’azzurro, il colore scaramantico per eccellenza fin dal tempo dei faraoni.  Altri popoli che svilupparono propri stili e significati furono quelli legati alla sfera dell’Oceania, in cui ogni particolare zona, nonostante le similitudini, ha tratti caratteristici ben definiti. Famosi quelli Maori, quelli dei popoli del monte Hagen, giapponesi, cinesi e gli Inuit anche se praticamente ogni popolazione aveva suoi caratteristici simboli e significati. Nella zona europea il tatuaggio venne reintrodotto successivamente alle esplorazioni oceaniche del XVIII secolo, che fecero conoscere gli usi degli abitanti dell’Oceania. Alla fine del XIX secolo l’uso di tatuarsi si diffuse anche fra le classi aristocratiche europee, tatuati celebri furono, ad esempio, lo Zar Nicola II e Sir Winston Churchill. È da segnalare che il criminologo Cesare Lombroso ritenne, in un’epoca di positivismo, essere il tatuaggio segno di personalità delinquente. La diffusione del tatuaggio in tutti gli strati sociali e fra le persone più diverse negli ultimi trent’anni relega tali considerazioni criminologiche a mera curiosità storica.
TECNICHE DI TATUAGGI Gli Inuit usano degli aghi d’osso per far passare attraverso la pelle un filo coperto di fuliggine (la china, che artigianalmente e impropriamente si adopera per lo scopo è in fin dei conti una sospensione acquosa di fuliggine). Nelle zone oceaniche (Polinesia, Nuova Zelanda) il tatuaggio viene eseguito tramite i denti di un pettine di osso che fermato all’estremità di una bacchetta (formando così uno strumento di forma simile a un rastrello), e battuto tramite un’altra bacchetta, forano la pelle introducendo il colore, ottenuto quest’ultimo dalla lavorazione della noce di cocco.  I giapponesi, con la tecnica detta “tebori”, usano sottili aghi metallici e pigmenti di molti colori, ed introducono nella pelle sostanze di natura chimica diversa e di colore diverso. La tecnica giapponese prevede che gli aghi, fissati all’estremità di una bacchetta che viene fatta scorrere avanti e indietro (di forma simile a un sottile pennello), siano fatti entrare nella pelle obliquamente, con minor violenza rispetto alla tecnica polinesiana, ma comunque in modo abbastanza doloroso.  In Thailandia e Cambogia è in uso una tecnica, simile a quella giapponese, nella quale vengono utilizzate una diversa posizione delle mani del tatuatore e una bacchetta di lunghezza maggiore. L’angolo di introduzione degli aghi nella pelle è meno obliquo rispetto alla tecnica giapponese, ma il movimento della bacchetta è meno vigoroso. Il tatuaggio occidentale viene invece eseguito tramite una macchinetta elettrica, cui sono fissati degli aghi in numero vario a seconda dell’effetto desiderato; il movimento della macchinetta permette l’entrata degli aghi nella pelle, i quali depositano il pigmento nel derma.  Infine, la tecnica americana (che è diventata la tecnica occidentale) che ricorre alla macchinetta elettrica ad aghi, determina sensazioni calde, vibranti, ma non dolorose. La componente della sofferenza segna una netta spaccatura tra il tatuaggio odierno, di stampo occidentale, e quello del passato, diffuso in Asia, Africa ed Oceania.  In tali contesti l’esperienza del dolore (che da noi viene rifiutata: qui è richiesta solo la tecnica americana) è fondamentale, in quanto avvicina l’individuo alla morte e la sopportazione del dolore diventa esorcizzante nei confronti della stessa. Oltre all’esperienza del dolore, è indispensabile la perdita di sangue. Il sangue è l’indicatore per eccellenza della vita: spargere sangue, in modo controllato e ridotto, quando si esegue un tatuaggio, significa simulare una morte simbolica.

 IV. GERUSALEMME, QUANDO A TATUARSI ERANO I PELLEGRINI CRISTIANI E NON I TAMARRI (LINKIESTA 5 SETTEMBRE 2016)
Una antica tradizione che si è mantenuta viva per oltre settecento anni. La stessa famiglia, di origine egiziana copta, continua il nobile mestiere, disegnando croci sulla pelle dei fedeli. Una tradizione che continua da settecento anni. Più o meno da quando i pellegrini cristiani, arrivati dopo un lungo viaggio a Gerusalemme, sentivano il bisogno di lasciare un segno sul proprio corpo. C’erano botteghe di tatuatori che con aghi e stencil medievali tracciavano sul corpo del fedele croci e sigle cristiane. Un segno eterno – e, senza essere tamarro, un souvenir di un’esperienza unica. I proprietari di tali botteghe erano generalmente cristiani copti di antica origine egiziana. L’uso del tatuarsi a Gerusalemme è tuttora in voga ed affonda le sue radici almeno all’ottavo secolo. Procopio di Gaza descrive casi di cristiani che portano sul corpo il disegno della croce e il nome di Gesù. Era un modo per dimostrare la propria devozione e, soprattutto, serviva a distinguere i cristiani nativi della regione. Solo in seguito è diventato una moda per il turismo dei pellegrini, che desideravano incidere la propria religione sulla pelle. Con il passar dei secoli anche gli armeni inizarono a tatuare. Una testimonianza del 1600 permette di capire come funzionava, allora, la tecnica: “c’erano timbri in legno di ogni genere, che riproducevano la figura che si voleva disegnare. Li passavano sulla pelle e subito dopo, con due aghi, incidevano in velocità tanti punti ravvicinati – a ogni incisione li intingevano in un particolare inchiosto – poi lavavano tutto con un po’ di vino”. Nel 1947, a causa della guerra, in molti abbandonarono la città per rifugiarsi in Giordania. La maggior parte decise di non tornare. Con tutti gli ostacoli politici del caso: il divieto agli egiziani di entrare in Israele (il traffico di pellegrini copti crollò), gli allarmi della guerra, le incognite degli scontri. Ma ora le cose sembrano cambiate e l’antica tradizione, mai davvero abbandonata, può continuare.

V. TATUAGGI LAURETANI ED I MARCATORI DI LORETO (SITO MONDOTAUAGGI 2019)
Dobbiamo tornare indietro di circa 500 anni, rimanendo sempre in Italia. Più precisamente siamo nella regione delle Marche, nel comune di Loreto. Le storie raccontano di pellegrini che arrivavano da ogni parte, per ricevere un tatuaggio, un disegno sacro e indelebile.Ma perchè proprio a Loreto? Esiste una leggenda..
La Leggenda di Loreto
Secondo la leggenda, la dimora della Vergine Maria sarebbe stata portata dagli angeli fino a Loreto. Quindi è sorto il santuario di Loreto, risalente al IV secolo, uno dei posti sacri più antichi d’Italia. Tutt’oggi è una delle mete preferite per i pellegrini ed è stata ribattezzata la Lourdes Italiana. La Santa Casa però ha solo 3 pareti, ma da diversi studi archeologici hanno confermato che rispecchiano perfettamente i resti di quella di Nazareth. Le pietre sono uguali  quelle di Nazareth è hanno le stesse date.
Successivamente in questa zona, nacquero dei marcatori di simboli sacri…
I Marcatori di Loreto
A Loreto esistevano quattro o cinque famiglie che di lavoro facevano i tatuatori, o meglio dire marcatori. All’epoca la parola tattoo era sconosciuta e si parlava di marchi e marcatori. Questi erano specializzati in tatuaggi sacri conosciuti come i Tatuaggi Lauretani o i Tatuaggi sacri di Loreto.
Come lavoravano
Incidevano delle lastre di legno, disegnandoci sopra i bordi del tatuaggi. Lo utilizzavano come stampino sulla pelle del pellegrino. Poi prendevano un bastoncino e legavano all’estremità degli aghi. Quindi cominciavano a picchiettare il colore sotto pelle.
I disegni dei Tatuaggi Lauretani
I disegni erano quasi tutti immagini sacre, come croci o stigmate. Ma a volte incidevano anche simboli profani come cuori o ancore. Le zone da tatuare erano principalmente quelle più esposte, come mani e avambracci.
Perche si tatuavano?
Si tatuavano sia i pellegrini che i cavalieri che si accingevano ad andare in Terra Santa. Ma c’era un motivo specifico. Durante l’epoca delle crociate se morivi in battaglia, spesso non venivi riconosciuto e senza sepoltura non potevi andare in paradiso. Un altro motivo è che per andare in paradiso, dovevi essere seppellito con addosso dei simboli religiosi come la croce, ma quest’ultima, se era una catenina, poteva essere rubata. Ed ecco che entrano in gioco i tatuaggi, questi non potevano essere rubati. Chi aveva una croce tatuata poteva essere sepolto o essere riconosciuto in caso di morte in battaglia.
La Sacra Immagine può essere venerata previo accordo telefonico con le suore, presso la Cappella di
VILLA ASSUNTA
VIA AURELIA ANTICA N. 486
00184 ROMA
TELEFONO 06.39366804