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Dove i cristiani muoiono Ed. San Paolo 2018


Dove i cristiani muoiono è un libro prossimamente edito da San Paolo e che narra della morte e della sofferenza dei cristiani in Iraq nella Piana di Ninive, ed in particolare a Mosul tormentata dalla guerra, in Kenya nel campo profughi più grande del mondo chiamato Dadaab ed a Garissa, per giungere alla Striscia di Gaza.

INTRODUZIONE A CURA DEL PROFESSOR MICHELE BRUNELLI DELL’UNIVERSITÀ’  DEGLI STUDI DI BERGAMO RELAZIONE DEL 14.05.18  IN OCCASIONE DELLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO
C’è, nel mondo, chi desidera speculare sulla dimensione religiosa, cancellando il messaggio di amore, di comunione e di fratellanza, ed esasperando le differenze, attraverso una mistificazione del messaggio escatologico e salvifico, tipico di tutte le grandi religioni monoteistiche. La scissione tra dimensione politica e religiosa, che in Occidente prende l’abbrivio proprio da un pontefice, Gelasio I (494) con la dottrina delle due spade, trova una rinnovata sua applicazione nei paesi arabo-islamici nelle cosiddette primavere arabe, che primavere in realtà non sono. Certo, storicamente la storia contemporanea del Maghreb e del Mashreq, così come quella del Vicino Oriente e di taluni paesi del Golfo Persico avevano già sperimentato la prevalenza del laicismo sulla componente religiosa. Ma si trattava sempre di  processi top-down, messi in atto dalle élites, e che calavano sul popolo. A partire dal 2010 in una piccola parte del mondo arabo si verificò importante una inversione di tendenza, producendo un rovesciamento dei canoni che erano stati tipici dell’area sino ad allora, portando il moto da top-down a bottom-up.

È il popolo tunisino che quando scende in piazza per protestare contro il regime di Ben ‘Ali, non lancia slogan religiosi, non urla Allahu Akhbar, ma chiede, a gran voce, “pane”, “lavoro” e “dignità”. Nelle manifestazioni non vengono bruciate bandiere americane, né israeliane, così come eravamo stati abituati a vedere – ormai distrattamente – nei reportage ed ai telegiornali. Ma in Tunisia si chiede maggiore libertà, si chiede lavoro. Perché è con il lavoro che si può avere la dignità. L’aveva già compreso Michel ‘Aflaq, arabo libanese, ma di credo greco-ortodosso nel 1947, con la sua opera Fi Sabil al Baath (Sulla via della resurrezione). Un titolo appositamente provocatorio, poiché mette il laicismo ed il panarabismo al centro di tutto, tralasciando completamente il discorso religioso e quindi della sua commistione con la politica. Un titolo anche molto significativo, soprattutto se letto in perfetta asimmetria e quindi contrapposizione al concetto fondante del fi sabil ‘Allah, (sulla via, sul sentiero di Dio), sul quale, imperativamente e categoricamente deve fondarsi la “religiosità” di ogni conflitto, anch’essa in logica associazione con la teocraticità dello stato islamico. Se il sentiero di Dioqui impone che vi può essere un conflitto esclusivamente per cause e con obiettivi religiosi, il sentiero della Resurrezione, nonostante il termine impiegato non ha connotazioni escatologiche, impone agli Arabi di ritrovare la loro unità su basi non confessionali, bensì etniche, alla ricerca delle radici della loro identità nazionale in un valore amalgamante, radici che risiedono nell’arabismo: lingua, civiltà, eredità culturali – artistiche e speculative al tempo stesso – che erano state il grandioso passato degli Arabi, popolo libero, che secondo ‘Aflaq va costruito sul trinomio: unità, arabismo, socialismo.

I contenuti del discorso politico del pensatore siriano che, nel 1936, sottolineava di come per l’uomo, il mangiare non fosse un fine, ma solo un mezzo per emanciparsi dalle necessità animali e per volgersi all’espletamento del suo compito di Uomo, ritornava preponderante nelle strade tunisine nel dicembre 2010, e riecheggiava con termini nuovi per le manifestazioni arabe, ma quantomai antichi: pane, lavoro e quindi dignità.. È un discorso pericoloso per taluni, ieri come allora. Sul piano ideologico il primo sconfitto non sarà il politico o il dittatore di turno, Ben Ali, nell’esempio utilizzato prima (oggi in esilio dorato non a caso a Gedda). Il primo vinto è il discorso politico-religioso di ‘Al-Qaeda. Uno degli spin-off del gruppo di Osama bin Laden, il sedicente Stato Islamico, comprende perfettamente quale sia lì importanza della destrutturazione di queste nuove idee e si pone quale elemento risolutore dello scempio che i regimi “laici” hanno prodotto: disoccupazione, sudditanza all’Occidente, violazione delle forme tradizionali (ed arcaiche) della religione, ovvero della sua re-intepretazione.  Per uscire dallo stallo indica la via. Quella del ritorno al periodo degli al-Salaf, degli antenati dei puri.

Qual è il collante tra i reportage che cercano di descrivere la fredda realtà del Vicino e del Medio Oriente e della violenza sulla popolazione e soprattutto sul minoranze religiose oggi per lo più ignorata – perché alla guerra da lontano ci si fa l’abitudine – e vita vissuta quotidianamente, la “vera realtà, gli spaccati di vita umana che escono dalle dinamiche dei massimi sistemi della geopolitica, dal gruppo, dalla massa? Il pellegrinaggio in quei luoghi, compiuti da Don Luigi, la raccolta delle testimonianze di chi ha vissuto in prima persona quei drammi e di chi, nonostante la sconfitta tattico-militare di DAESH, vive tuttora. La ricomposizione di frammenti di vita vissuta, frammenti ma non perché riprendono solo parte di una vita, sono frammenti perché sono vite che hanno rischiato di essere spezzate per sempre. Vedrete simboli: una mano spezzata da una statua, un vangelo, una pallottola, un disegno … Vedremo che in certe arti del mondo essere cristiani significa essere scomodi, non solo in quanti cristiano, ma quanto minoranza, poiché non ci si allinea al pensiero comune. Blaise Pascal affermava: “Perché seguiamo la maggioranza? Forse perché ha più ragione? No, solo più forza”.

In realtà questa è la forza dei deboli. La vera forza è quella di testimoniare le proprie idee, con fermezza, ma con rispetto dell’opinione altrui. Non di imporle con la forza, soprattutto se questa è la forza delle armi. Combattete coloro che non credono in Dio e nel Giorno Estremo, e che non ritengono illecito quel che Dio e il Suo Messaggero han dichiarato illecito, e coloro, fra quelli cui fu data la Scrittura, che non s’attengono alla Religione della Verità».[1] Sono i versetti della spada, che venivano citati in maniera accuratamente selettiva per fornire legittimità a uno stato di guerra incondizionata nei confronti degli infedeli ed erano utilizzati dai giuristi per giustificare la grande espansione araba post-profetica. Oggi ripresi tali e quali da quei gruppi che vogliono riportare indietro l’orologio della Storia. A farne le spese sono come drammaticamente indica il titolo del libro, i Cristiani. Ed è anche grazie al racconto ed alle testimonianze raccolte da Luigi Ginami che possiamo avere in parte il polso della situazione sul campo. Monsignor Ginami è un uomo di cultura, a prescindere dalla fede personale. Come studioso inquadra il fatto con coraggio e lucidità e mai asservito al politically correct, ma semmai alla realtà contingente che incontra o si scontra sul campo. E’ stato definito “custode del mistero”, ma in questo caso mistero no deve essere. Bisogna avere il coraggio della parola, anche quando è sferzante come il titolo di questo libro.
Michele Brunelli,Università degli Studi di Bergamo
[1] Cor. IX, 29; si vedano anche nella stessa sura i versetti 5, 12, 14, 36, 111, 123.

RITORNO A GARISSA (MONDO E MISSIONE GIUGNO-LUGLIO 2018)
Dopo la strage di 148 studenti del 2 aprile 2015, c’è chi è tornato nei pressi di Garissa per lasciare un segno: come la piccola  chiesa costruita nella missione di Bura Tana in ricordo dei martiri. Pubblichiamo alcuni stralci del libro “Dove i cristiani muoiono” (Ed. San Paolo) di don Luigi Ginami, sacerdote originario di Bergamo e presidente della Fondazione Santina onlus.

Che ha realizzato anche un gesto concreto di vicinanza e solidarietà con la missione di Bura Tana, nei pressi di Garissa, in Kenya. Qui, nel 2015, vennero massacrati 148 studenti universitari, in gran parte cristiani, dai fondamentalisti islamici del gruppo terroristico somalo “Al Shabaab”.Ora, poco distante dal luogo della strage,  sorge una piccola chiesa a ricordo di quei martiri: un segno di perdono e misericordia, contro ogni forma di odio e di intolleranza. Per leggere recensione completa cliccare sull’immagine qui sotto riportata.

 

 DI COSA TRATTA IL LIBRO
Il libro narra di quattro diverse missioni compiute da don Luigi Ginami insieme ai suoi collaboratori: Kenya, a incontrare il vescovo di Garissa, vittima di un attacco dei fondamentalismi scampato miracolosamente alla morte. Kenya, a incontrare i cristiani ospiti del più grande campo profughi dell’ONU (almeno 360.000, in fuga da guerre tra Stati e da guerre tribali).Iraq, a visitare le terre sconvolte dall’espansione dello “Stato Islamico” e a riportare aiuto e sostegno a migliaia di perseguitati, cristiani e non. Palestina, a incontrare le vittime del conflitto tra Israele e Autorità palestinese: il volto umano e dolente dell’umanità vittima della grande politica.

Ebrei, musulmani e cristiani ugualmente colpiti da un odio assurdo. Con una figura di sacerdote (l’unico nella Striscia di Gaza) che non si può non ammirare e con le suore di Madre Teresa in prima linea… a favore di moltissimi bambini musulmani. Con una prefazione della giornalista Barbara Serra, Al Jazeera English che riportiamo in integrale

 

RECENSIONE: DALL’AFRICA AL MEDIORIENTE, DA AL-SHABAAB AL DAESH, VIAGGIO NEI LUOGHI DEI MARTIRI. RACCONTI IN PRESA DIRETTA (VIDEO) (SALVATORE IZZO IL FARO DI ROMA DEL 04.04.18)
«Amore, stanno venendo per noi, siamo i prossimi, dove è l’esercito che ci aiuti? Stiamo per essere uccisi. Se non dovessimo più vederci, Amore, sappi che ti amo tanto. Ciao e prega per noi… Dio ci aiuti». È l’ultimo, struggente sms, inviato al fidanzato da Janet Akiny, 22 anni, chiusa in un armadio del dormitorio dell’università di Garissa, mentre i terroristi di al-Shabaab vagano nelle aule e nelle camerate per fare strage di 148 studenti cristiani. A tre anni dalla massacro di Garissa, avvenuto il 2 aprile 2015 in Kenia e costato la vita a 148 studenti cristiani uccisi il giorno del Giovedì Santo in un college universitario da un commando islamista legato ad Al Shabaab, un libro («Dove i cristiani muoiono», edizioni San Paolo, scritto da don Luigi Ginami) ripercorre quei momenti mettendo in luce come le violenze contro i cristiani siano in costante aumento.

Anno dopo anno.Alle ore 5 del mattino un gruppo di guerriglieri fece irruzione in quel campus di Garissa, utilizzando delle bombe e uccidendo le due persone della sorveglianza all’ingresso dell’ateneo. Nel dormitorio dell’università iniziarono a uccidere gli studenti cristiani, chiedendo loro prima a che religione appartenessero. Chi non sapeva recitare a memoria i versetti del Corano veniva freddato con un colpo alla testa. Molti ragazzi nel frattempo avevano trovato dei nascondigli di fortuna, dentro gli armadi, chiusi negli sgabuzzini, nascosti dietro mobili, ma sono stati braccati con spietatezza. I cristiani venivano uccisi immediatamente. Si trattò di una strage, condotta in maniera sistematica e mirata a colpire esclusivamente coloro che appartenevano alla religione cristiana. Ma la strage di Garissa è solo una delle recenti stragi di cristiani in vari angoli del pianeta. Medio Oriente, Africa, Asia.

Nel Rapporto annuale di Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) appaiono i numeri e i particolari delle situazioni più critiche, che riguardano tredici Paesi (Cina, India, Iraq, Pakistan, Siria, Sudan, Turchia, Egitto, Eritrea, Iran, Nigeria, Arabia Saudita e Corea del Nord) e mettono in risalto che i cristiani sono più perseguitati di qualsiasi altro gruppo religioso. In Siria, per esempio, i cristiani sono passati da 1,2 milioni a 500mila in cinque anni, nella sola città di Aleppo il numero è sceso di oltre il 75%, da 150mila a 35mila. In Iraq c’è stata una diminuzione da 275mila (metà 2015) a meno di 200mila di due anni dopo. “Dove i cristiani muoiono”, edito da San Paolo racconta quattro diverse missioni compiute da don Luigi Ginami insieme ai suoi collaboratori: in Kenya, a incontrare il vescovo di Garissa, vittima di un attacco dei fondamentalismi scampato miracolosamente alla morte.

Il libro verrà presentato anche all’Università Cattolica del Sacro Cuore a Brescia il 14 maggio 2018 alle ore 11. Qui si può vedere dettagli della presentazione

Ancora in Kenya, a incontrare i cristiani ospiti del più grande campo profughi dell’ONU (almeno 360.000, in fuga da guerre tra Stati e da guerre tribali). In Iraq, a visitare le terre sconvolte dall’espansione dello “Stato Islamico” e a riportare aiuto e sostegno a migliaia di perseguitati, cristiani e non. In Palestina, a incontrare le vittime del conflitto tra Israele e Autorità palestinese: il volto umano e dolente dell’umanità vittima della grande politica.Ebrei, musulmani e cristiani ugualmente colpiti da un odio assurdo. Con una figura di sacerdote (l’unico nella Striscia di Gaza) che non si può non ammirare e con le suore di Madre Teresa in prima linea… a favore di moltissimi bambini musulmani. Con una prefazione della giornalista Barbara Serra, Al Jazeera

RECENSIONE: DOLORE E SANGUE. I CRISTIANI VITTIME DEL FONDAMENTALISMO. DI LUCA GERONICO  (AVVENIRE DEL 30 MARZO 2018, VENERDI’ SANTO)
Dall’Africa al Medioriente, da al-Shabaab al Daesh, viaggio nelle vite di migliaia di martiri. Racconti in presa diretta per parlare di fede d’amore e delle autentiche ragioni della speranza

«Amore, stanno venendo per noi, siamo i prossimi, dove è l’esercito che ci aiuti? Stiamo per essere uccisi. Se non dovessimo più vederci, Amore, sappi che ti amo tanto. Ciao e prega per noi… Dio ci aiuti». È l’ultimo, struggente sms, inviato al fidanzato da Janet Akiny, 22 anni, chiusa in un armadio del dormitorio dell’università di Garissa, mentre i terroristi di al-Shabaab vagano nelle aule e nelle camerate per fare strage di 148 studenti cristiani. Tra pochi giorni, il 2 aprile, saranno 3 anni dall’ultima promessa d’amore di Janet: estremo atto di fede, estremo gesto d’affetto consegnato a un telefonino di fronte all’odio cieco di una pallottola che le trapasserà il cranio. Sono poche, preziosissime righe, rico- piate su un foglietto di carta azzurra stropicciata e consegnate da Robert, giovane professore scampato alla strage che ora deve «far conoscere in Italia» il testamento d’amore di Janet. È sempre il giovane professore a raccontare alla delegazione di 13 cristiani, giunti fino al campus in Kenya, di una ferocia capace di sgozzare ragazzi inermi o di sparare alla testa delle vittime proiettili a espansione che spappolano il cervello. Elgon B il nome del dormitorio, divenuto un inconsapevole sacrario, mentre nell’aula dove alla mattina i cristiani pregavano – anch’essa teatro della strage e con ancora alla lavagna gli appunti dell’ultima lezione di quel mattino – viene celebrata una commovente Eucaristia, la prima da quel 2 aprile 2015.Ogni bossolo raccolto, nei corridoi dell’università di Garissa, è come il memoriale di un giovane martire. Lydia che per sette ore si tiene in contatto coi genitori: «Papà le nostre vite sono in balia di al-Shabaab, non chiamarmi di nuovo…». E poi lo sparo, che ha raggiunto i genitori attraverso un telefonino ancora acceso. Ayud Njab Kimotho, che ha inviato l’ultimo messaggino al fratello che poi lo ha richiamato invano. Isaac, gioioso ragazzo, freddato, come tanti altri, con un colpo alla testa. Volti e storie che parlano, mesi e mesi dopo la strage, anche al visitatore straniero, tutti come raccolti in quel pezzo di linoleum strappato dal pavimento del dormitorio, intriso di sangue: una reliquia. «Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani». Infatti, qualche giorno prima, nella vicina missione di Bura Tana, è stata inaugurata una chiesetta dedicata ai 148 martiri di Garissa. Questo, assieme all’incontro con il vescovo Joe Alessandro – che porta sul suo corpo le cicatrici di un antico attentato dei fondamentalisti – è l’episopio più gioioso della tappa in Kenya. Perché Dove i cristiani muoiono di Luigi Ginami – presidente della Fondazione Santina Onlus – è un diario di un viaggio che, come quelli dei navigatori del ’500, solca mari e tocca più continenti, lungo la “rotta” che sospinge a incontrare di persona i perseguitati per la loro fede.Se l’università di Garissa diventa un mausoleo senza marmi e fasti, gli altri santuari di questo pellegrinaggio di Luigi Ginami sono in Iraq con quella Messa celebrata a Mosul mentre nella parte Ovest della città, ancora in mano al Daesh, si combatte. L’Iraq, altra terra di incontri indimenticabili: come quello con Hazar, giovane mamma yazida che nel campo profughi di Dawidiya racconta il suo rapimento dal monte Sinjar nell’agosto 2014 da parte del Daesh, la separazione dal marito, la prigionia a Raqqa, la fuga con i suoi tre piccoli figli.Appunti di viaggio, per condividere il dolore dei perseguitati, scritti anche nella Striscia di Gaza dove un parroco argentino, padre Jorge Hernandez, guida, rischiando la vita, una comunità di 1.300 cristiani. E a Gaza si incontra pure la terribile sofferenza di Muhammad, musulmano di circa 30 anni, che in un raid degli F16 israeliani ha perso cinque figli e il padre. Itinerario nel dolore del mondo, che diviene viaggio interiore per costruire legami di pace guardando e amando quelli che, con papa Francesco, chiamiamo la carne di Cristo.

ADNKRONOS. CHIESA:”DOVE I CRISTIANI MUOIONO”, REPORTAGE DI GINAMI (FONDAZIONE SANTINA)  13 APRILE 2018

RECENSIONE: A TRE ANNI DAL MASSACRO DI GARISSA UN LIBRO RICORDA L’AUMENTO DELLE PERSECUZIONI CRISTIANE DI FRANCA GIANSOLDATI  (IL MESSAGGERO 02.04.18)
 A tre anni dalla massacro di Garissa, avvenuto il 2 aprile 2015 in Kenia e costato la vita a 148 studenti cristiani uccisi il giorno del Giovedì Santo in un college universitario da un commando islamista legato ad Al Shabaab, un libro («Dove i cristiani muoiono», edizioni San Paolo, scritto da  Luigi Ginami) ripercorre quei momenti mettendo in luce come le violenze contro i cristiani siano in costante aumento. Anno dopo anno.


Alle ore 5 del mattino un gruppo di guerriglieri fece irruzione nel campus di Garissa, utilizzando delle bombe e uccidendo le due persone della sorveglianza all’ingresso dell’ateneo. Nel dormitorio dell’università iniziarono a uccidere gli studenti cristiani, chiedendo loro prima a che religione appartenessero. Chi non sapeva recitare a memoria i versetti del Corano veniva freddato con un colpo alla testa. Molti ragazzi nel frattempo avevano trovato dei nascondigli di fortuna, dentro gli armadi, chiusi negli sgabuzzini, nascosti dietro mobili, ma sono stati braccati con spietatezza. I cristiani venivano uccisi immediatamente. Si trattò di una strage, condotta in maniera sistematica e mirata a colpire esclusivamente coloro che appartenevano alla religione cristiana.La strage di Garissa è solo una delle più recenti uccisioni di cristiani in vari angoli del pianeta. Medio Oriente, Africa, Asia. Dal Rapporto annuale di Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) appaiono i numeri e i particolari delle situazioni più critiche.Lo studio di Acs prende in esame tredici Paesi (Cina, India, Iraq, Pakistan, Siria, Sudan, Turchia, Egitto, Eritrea, Iran, Nigeria, Arabia Saudita e Corea del Nord) mettendo in risalto come i cristiani siano i più perseguitati di qualsiasi altro gruppo religioso. In Siria, per esempio, i cristiani sono passati da 1,2 milioni a 500mila in cinque anni, nella sola città di Aleppo il numero è sceso di oltre il 75%, da 150mila a 35mila. In Iraq c’è stata una diminuzione da 275mila (metà 2015) a meno di 200mila di due anni dopo. 

RECENSIONE: “DOVE I CRISTIANI MUOIONO”: UNA NARRAZIONE PER I VERI PESSIMISTI, E CIOÈ OTTIMISTI BEN INFORMATI (A CURA REDAZIONE “IL SISMOGRAFO” 30.03.18)
 (Luis Badilla – ©copyright) “Dove i cristiani muoiono” è il titolo del libro, edizioni San Paolo, di don Luigi Ginami in libreria da pochi giorni. Nulla di enciclopedico su un argomento sempre all’ordine del giorno, delicato e doloroso. Ciò che attira subito di questa nuova fatica editoriale di don Ginami, autore di numerosi altri libri, sono le “storie di vita”, il racconto, la narrazione; ciò che emerge con forza da questa lettura sono le voci dei protagonisti di questi racconti, potersi quasi immaginare i loro occhi, il gesticolare delle mani di chi ti parla, il sospiro di dolore che si fanno sfuggire nel rievocare le loro testimonianze di sangue versato. 

Ecco questo libro è lineare e onesto e tratta con delicatezza e commozione un argomento che spesso si presta per la propaganda e lo spargimento di rancore, odio e antagonismo. Si suddivide in quattro storie – che l’autore chiama “missioni” – che si offrono come delle “istantanee” utili per capire l’oggi ma anche il domani. Due di queste vicende raccontate da don Luigi Ginami si collocano in Kenya e le altre in Iraq e Palestina. “Periferie del mondo”, direbbe Papa Francesco. Periferie non solo perché lontane dai grandi centri del potere odierno ma anche perché sono luoghi dove si dissangua la nostra umanità, luoghi ove la morte e il suo impero rendono tutto inerte e anonimo, sterile e disperato. 

Si devono leggere queste quattro storie di vita, di persone, comunità e popoli, per capire la misura delle sofferenze del mondo. In questo senso la narrazione di don Ginami è ciò che serve, un pugno nello stomaco. Ha ragione dunque Barbara Serra (Al Jazeera, english) quando nella sua puntuale prefazione al libro scrive: “Vivere in un Paese dove la maggioranza condivide la propria religione è un lusso, spesso dato così per scontato che è difficile da percepire. Esprimere la propria fede apertamente con tutta la comunità, senza dover spiegare le proprie credenze e usanze, rende sicuramente la vita più facile. E spesso, più sicura. Non temere che la religione possa fare di noi un bersaglio è veramente un privilegio. Ma come tutti i privilegi può renderci pigri, più propensi a ignorare che in molte parti del mondo dichiarare la propria religiose è un atto di coraggio, che può portare alla morte”. Don Luigi oltre ad essere un ottimo giornalista è soprattutto un “attento samaritano” e le sue cronache squarciano il velo di molte ipocrisie e buonismi, portando a guardare un pezzo importante della realtà del nostro mondo con una prospettiva che al lettore sembrerà pessimista. Infatti l’autore e il suo libro sono “pessimisti”, ma qui il suddetto pessimismo, inquadrato nell’ottica evangelica, si ribella nel suo opposto: l’ottimismo del cristiano ben informato.

SABATO 12 MAGGIO 2018 ORE 16.00 PRESENTAZIONE A BERGAMO ALLA LIBRERIA BUONA STAMPA
Cliccando sulle immagini si può andare sul sito della libreria.

PREFAZIONE AL LIBRO
DI BARBARA SERRA, AL JAZEERA ENGLISH 
Vivere in un paese dove la maggioranza condivide la propria religione è un lusso, spesso dato così per scontato che è difficile da percepire. Esprimere la propria fede  apertamente con tutta la comunità, senza dover spiegare le proprie credenze e usanze rende sicuramente la vita più facile. E spesso, più sicura. Non temere che la nostra religione possa fare di noi un bersaglio è veramente un privilegio.

Ma come tutti i privilegi, può renderci pigri, più propensi a ignorare che in molte parti del mondo dichiarare la propria religione è un atto di coraggio, che può portare alla morte. È tristemente ironico che una delle regioni più pericolose per le minoranze religiose sia proprio la culla delle tre grandi fedi monoteiste: il Medio Oriente. È in questo contesto che la religione più seguita al mondo, il cristianesimo, diventa la minoranza più diffusamente perseguitata. I numeri, anche se approssimativi, parlano chiaro: all’inizio del secolo scorso, i cristiani rappresentavano quasi il 20% della popolazione del Medio Oriente.

Nel 2010 contavano meno del 4%, e i numeri continuano a calare. Il rischio che i cristiani spariscano dalla Terra Santa non è mai stato cosi reale. Le minoranze cristiane hanno coesistito con la maggioranza musulmana in Medio Oriente per molti secoli. Nonostante varie fasi di diseguaglianza e marginalizzazione, i cristiani del mondo arabo sono riusciti comunque a prosperare e vivere in pace con i conterranei musulmani.

La loro costante presenza come minoranza religiosa dopo un millennio e mezzo di convivenza ne è la prova. È stato l’ultimo secolo, e in particolare gli ultimi anni, ad essere particolarmente devastanti per i cristiani arabi. L’instabilità politica e l’ingiustizia sociale che hanno seguito il crollo dell’Impero Ottomano hanno aiutato l’espansione dell’islamismo estremo. Più recentemente, la guerra ha decimato le antiche comunità cristiane in due paesi: l’Iraq e la Siria. L’Iraq nel 2003, prima della invasione americana, aveva all’incirca un milione e mezzo di cristiani, che vivevano relativamente liberi da discriminazione.

Il ministro degli esteri di Saddam Hussein, ad esempio, Tariq Aziz, era cristiano. Ora si pensa che i cristiani in Iraq non siano più di 258.000. L’espansione del cosiddetto “Stato Islamico” ha ovviamente inciso su questo esodo, ma i cristiani iracheni hanno cominciato ad essere presi di mira poco dopo la caduta di Saddam Hussein, dieci anni prima l’impennata di ISIS: uno dei primi segni che la società di quel paese stava iniziando a sgretolarsi, insieme all’escalation di violenza settaria fra musulmani sunniti e sciiti.

In Siria i legami storici con il cristianesimo sono così forti che nella cittadina di Maaloula, a 50 chilometri da Damasco, si parla ancora aramaico, la lingua di Gesù. E infatti, quando la Siria fu creata nel 1920, un terzo della popolazione era cristiana. Ora si pensa ci siano meno di 900.000 cristiani per una popolazione di 18 milioni.

Don Simone Bruno, Direttore Generale delle Edizioni San Paolo, con la prima copia del Libro il 28 febbraio 2018 nell’Aula Nervi in Vaticano

Una fuga che continua. E chi di noi, dopo aver sentito storie di esecuzioni per mano dell’ISIS che gelano il sangue, potrebbe veramente biasimare i cristiani che scappano? Anche perché ISIS dava loro poca scelta: se non si convertivano all’Islam, o se ne andavano o venivano decapitati. L’organizzazione benefica Open Doors compila ogni anno la lista dei paesi dove la persecuzione dei cristiani è più estrema.

In prima posizione c’e la Corea del Nord, dove possono ucciderti perché possiedi una Bibbia, anche se nella dittatura di Kim Jong Un possono ucciderti anche per meno. Fra gli altri primi dieci paesi della lista troviamo l’Eritrea, dove i cristiani sono perseguitati dal regime dittatoriale, e l’India, dove i cristiani soffrono del nazionalismo religioso induista. Ma questi Paesi sono eccezioni. Negli altri della lista, Afghanistan, Somalia, Sudan, Pakistan, Libia, Iraq, Yemen e Iran, Paesi di maggioranza islamica, la persecuzione dei cristiani viene dall’islamismo estremo.

ISIS e altri gruppi terroristici di matrice islamista estrema si vantano del loro trattamento disumano dei cristiani, anche perché ne capiscono il valore mediatico. Nel febbraio 2015 ISIS ha sgozzato ventuno cristiani copti egiziani su una spiaggia in Libia in uno dei suoi ignobili video di grottesca propaganda. Le ventuno vittime cristiane indossavano tute arancioni, come quelle usate a Guantanamo Bay. La spiaggia libica è il confine con l’Europa. I terroristi islamisti considerano i cristiani non solo degli infedeli, ma anche soci dell’Occidente.

Il messaggio del video era chiaro: voi Occidentali imprigionate i nostril “alleati” a Guantanamo, noi uccidiamo i vostri alla porta dell’Europa. La minaccia verso i cristiani in Medio Oriente è seria e innegabile. Ma per capirla a fondo dobbiamo vederla nel contesto della regione. Le divisioni settarie, l’assenza di vera democrazia, di sicurezza, di diritti civili, di legalità: questi problemi toccano quasi tutti i cittadini di questa regione instabile, dove l’identità religiosa è inestricabile dalla identità politica. Essere sunnita, sciita, cristiano, alawita, druso o yazida  ha una importanza sociale, geografica ed economica oltre che spirituale. Che gli attacchi sui cristiani ci stiano più a cuore è naturale.

Dottor Pino Occhipinti, Editor delle Edizioni San Paolo, con la prima copia del Libro il 28 febbraio 2018 nell’Aula Nervi in Vaticano

Anche se arabi, li vediamo come “uno di noi”. Ma sbagliamo se non diamo uguale importanza a tutta la violenza settaria che ingolfa questa regione. Nel 2017, centoventotto copti sono stati uccisi in numerosi attacchi terroristici in Egitto, l’ultimo dei quali in una chiesa durante il periodo natalizio. Un mese prima, trecentocinque musulmani sufi, considerati eretici dagli estremisti, muoiono in un solo attacco in una moschea nella penisola del Sinai. In Iraq, l’attacco più devastante da parte di ISIS prese di mira la comunità sciita di Karrada, a Baghdad: un’enorme bomba uccise 323 persone e ne ferì centinaia nel luglio 2016, in un centro commerciale pieno di famiglie che celebravano il Ramadan. La crudeltà dello Stato Islamico prende particolarmente di mira cristiani e yazidi, ma non risparmia i fratelli e sorelle musulmani. Si parla molto di guerra fra civiltà. La domanda che ci poniamo spesso in Occidente è se la violenza e l’intolleranza che vediamo in molte parti del mondo islamico provengano dall’islam stesso.

Sicuramente gruppi come ISIS storpiano frasi dal Corano per giustificare il loro odio violento. Vedono chiunque non condivida la loro interpretazione estrema dell’islam come un “infedele”, anche se si tratta di altri musulmani. Lascerò ai teologi l’interpretazione approfondita delle scritture coraniche. Io so solo che dopo dodici anni ad Al Jazeera e centinaia di ore dedicate ad analizzare la violenza in Medio Oriente in tutti i suoi aspetti, più del 90% delle interviste che ho condotto erano di natura politica e non religiosa. Disoccupazione, illegalità, disperazione, ingiustizia e sete di vendetta sono i veri reclutatori dei gruppi terroristici, non le frasi controverse del Corano. Più si sgretolano le istituzioni dello Stato e più crescono il settarismo, la paura e l’odio verso il diverso. Queste le parole di Gregorio III Laham, patriarca della Chiesa cattolica greco-melchita: “Il futuro dei cristiani in Siria non è minacciato dai musulmani, ma dal caos.”L’occidente deve pensare chiaramente che la sua lotta è contro il terrorismo e non contro l’Islam. La soluzione della persecuzione dei cristiani in Medio Oriente si troverà solo cercando di stabilizzare la situazione per tutti i gruppi etnici e religiosi, nella maniera più equa possibile. La vera chiave di un futuro stabile per il mondo arabo sono gli arabi stessi, qualsiasi sia la loro religione.

RECENSIONE:  LE STRAGI DEI CRISTIANI IN MEDIO ORIENTE. DI GISELLA LATERZA (CORRIERE DELLA SERA EDIZIONE DI BERGAMO 27 febbraio 2018)
Un libro per raccontare il dramma delle persecuzioni dei cristiani del mondo, attraverso storie raccolte a Mosul, in Iraq, a Dadab e Garissa, in Kenia e sulla Striscia di Gaza. Uscirà a marzo «Dove i cristiani muoiono» (edizioni San Paolo), scritto da monsignor Luigi Ginami, fondatore della Fondazione Santina, intitolata alla madre Santina Zucchinelli. 

Il libro riunisce quattro instant book, quattro libretti della collana «Volti di speranza» pubblicati negli anni scorsi per Velar Marna, ognuno dedicato a luoghi, persone incontrate da don Ginami nelle sue missioni per il mondo. Il nuovo volume vanta la prefazione di Barbara Serra, giornalista della redazione di Londra di Al Jazeera English. «Non temere che la nostra religione possa fare di noi un bersaglio è veramente un lusso. Ma come tutti i lussi, può renderci pigri, più propensi a ignorare che in molte parti del mondo dichiarare la propria religione è un atto di coraggio che può portare alla morte». E continua citando alcuni dati sul Medio Oriente: «All’inizio del secolo scorso, i cristiani rappresentavano quasi il 20% della popolazione. Nel 2010 contavano meno del 4% e i numeri continuano a calare. Il rischio che i cristiani spariscano dalla Terra Santa non è mai stato così reale». Molte le storie raccontate. Il 2 aprile è l’anniversario della strage di Garissa, in Kenia, dove 148 studenti universitari, nel 2015, vennero uccisi dai fanatici islamisti. «Parlare delle persecuzioni contro i cristiani nel mondo di oggi è argomento complesso quanto urgente — scrive monsignor Ginami nel prologo —. Io ne posso e ne voglio parlare come di un’esperienza personale: ho visitato quei luoghi e incontrato le persone che portano su di sé i segni di una violenza “giustificata” in nome di Dio (…). Mi sembra giusto cominciare ogni analisi e cercare soluzioni partendo dall’ascolto della loro voce». 

CRISTIANI MARTIRI: “NON CREDIAMO IN UNA GUERRA DI RELIGIONE, MA MOLTI INNOCENTI UCCISI DA INVASATI”  (SIR DEL 19.03.18)
“La riflessione non è quella di una guerra di religione, noi non parliamo e non crediamo in una guerra di religione. Solo che molte volte l’opinione pubblica di una certa estrazione vuole instaurare una nuova crociata. Questo Papa Francesco non lo vuole e la Chiesa non lo può tollerare, perché nessun dio dice di uccidere”. Lo ha detto don Luigi Ginami, autore di “Dove i cristiani muoiono” (Ed. San Paolo), testo in libreria dal 2 aprile, che racconta storie di persecuzioni nel Medioriente e in Africa. “Anzitutto, ancora oggi i cristiani muoiono.

Il libro parla di cristiani che muoiono a Garissa, il 2 aprile 2015, dove 148 ragazzi sono stati uccisi dagli estremisti islamici di Al Shabab perché cristiani; in Iraq, a Mosul, dove ci sono tombe divelte dei cristiani e cadaveri decapitati in un furore contro il cristianesimo incredibile. Nella Striscia di Gaza i cristiani sono la minoranza e vivono in condizioni incredibili”. Il sacerdote, che ha rilasciato la sua testimonianza in un format, andato in onda su Tele Padre Pio, ha raccontato come “la prima grossa persecuzione in Iraq non è nei confronti dei cristiani o degli yazidi ma è soprattutto verso i musulmani che sono sciiti, più liberali. Sono perseguitati da un islam che è più integralista – ha spiegato -.

Noi non vogliamo dire che sono solo i cristiani a morire ma che purtroppo molti innocenti, spesso e più dei cristiani, i musulmani, muoiono a causa di qualche persona invasata che in nome di Dio uccide. E questa è la più grande bestemmia”. Il libro sarà presentato nell’aula magna della ex chiesa di Sant’Agostino dell’Università di Bergamo lunedì 14 maggio, alle 17. Interverrà anche Barbara Serra, giornalista di Al Jazeera English, che ha curato la prefazione del testo: “La guerra ha decimato le antiche comunità cristiane in due paesi: l’Iraq e la Siria – si legge -. L’Iraq nel 2003, prima della invasione americana, aveva all’incirca un milione e mezzo di cristiani, che vivevano relativamente liberi da discriminazione. Ora si pensa che i cristiani in Iraq non siano più di 258.000. Quando la Siria fu creata nel 1920, un terzo della popolazione era cristiana. Ora si pensa ci siano meno di 900.000 cristiani per una popolazione di 18 milioni di persone”.