#VoltiDiSperanza

JOE – 7 : LEGGI IL LIBRO IN FORMATO ELETTRONICO


Ecco disponibile in formato elettronico e gratuito il nostro Instant Book dal titolo JOE. Esso contiene Prefazione di Mons. Dario Viganò, Prefetto della Comunicazione per la Santa Sede e il bellissimo testo di Mons. Joseph Alessandro, ferito dagli islamisti.

Puoi leggerlo gratuitamente qui: 

Leggi il libro

 

CICATRICI D’AMORE DI MONS. DI MONS. DARIO VIGANO’ 
Perseguitati, ma non abbandonati (2 Cor 4,9)
«Per trovare i martiri non è necessario andare alle catacombe o al Colosseo: i martiri sono vivi adesso, in tanti Paesi. I cristiani sono perseguitati per la fede. In alcuni Paesi non possono portare la croce: sono puniti se lo fanno. Oggi, nel secolo XXI, la nostra Chiesa è una Chiesa dei martiri» (Omelia a Santa Marta, 6 aprile 2013).
Nelle pagine di questo libro si scopre tutta la forza delle parole di Papa Francesco, se ne avverte la gravità e il senso, la sofferenza e la speranza, il dolore e la fede, il pianto e l’amore di cui è intrisa. Mentre con gli occhi e il cuore si scorre il testo, sembra di venire avvolti da un sudario che inesorabilmente ti riporta al sepolcro, dove una pesante pietra sigillerà quel luogo di morte. Eppure, mentre procedi, avverti fremiti di vita, rintracci segni di rinascita, bagliori di un’alba che non tarderà. Ne vorrei scegliere alcuni, tra i tanti che ho incrociato durante la lettura di questa testimonianza, che mi sembrano condensare il significato della fede, dell’adesione al Vangelo, della sequela di Gesù, il Signore Risorto, di questi fratelli e sorelle di cui il libro racconta la sofferenza e la gioia di aver scelto la morte e la risurrezione di Cristo come senso ultimo della loro esistenza. Infatti, «un cristiano è colui che, dovunque guarda, scopre dappertutto Cristo e si rallegra in Lui. E questa gioia  trasforma tutti i suoi piani e tutti i suoi programmi umani, tutte le sue decisioni e tutte le sue azioni, e fa di tutta la sua missione il sacramento del ritorno del mondo a Colui che è la via del mondo».

Una pallottola
Cerchiamo segni di vita e capita di venire soffocati dalla polvere e di ritrovarci con la carne lacerata da un proiettile. Sono quei momenti in cui anche l’aria sembra trattenere il respiro e tutto è immobile, come se ci si preparasse all’inevitabile, alla tragedia che potrebbe cancellare un’esistenza. In realtà, in quei momenti siamo nel cuore della testimonianza, intesa come martirio, in cui ci è chiesta la condivisione della passione, della Via Dolorosa, del dramma di tanti nostri fratelli e sorelle che, ancora oggi, muoiono confessando il nome di Gesù, il Signore. Provi l’angoscia della solitudine, sperimenti l’arsura, mentre la gola ti brucia irritata dalla sabbia che ti toglie il respiro, porti nel tuo corpo i segni della brutale violenza e dell’odio che da millenni continuano a seminare morte e a condannare innocenti, a crocifiggerli. In quel momento di abbandono, ti nasce dentro l’adesione del cuore, il tuo “sì” alla partecipazione viva a un dramma che pare travolgerci, ma in realtà è la radice di una vita nuova. Qualcuno ti ridona il respiro, ti fa intravedere un senso al tuo dolore, ti riporta alla vita, perché «un martire è colui per il quale Dio non è un’altra – e l’ultima – possibilità di metter fine al terribile dolore; Dio è la sua stessa vita, e quindi ogni cosa nella sua vita va verso Dio, ascende alla pienezza dell’Amore». In questo orizzonte, si affacciano luminose le espressioni di Papa Francesco, rivolte ai nuovi Cardinali, il 19 novembre 2016: «Nel cuore di Dio non ci sono nemici, Dio ha solo figli. Noi innalziamo muri, costruiamo barriere e classifichiamo le persone. Dio ha figli e non precisamente per toglierseli di torno.

L’amore di Dio ha il sapore della fedeltà verso le persone, perché è un amore viscerale, un amore materno/paterno che non le lascia nell’abbandono, anche quando hanno sbagliato. Il Nostro Padre non aspetta ad amare il mondo quando saremo buoni, non aspetta ad amarci quando saremo meno ingiusti o perfetti; ci ama perché ha scelto di amarci, ci ama perché ci ha dato lo statuto di figli. Ci ha amato anche quando eravamo suoi nemici (cfr Rm 5,10). L’amore incondizionato del Padre verso tutti è stato, ed è, vera esigenza di conversione per il nostro povero cuore che tende a giudicare, dividere, opporre e condannare. Sapere che Dio continua ad amare anche chi lo rifiuta è una fonte illimitata di fiducia e stimolo per la missione. Nessuna mano sporca può impedire che Dio ponga in quella mano la Vita che desidera regalarci». A questo amore, ha consegnato la propria vita il Vescovo Joe, quando venne aggredito, gli spararono e, così, ebbe inizio la sua “via crucis” dalla quale è germogliato il perdono per coloro che gli hanno fatto del male.

La strada
Può succedere di smarrire la strada, di perdere l’orientamento, di girare a vuoto, di smarrirsi, come se il territorio che stai attraversando fosse divenuto un labirinto, una trappola mortale. In quei momenti ti rendi conto che se non trovi qualcuno che ti guida, che ti offre delle indicazioni, il tuo diventa un vagare inutile, fino allo sfinimento. La strada, con la tutta la sua valenza ambigua, diventa il simbolo della nostra vita. Quando non sai dove rivolgerti, ti devi fidare: di un viandante, di un pastore, di una donna, di gente che non conosci, che non parla nemmeno la tua lingua, tu sei straniero per loro e loro lo sono per te. Non c’è scelta, sei obbligato a credere che ciò che ti viene detto sia vero, sia utile per ritrovare la via. La memoria ci riporta ai due di Emmaus (cf Lc 24, 13–53) e a quel forestiero che spiega, ricorda, cammina con loro e, nel momento più intenso, in cui un pane spezzato ha reso tutto più chiaro, si sottrae alla loro vista. Ma quell’incontro ha fatto ardere di nuovo il cuore, ha riacceso la speranza. Ora tutto è chiaro, si è ritrovata la strada, la meta da raggiungere è tornata limpida nella mente non più annebbiata dalla paura. La comunità, allora, diviene il luogo in cui raccontare e rivivere, ascoltare e condividere. Tutto questo si ripresenta alla memoria del cuore in terra straniera, in una landa bruciata dal sole, come leggiamo in questo originale “reportage”. Su una strada sconosciuta si incrociano uomini e donne che ti ravvivano il desiderio di cercare, di andare, di uscire, di testimoniare che non siamo soli, neanche quando la presunzione ci fa andare fuori strada, ci impedisce di vedere, di riconoscere, di accogliere. Leggendo il racconto di queste pagine, nelle quali vibra ancora il senso di paura e di sconcerto per aver smarrito la via, si riscopre la bellezza della strada, luogo di incontro e di scontro, di insidia e di verità, di inganno e di fraternità.   

Il martirio
Faccio fatica a continuare a scrivere dopo aver letto l’ultima parte del testo. Vorrei lasciare spazio al silenzio e alle lacrime, all’ascolto e alla tenerezza, al perdono e alla misericordia per meditare e accogliere la testimonianza preziosa di questi martiri. Affiorano alla memoria le affermazioni di Papa Francesco nell’omelia a Santa Marta del 30 gennaio 2017: «I martiri sono quelli che portano avanti la Chiesa; sono quelli che sostengono la Chiesa, che l’hanno sostenuta e la sostengono oggi. E oggi ce ne sono più dei primi secoli. I media non lo dicono perché non fa notizia: tanti cristiani nel mondo oggi sono beati perché perseguitati, insultati, carcerati. Ce ne sono tanti in carcere, soltanto per portare una croce o per confessare Gesù Cristo: questa è la gloria della Chiesa e il nostro sostegno e anche la nostra umiliazione, noi che abbiamo tutto, tutto sembra facile per noi e se ci manca qualcosa ci lamentiamo. Pensiamo a questi fratelli e sorelle che oggi, in numero più grande dei primi secoli, soffrono il martirio».
Provo un senso di gratitudine verso questi fratelli nella fede che pagano con la sofferenza, con le torture, con ogni genere di violenza, perfino con la vita, la loro fedeltà a Cristo e al Vangelo. I loro nomi sono da ricordare come persone care, familiari, che pagano per la nostra libertà, anche se noi non ci pensiamo e, forse con un po’ di superficialità, diamo per acquisito ciò che scontato non è. In questo momento scorrono davanti ai miei occhi i volti degli studenti cristiani massacrati nel campus universitario di Garissa, in Kenya. A questi si aggiungono il volto di Asia Bibi, imprigionata in un carcere pakistano da 2.160 giorni con l’accusa di blasfemia. I volti delle migliaia di cristiani fuggiti da Mosul dopo che le loro case erano state marchiate come abitazioni dei seguaci di Gesù. «A Mosul abbiamo lasciato tutto, ma non abbiamo perso ciò che di più prezioso ci era rimasto: la nostra fede», aveva detto il vescovo Abel Nona, profugo con altri 100mila dalla Piana di Ninive. Così, i fotogrammi di una persecuzione sempre più globalizzata, come sostiene Papa Francesco, si susseguono, mentre ci inchiniamo davanti al sacrificio di tanti fratelli, per i quali anche una pallottola si trasforma in dono, per Amore.

Dario E. Viganò

TERRORISMO: IL RACCONTO DEL VESCOVO DI GARISSA, COSI’ MI HANNO SPARATO (ADNKRONOS DEL  07.04.17)
Mons. Viganò, cerchiamo segni di vita e ci ritroviamo con la carne lacerata da una pallottola
Città del Vaticano, 7 aprile 2017 (AdnKronos)
(di Enzo Bonaiuto)
“Cerchiamo segni di vita e capita di venire soffocati dalla polvere e di ritrovarci con la carne lacerata da un proiettile”. E’ quanto osserva monsignor Dario Viganò, prefetto della Segreteria per la Comunicazione del Vaticano, commentando il tragico episodio che monsignor Joseph ‘Joe’ Alessandro, vescovo di Garissa in Kenya – teatro della strage che due anni fa provocò la morte di 150 persone all’università, vittime dell’azione terroristica del gruppo islamista di Al-Shabaab che uccise tutti coloro che si proclamarono cristiani – racconta nell’istant-book ‘Joe’ distribuito dalla Fondazione Santina per la collana ‘Volti di speranza’. Il prelato nel 1993 fu gravemente ferito da una pallottola a espansione ‘dum dum’. Era arrivato in Kenya nel 1989 per unirsi ai francescani cappuccini e subito assegnato alla parrocchia di Garissa e nel 1993 fu nominato superiore della Custodia cappuccina del Kenya. “La mattina del 18 ottobre – racconta – partimmo dalla casa di formazione al noviziato di Mpeketoni, guidavo io stesso la macchina”, dove viaggiavano in cinque, lui, tre volontari maltesi e un prete, padre Hilary che aveva chiesto un passaggio. “Passammo il primo controllo di polizia nel villaggio di Witu. Ma prima di arrivare alla parrocchia di Wema, a pochi chilometri di distanza, quattro uomini armati puntando le armi alla nostra auto fecero segno di fermarci: facevano parte del gruppo terroristico Shifta – riferisce il vescovo di Garissa – Non appena stavo per fermare l’auto, uno dei banditi aprì il fuoco. Una pallottola attraversò la portiera alla mia destra, era del tipo chiamato ‘dum dum’ che esplode non appena colpisce il bersaglio. Quando esplose nella mia gamba, tutti i frammenti entrarono nel mio fianco destro e sentii anche delle parti più piccole nelle budella e un grande bruciore dentro di me”. Prosegue il racconto di monsignor Joe: “Gli shifta attorno a noi ci ordinarono di scendere subito dall’auto: ma il mio femore era in frantumi, non riuscivo a scendere da solo e mi aiutarono i volontari. Eravamo continuamente sotto la minaccia dei banditi con i loro fucili puntati contro la nostra schiena”. “Mi chiesero dei soldi, dissi loro che non ne avevo e mi presero tutto quello che potevano portare via: occhiali, orologio, cintura, scarpe, persino i calzini… poi, sparirono e fui lasciato lì, nel silenzio più totale. Tentai di strisciare più lentamente che potevo, con la poca forza che mi era rimasta e mi spostai con difficoltà per raggiungere un punto da cui potessi vedere la strada. Non riuscivo ad alzarmi in piedi e sentivo il sangue scorrere dalla ferita. Continuai ad aspettare e a pregare Dio”. Scrive monsignor Dario Viganò, prefetto della Segreteria per la Comunicazione del Vaticano, nella prefazione al libro della Fondazione Santina: “Sono quei momenti in cui anche l’aria sembra trattenere il respiro e tutto è immobile, come se ci si preparasse all’inevitabile, alla tragedia che potrebbe cancellare un’esistenza. In realtà, in quei momenti, siamo nel cuore della testimonianza, intesa come martirio, in cui ci è chiesta la condivisione della passione, della Via Dolorosa, del dramma di tanti nostri fratelli e sorelle che, ancora oggi, muoiono confessando il nome di Gesù, il Signore”.Allora, prosegue Viganò, “provi l’angoscia della solitudine, sperimenti l’arsura, mentre la gola ti brucia irritata dalla sabbia che ti toglie il respiro, porti nel tuo corpo i segni della brutale violenza e dell’odio che da millenni continuano a seminare morte e a condannare innocenti, a crocifiggerli”. E, come ricorda richiamando le parole di Papa Francesco, “per trovare i martiri non è necessario andare alle catacombe o al Colosseo: i martiri sono vivi adesso in tanti Paesi, dove i cristiani sono perseguitati per la fede. La nostra è una Chiesa dei martiri”.Sottolineano alla Fondazione Santina: “E’ un libro che parla di una pallottola, la storia di un vescovo che porta una cicatrice d’amore, dove essere cristiani vuol dire versare sangue come Cristo, dove l’Islam profana i segni cristiani, dove siccità e carestia devastano la vita, tra polvere e pericoli”.

 

21MO VIAGGIO DI FONDAZIONE SANTINA: KENYA 16-23 FEBBRAIO 2017

 

SEGNALAZIONI STAMPA

COSA NE SAI TU DELL’AFRICA E DI CHI FUGGE DA GUERRE E MISERIA AGENZIA  AGI 26.7.17
di Salvatore Izzo
26 luglio 2017

 

 

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Conosci me la mia lealtà tu sai che oggi morirei per onestà. Conosci me, il nome mio, tu sola sai se è vero o no che credo in Dio. Che ne sai tu di un campo di grano…”. Queste frasi di una delle più belle canzoni italiane della seconda metà del ‘900 tornano alla mente davanti a un’iniziativa del loro autore, Giulio Rapetti, il grande Mogol, che coinvolge nientemeno che il principalecollaboratore del Papa, il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato della Santa Sede, il quale ha deciso di impegnare la diplomazia vaticana per far decollare un progetto di cooperazione lanciato dal paroliere in aiuto delle popolazioni africane “L’idea è quella di dare lavoro in Africa attraverso un’organizzazione di aziende agricole europee, che poi trasferiranno il know how ai giovani migranti”, spiega Mogol presentando “African Agricolture A2”, che con la benedizione del Vaticano porterà in Africa coltivazioni biologiche di qualità, impianti di desalinizzazione per non depauperare le risorse idriche e allevamenti per la produzione di concime. E darà lavoro al di qua e al di là del Mediterraneo per aiutare i migranti qui e a casa loro.  “Cosa ne sai tu di me. Cosa ne sai. Cosa ne sai dei miei guai. Tu che ne sai. Cosa ne sai”. Questa la rilettura che di “Pensieri e parole” ha fatto la bella e talentuosa Anna Tatangelo, un testo che evoca invece la brutta pagina che stiamo vivendo con le incomprensioni dell’Unione Europea riguardo all’impegno del nostro Paese nell’accoglienza dei migranti, e soprattutto con le posizioni che l’Italia stessa ha assunto in materia di respingimenti e pattugliamento delle acque libiche. Come è possibile conciliare la fiera rivendicazione delle operazioni di salvataggio della Guardia Costiera e della tradizionale ospitalità degli italiani, e le posizioni francamente razziste come quella che proclama la distinzione (in realtà impossibile) tra profughi e migranti economici? Ovvero con il rinvio (sine die) della legge sacrosanta sullo Ius soli che molto gradualmente dovrebbe eliminare la discriminazione tra bambini nati insieme, cioè negli stessi ospedali, che andranno nelle stesse scuole, ma con prospettive del tutto diverse in quanto è l’appartenenza razziale (lo Ius sanguinis) che deciderà il loro futuro. E infine con gli attacchi alle Ong che vanno a salvarli in acque secondo il nostro Governo e il codice Ue che proibisce tali operazioni, come se lì non si potesse affogare o se affogano pazienza, fino ai sostanzialmente ipocriti accordi con i Paesi da cui partono i barconi, affinché a questi disperati venga impedito di partire e restino imprigionati nei lager della Libia. Cosa vi accade ce lo hanno spiegato enti al di sopra di ogni sospetto, come l’Unicef che parla di 12.000 minorenni arrivati in Italia nei primi sei mesi di quest’anno, bambini e ragazzi, fuggiti dai loro Paesi a causa della fame e delle violenze, spesso intercettati dai trafficanti e portati in Libia, dove subiscono abusi di varia natura e in conseguenza di questo cercano di imbarcarsi verso l’Italia. O l’Oxfam che ha documentato centinaia di storie di persone arrivate in Sicilia negli ultimi 12 mesi raccontando di essere state picchiate, abusate, vendute e arrestate illegalmente. “L’84% delle persone intervistate ha dichiarato di avere subito trattamenti inumani tra cui violenze brutali e tortura, il 74% ha dichiarato di aver e assistito all’omicidio o alla tortura di un compagno di viaggio, l’80% di aver subito la privazione di acqua e cibo e il 70% di essere stato imprigionato in luoghi di detenzione ufficiali o non ufficiali”.

L’APPELLO DI PADRE ALEX ZANOTELLI: ROMPIAMO IL SILENZIO SULL’AFRICA
La domanda “Tu che ne sai?”, invita a porsela anche che il missionario comboniano Alex Zanotelli in un appello che ha rivolto ai media dal sito della Federazione Nazionale della Stampa. L’ex direttore di Nigrizia e attuale direttore della rivista Mosaico di Pace chiede di presentare la realtà africana per quella che è invece di fare allarmismo sui flussi migratori, dando spazio ai peggiori istigatori di odio e paura. “Non vi chiedo – spiega – atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo”. A noi giornalisti, addirittura, padre Zanotelli (che ha trascorso metà della sua vita nella discarica di Korogocho, alla periferia di Nairobi, condividendo le difficoltà e le malattie delle migliaia di persone che sono costrette a scavare nell’immondizia dei ricchi per comprare il cibo) chiede scusa perché ci sferza nonostante il caldo di “questa torrida estate”.“Ma – si giustifica – è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani. Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass-media , purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo. Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa”. Secondo padre Alex è “inaccettabile” il silenzio sulla drammatica situazione del Sud Sudan che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga, il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni, sul Centrafrica come sul Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi, e sui trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU. Un silenzio mediatico che il religioso condanna anche sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. “Non conoscendo tutto questo è chiaro – osserva Zanotelli – che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi. Questo crea la paranoia dell’ ‘invasione’, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi”. “Davanti a tutto questo – conclude – non possiamo rimane in silenzio. I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?”.

IL VESCOVO JOE CHE FERITO A MORTE NON LASCIA I SUOI AMICI
Pensava di morire monsignor Joseph Alessandro, conosciuto da tutti come Joe, il vescovo di Garissa, cioè anche del Campus della strage che 2 anni fa causò la morte di 150 persone, quando è stato ferito in Kenya da una pallottola. “Era il 18 ottobre 1993, guidavo la macchina, con me c’erano anche tre volontari maltesi che si trovavano in Kenya da un po’ di tempo. Ad alcuni chilometri di distanza dalla parrocchia, quattro uomini armati, puntando le armi alla nostra auto, fecero segno di fermarci. Facevano parte del gruppo terroristico Shifta”, ha raccontato nel libro intervista scritto con don Gigi Ginami  animatore della Fondazione Santina, in ricordo di una donna semplice e coraggiosa, sua mamma, capace fino all’ultimo giorno della sua vita di portare soccorsi e amicizia agli ultimi negli angoli più sperduti della Terra. Un personaggio che ha incarnato gli stessi valori di Joe, che ha scelto l’Africa quando era un semplice frate cappuccino maltese, e che proprio come Santina ha un passato fatto di sofferenza, con l’episodio dell’attentato che ha segnato la sua vita per sempre con una “cicatrice d’amore”. “Gli shifta attorno a noi ci ordinarono di scendere subito dall’auto: ma il mio femore era in frantumi, non riuscivo a scendere da solo e mi aiutarono i volontari. Eravamo continuamente sotto la minaccia dei banditi con i loro fucili puntati contro la nostra schiena”. “Mi chiesero dei soldi, dissi loro che non ne avevo e mi presero tutto quello che potevano portare via: occhiali, orologio, cintura, scarpe, persino i calzini… poi, sparirono e fui lasciato lì, nel silenzio più totale. Tentai di strisciare più lentamente che potevo, con la poca forza che mi era rimasta e mi spostai con difficoltà per raggiungere un punto da cui potessi vedere la strada. Non riuscivo ad alzarmi in piedi e sentivo il sangue scorrere dalla ferita. Continuai ad aspettare e a pregare Dio”

ERANO MUSSULMANI E SICURAMENTE FANATICI TERRORISTI QUELLI CHE PIÙ RECENTEMENTE HANNO MASSACRATO GLI STUDENTI CRISTIANI A GARISSA (DON GINAMI HA SCRITTO ANCHE LA STORIA DI JANET, UNA DELLE RAGAZZE KENIOTE UCCISE NELL’UNIVERSITÀ)
 Nel libro “Joe” edito da Velar per finanziare la Fondazione Santina, al vescovo maltese è posta la domanda: “perché sei tornato in Kenya, dopo quello che ti è successo”?. E Joe risponde con i fatti, con la sua opera di solidarietà che ancora regala speranze a madri e figli innocenti che si sentono abbandonati dal loro Dio e minacciati da quello degli altri. Quella speranza di cui spiega bene il senso nella prefazione del libro monsignor Dario Viganò, il super ministro della comunicazione della Santa Sede: “Sapere che Dio continua ad amare anche chi lo rifiuta è una fonte illimitata di fiducia e stimolo per la missione. Nessuna mano sporca può impedire che Dio ponga in quella mano la Vita che desidera regalarci. A questo amore, ha consegnato la propria vita il vescovo Joe, quando venne aggredito, gli spararono e, così, ebbe inizio la sua via crucis dalla quale è germogliato il perdono per coloro che gli hanno fatto del male”.

IN VATICANO, HA SCHERZATO MONSIGNOR VIGANÒ IN OCCASIONE DEI 4 ANNI DELLA FONDAZIONE SANTINA
“non ci sono solo delinquenti”. Alludeva a don Ginami e a tanti altri preti che non solo in Curia vengono infangati dagli errori (spesso criminali) dei loro confratelli. Ebbene, proprio nel Tribunale della Città del Vaticano, luogo deputato a far luce sui delitti commessi dagli ecclesiastici e dai dipendenti laici, il ruolo di promotore di giustizia nel secondo grado, cioè in appello, è ricoperto dal giurista Raffaele Coppola, noto ai media come “l’avvocato di Papa Francesco”, in nome del quale sta studiando le possibili vie del diritto internazionale per cancellare o almeno ridurre il debito estero. Non solo, il giurista cattolico, intervenuto alla conferenza stampa di presentazione della Conference Permanente des Villes Historiques de la Mediterranee, un meeting internazionale in programma a Gallipoli l’8 e 9 settembre, ha lanciato anche lui (come Mogol) un’iniziativa importante che consiste nel coinvolgimento nell’area del Mediteraneo delle realtà periferiche che debbono potersi esprimere sui piani di sviluppo che non possono piombare dall’alto: “Lo sviluppo delle comunità locali – ha spiegato il professor Coppola – è lo sviluppo della gente. Per questo la sola possibile risposta strutturale alla drammatica domanda globale di democrazia e buon governo dell’area del Mediterraneo, Nordafrica compreso, è che le comunità civiche si riapproprino del loro ruolo politico tramite una rete di relazioni e cooperazioni. Occorre cioè partire dai piccoli centri e dalle zone rurali, quindi, per programmare lo sviluppo dell’intera macro-area del Mediterraneo”.Contribuire a mettere in moto questo processo indispensabile e indifferibile è dunque l’obiettivo dell’incontro di Gallipoli, che sarà incentrato sui temi quali demografia e migrazioni, redistribuzione delle risorse e tutela dell’ambiente, avrà come obiettivo quello di programmare la pace nel Mediterraneo a partire dall’affermazione di Giorgio La Pira, il sindaco santo di Firenze: “sanando le città si risanano le nazioni”.

MONS. JOSEPH ALESSANDRO, FERITO DAGLI SHIFTA, È TORNATO A GARISSA E DADAAB (MALINDIKENIA.NET DEL 05.05.17)
In un libro la storia di Joe, vescovo coraggioso in Kenya
E’ una storia di passione e di una “cicatrice d’amore”. Non solo scaturita dal grande spirito cristiano del protagonista e dei suoi compagni di viaggio. Quella di Monsignor Joseph Alessandro, qui in Kenya conosciuto da tutti semplicemente come Joe, è una vicenda umana che ha molto da insegnare e che alza la polvere rossa dalle strade e dai villaggi del Kenya più remoto, più difficile da vivere e sotto continuo ricatto dell’integralismo islamico. Ora la storia di Joe è un libro, un “instant book” edito da Velar e Marna nella collana “Volti di Speranza” e distribuito dalla Fondazione Santina. Erano mussulmani, ma sicuramente più banditi che fanatici, gli Shifta che nel 1993 assalirono Joe insieme ad altri due prelati sulla strada per Lamu, tra Witu e Mpeketoni. Erano anni in cui era davvero pericoloso inoltrarsi oltre cento chilometri da Malindi. Nel racconto di Joe, gli attimi di paura dopo le pallottole, ma mai lo sconforto. “Gli shifta attorno a noi ci ordinarono di scendere subito dall’auto: ma il mio femore era in frantumi, non riuscivo a scendere da solo e mi aiutarono i volontari. Eravamo continuamente sotto la minaccia dei banditi con i loro fucili puntati contro la nostra schiena”. “Mi chiesero dei soldi, dissi loro che non ne avevo e mi presero tutto quello che potevano portare via: occhiali, orologio, cintura, scarpe, persino i calzini… poi, sparirono e fui lasciato lì, nel silenzio più totale. Tentai di strisciare più lentamente che potevo, con la poca forza che mi era rimasta e mi spostai con difficoltà per raggiungere un punto da cui potessi vedere la strada. Non riuscivo ad alzarmi in piedi e sentivo il sangue scorrere dalla ferita. Continuai ad aspettare e a pregare Dio” Erano mussulmani e sicuramente fanatici terroristi quelli che più recentemente hanno massacrato 148 studenti cristiani a Garissa. Nella stessa collana del libro di Joe, c’è anche la storia di Janet, una delle ragazze keniote uccise nell’università. Nel libro del Vescovo maltese, scritto insieme a Monsignor Luigi Ginami, si ripercorrono le sensazioni dell’arrivo in Kenya, ma non si parla della sosta edulcorata a Watamu o della missione di Msabaha (che ancora oggi è operativa), quanto delle strade che diventano pericoli, di bambini in mezzo ai serpenti, di fuori pista quasi mortali, di strade che non portano a Garsen e della prima visione di Garissa, perché come dice bene Joe “in Africa non contano i chilometri, conta la strada”. Ovviamente buona parte del libro è dedicato ai racconti e agli incontri di Dadaab, dove l’evangelizzazione coraggiosa del Vescovo Alessandro si scontra con vicende umane al limite della sopportazione, tra siccità, malattie e faide all’interno del più grande campo di rifugiati del Continente Nero. Alla domanda “perché sei tornato in Kenya, dopo quello che ti è successo”? Joe risponde con i fatti, con la sua opera di solidarietà che ancora regala speranze a madri e figli innocenti che si sentono abbandonati dal loro Dio e minacciati da quello degli altri. Quella speranza di cui spiega bene il senso nella prefazione del libro Monsignor Dario Viganò: “Sapere che Dio continua ad amare anche chi lo rifiuta è una fonte illimitata di fiducia e stimolo per la missione. Nessuna mano sporca può impedire che Dio ponga in quella mano la Vita che desidera regalarci». A questo amore, ha consegnato la propria vita il Vescovo Joe, quando venne aggredito, gli spararono e, così, ebbe inizio la sua “via crucis” dalla quale è germogliato il perdono per coloro che gli hanno fatto del male”.  Gli instant book della Fondazione Santina sono venduti a 5 euro e aiutano i progetti keniani come quello per ragazze sieropositive di Msabaha.

VATICANO: MONS. VIGANO’, CONDIVIDIAMO DOLORE MARTIRI CRISTIANI PAPA IN EGITTO MOSTRERÀ’ CHE PACE POSSIBILE, CONTRO OGNI APPARENZA (ANSA GR 14-APR-17 18:40)
CITTA’ DEL VATICANO, 14 APR – “Per trovare i martiri non e’ necessario andare alle catacombe o al Colosseo: i martiri sono vivi adesso in tanti Paesi. I cristiani sono perseguitati per la fede”. Cosi’, mons. Dario Edoardo Vigano’, prefetto della Segreteria per la comunicazione della Santa Sede, con un passo di un’omelia del Papa a Casa Santa Marta, inizia la prefazione all’instant book “Joe” distribuito dalla “Fondazione Santina” per la collana “Volti di speranza” (Velar Marna edizioni). Il volume raccoglie il racconto del vescovo di Garissa, in Kenya, mons. Joseph Alessandro, sulla strage del gruppo islamista di Al-Shabaab che poco piu’ di due anni fa, nel giorno del Giovedi’ Santo, provoco’ la morte di 148 studenti universitari cristiani. “Siamo nel cuore della testimonianza, una testimonianza intesa come martirio – dice mons. Vigano’ alla Radio Vaticana -. Siamo nel dramma di tanti fratelli e di tante sorelle che ancora oggi muoiono confessando il nome di Gesu’ Signore. Credo che oggi, Venerdi’ Santo, ricordare i martiri cristiani significhi condividere con loro l’angoscia della solitudine, sperimentare con loro l’arsura, sperimentare il fatto che la gola si brucia quando e’ irritata dalla sabbia, che ti toglie il respiro, che porti nel corpo i segni della violenza brutale dell’odio, della morte che continua a essere seminata. In quel momento di abbandono, pero’, nasce nel cuore il ‘si”, nasce la partecipazione a qualcosa che diventa nuovo. Gesu’ e’ un seme che muore e per questo diventa vita nuova”. Vigano’, a proposito dei segni del martirio nella Chiesa di oggi, dice di pensare “anche a Mosul, dove il vescovo Abel Nona, che e’ profugo insieme ad altri 100 mila della Piana di Ninive, diceva: ‘A Mosul abbiamo lasciato tutto, ma non abbiamo perso cio’ che di piu’ prezioso ci era rimasto, e cioe’ la nostra fede’. Ecco, credo allora che i fotogrammi del campo di Dadaab, a Garissa, come i fotogrammi di tanti altri campi in altrettanti Paesi, siano i fotogrammi di una persecuzione che e’ sempre piu’ globalizzata, come dice Papa Francesco”. Il pensiero va anche alla Chiesa egiziana che il Papa visitera’ a fine aprile. “Credo che questo viaggio sara’ un incontro davvero grande con una comunita’ variegata, una comunita’ fatta di copti, di ortodossi, di cattolici, di musulmani – osserva mons. Vigano’ -. Ebbene, tutti, insieme a Papa Francesco per pregare e per invocare il dono della pace. E credo che il popolo e le Chiese presenti in Egitto, sapranno testimoniare che dove il cuore e’ aperto all’azione di Dio, pace, condivisione e amore sono possibili anche contro ogni apparente possibilita'”. (ANSA).

VATICANO: VIGANO’, CRISTIANI MARTIRI DI UN TERRORISMO GLOBALIZZATO (ADNKRONOS 14-APR-17 19:49)
‘Ricordarli oggi vuol dire condividere la loro angoscia di fronte a solitudine, odio e morte’ Città del Vaticano, 14 apr. – “Ricordare oggi i martiri cristiani significa condividere con loro l’angoscia della solitudine” in quanto “portano nel corpo i segni della violenza brutale, dell’odio, della morte che continua a essere seminata”. E’ quanto  sottolinea a Radio Vaticana monsignor Dario Viganò prefetto della Segreteria per la Comunicazione del Vaticano, ricordando i drammi delle azioni del terrorismo fondamentalista, “i fotogrammi di una persecuzione che, come dice Papa Francesco, è sempre più globalizzata”.

VIGANO’: VENERDI’ SANTO, CONDIVIDIAMO IL DOLORE DEI CRISTIANI (RADIO VATICANA DEL 14.03.17)
 “Per trovare i martiri non è necessario andare alle catacombe o al Colosseo: i martiri sono vivi adesso in tanti Paesi. I cristiani sono perseguitati per la fede”. Così, mons. Dario Edoardo Viganò, prefetto della Segreteria per la comunicazione della Santa Sede, con un passo di un’omelia del Papa a Casa Santa Marta, inizia la prefazione all’instant book “Joe” distribuito dalla “Fondazione Santina” per la collana “Volti di speranza” (Velar Marna edizioni). Il volume raccoglie il racconto del vescovo di Garissa, in Kenya, mons. Joseph Alessandro, sulla strage del gruppo islamista di Al-Shabaab che poco più di due anni fa, nel giorno del Giovedì Santo, provocò la morte di 148 studenti universitari cristiani. Luca Collodi ha chiesto a mons. Dario Edoardo Viganò come possiamo ricordare i martiri cristiani nella giornata dedicata alla Passione del Signore:

R– Siamo nel cuore della testimonianza, una testimonianza intesa come martirio. Siamo nel dramma di tanti fratelli e di tante sorelle che ancora oggi muoiono confessando il nome di Gesù Signore. Credo che oggi, Venerdì Santo, ricordare i martiri cristiani significhi condividere con loro l’angoscia della solitudine, sperimentare con loro l’arsura, sperimentare il fatto che la gola si brucia quando è irritata dalla sabbia, che ti toglie il respiro, che porti nel corpo i segni della violenza brutale dell’odio, della morte che continua a essere seminata … In quel momento di abbandono, però, nasce nel cuore il “sì”, nasce la partecipazione a qualcosa che diventa nuovo. Gesù è un seme che muore e per questo diventa vita nuova. Quindi, qualcuno ridona il respiro, fa intravedere il senso del dolore, riporta la vita perché, come dice Schmemann, “un martire è colui per il quale Dio non è un’altra è l’ultima possibilità di mettere fine al terribile dolore; Dio è la sua stessa vita e quindi ogni cosa nella sua vita va verso Dio, ascende nella pienezza dell’amore”.
D -Nel libro “Joe” si parla del campo profughi più grande del mondo, il campo di Dadaab nella diocesi di Garissa – in Kenya – dove vivono anche profughi cristiani in fuga dalla violenza, perseguitati. Sono i segni del martirio della Chiesa di oggi?
R- Certamente. Penso anche a Mosul, dove appunto il vescovo Abel Nona, che è profugo insieme ad altri 100 mila della Piana di Ninive, diceva: “A Mosul abbiamo lasciato tutto, ma non abbiamo perso ciò che di più prezioso ci era rimasto, e cioè la nostra fede”. Ecco, credo allora che i fotogrammi del campo di Dadaab, a Garissa, come i fotogrammi di tanti altri campi in altrettanti Paesi, siano i fotogrammi di una persecuzione che è sempre più globalizzata, come dice Papa Francesco. E questi fotogrammi si susseguono, mentre ci inchiniamo davanti al sacrificio di tanti fratelli per i quali anche una pallottola si trasforma in dono per amore. Dunque, oggi contempliamo il Volto di Cristo crocifisso e su quel Volto vediamo i tratti di quei tanti volti dei testimoni cristiani di oggi. Quindi è una preghiera per loro, una preghiera per le loro comunità ed è anche un’invocazione a Dio perché la pace sgorghi nuovamente da questo sangue di martiri.
D-  Nel campo profughi e nella comunità cristiana di Garissa c’è una Chiesa che continua a versare sangue. E’ un segno profetico anche per la Chiesa egiziana che Papa Francesco visiterà a fine aprile?
R- Sì, certamente, perché il sangue di Cristo assume in sé la sofferenza di tutti gli uomini e di tutte le donne, anche del popolo egiziano. Credo che questo viaggio sarà un incontro davvero grande con una comunità variegata, una comunità fatta di copti, di ortodossi, di cattolici, di musulmani … ebbene, tutti, insieme a Papa Francesco per pregare e per invocare il dono della pace. E credo che il popolo e le Chiese presenti in Egitto, sapranno testimoniare che dove il cuore è aperto all’azione di Dio, pace, condivisione e amore sono possibili anche contro ogni apparente possibilità.

 

IL VESCOVO “JOE” ALESSANDRO VOLTO DI SPERANZA IN KENYA (AVVENIRE 12 APRILE 2017 p.17)
Sul volto un bel sorriso che invita alla speranza. Nel corpo i segni di una ferita per la quale ha saputo perdonare. Nell’animo il dolore per i ragazzi brutalmente assassinati, due anni fa, da un gruppo terrorista nell’Università della sua città. È il vescovo di Garissa in Kenya, Joseph Alessandro, cui la Fondazione Santina, dedica un altro volume – il settimo, intitolato semplicemente – della sua collana “Volti di Speranza”. Come per tutti gli altri, anche in questo caso il ricavato andrà a finanziare le “opere di luce” che la Fondazione sta sostenendo in diverse parti del mondo. Iraq, Perù, Messico, lo stesso Kenya, Vietnam, Brasile e Striscia di Gaza. Cioè proprio i Paesi dalle quali giungono le storie che i singoli libri raccontano. Poi ci sono anche altre destinazioni: i terremotati di Amatrice e gli ammalati del morbo di Chagas nell’ospedale San Giovanni XXIII di Bergamo.
Quella del vescovo Joe, è significativa perché parte da un sanguinoso episodio che lo vide protagonista quando era un semplice frate cappuccino e giunge alla strage terroristica che 2 anni fa causò la morte di 150 persone a Garissa.
«Era il 18 ottobre 1993 – racconta –, guidavo la macchina, con me c’erano anche tre volontari maltesi che si trovavano in Kenya da un po’ di tempo. Ad alcuni chilometri di distanza dalla parrocchia, quattro uomini armati, puntando le armi alla nostra auto, fecero segno di fermarci. Facevano parte del gruppo terroristico Shifta. Non appena stavo per fermare l’auto – prosegue il vescovo – uno dei banditi aprì il fuoco. Una pallottola attraversò la portiera alla mia destra. La pallottola sparata era una di quelle del tipo chiamato che esplode non appena colpisce il bersaglio. Quando esplose nella mia gamba tutti i frammenti entrarono nel mio fianco destro e sentii anche alcune parti più piccole nelle budella – ed in effetti alcune schegge sono ancora lì. In quel momento sentii come se ci fosse un grande bruciore dentro di me». A quel punto l’allora superiore dei cappuccini fu derubato di tutto e lasciato lì per strada, da solo: «Vidi questi Shifta intorno a noi che ci ordinarono di scendere subito dall’auto. Visto che non riuscivo a scendere da solo a causa della mia gamba destra ferita, il mio femore era in frantumi, i volontari mi aiutarono a scendere. Due dei banditi mi chiesero dei soldi. Dissi loro che non ne avevo e quindi mi presero tutto quello che potevano portare via, inclusi occhiali, orologio da polso, cintura, scarpe, e calzini».
«Cerchiamo segni di vita e capita di venire soffocati dalla polvere e di ritrovarci con la carne lacerata da un proiettile», scrive nella presentazione del volume monsignor Dario Edoardo Viganò, prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede. «Sono quei momenti in cui anche l’aria sembra trattenere il respiro e tutto è immobile, come se ci si preparasse all’inevitabile, alla tragedia che potrebbe cancellare un’esistenza. In realtà, in quei momenti, siamo nel cuore della testimonianza, intesa come martirio, in cui ci è chiesta la condivisione della passione, della Via Dolorosa, del dramma di tanti nostri fratelli e sorelle che, ancora oggi, muoiono confessando il nome di Gesù, il Signore». «Provo un senso di gratitudine – conclude Viganò – verso questi fratelli nella fede che pagano con la sofferenza, con le torture, con ogni genere di violenza, perfino con la vita, la loro fedeltà a Cristo e al Vangelo. I loro nomi sono da ricordare come persone care, familiari, che pagano per la nostra libertà, anche se noi non ci pensiamo e, forse con un po’ di superficialità, diamo per acquisito ciò che scontato non è».

 

 

CRISTIANI PERSEGUITATI: MONS. VIGANÒ (SPC), “CI INCHINIAMO DAVANTI AL SACRIFICIO DI TANTI FRATELLI” (SIR 11 APRILE 2017 @ 9:58)
“Vorrei lasciare spazio al silenzio e alle lacrime, all’ascolto e alla tenerezza, al perdono e alla misericordia per meditare e accogliere la testimonianza preziosa di questi martiri”. Così scrive monsignor Dario Edoardo Viganò, prefetto della Segreteria per la comunicazione (Spc) della Santa Sede, nella prefazione all’instant book “Joe” distribuito dalla “Fondazione Santina” per la collana “Volti di speranza”. Il volume raccoglie il racconto di mons. Joseph Alessandro, vescovo di Garissa in Kenya, sulla strage del gruppo islamista di Al-Shabaab che poco più di due anni fa provocò la morte di 148 studenti universitari cristiani. Il vescovo racconta anche di quando nel 1993 fu ferito ad una gamba da una pallottola a espansione “damdam” dal gruppo terroristico Shifta e del campo profughi keniota di Dadaab. “Provo un senso di gratitudine verso questi fratelli nella fede che pagano con la sofferenza, con le torture, con ogni genere di violenza, perfino con la vita, la loro fedeltà a Cristo e al Vangelo”, prosegue il prefetto, osservando che “i loro nomi sono da ricordare come persone care, familiari, che pagano per la nostra libertà, anche se noi non ci pensiamo e, forse con un po’ di superficialità, diamo per acquisito ciò che scontato non è”. A quello degli studenti cristiani di Garissa, aggiunge Viganò, “si aggiungono il volto di Asia Bibi” e “i volti delle migliaia di cristiani fuggiti da Mosul dopo che le loro case erano state marchiate come abitazioni dei seguaci di Gesù”. “I fotogrammi di una persecuzione sempre più globalizzata, come sostiene Papa Francesco, si susseguono – conclude il prefetto -, mentre ci inchiniamo davanti al sacrificio di tanti fratelli, per i quali anche una pallottola si trasforma in dono, per Amore”.

 

 

QUELLA PALLOTTOLA CONTRO IL VESCOVO (BLOG STANZE VATICANE DI MEDIASET 05.07.17)
“Era il 18 ottobre, guidavo la macchina, con me c’erano anche tre volontari maltesi che si trovavano in Kenya da un po’ di tempo. Ad alcuni chilometri di distanza dalla parrocchia, quattro uomini armati, puntando le armi alla nostra auto, fecero segno di fermarci. Facevano parte del gruppo terroristico Shifta”. Comincia così la drammatica testimonianza di Mons. Joseph Alessandro, attuale vescovo di Garissa, in Kenya, che in un volume dal titolo “Joe” e distribuito dalla “Fondazione Santina” per la collana “Volti di Speranza”, racconta la sua storia, da quando era un semplice frate cappuccino alla strage terroristica che 2 anni fa causò la morte di 150 persone all’università della città. Lo stesso vescovo ha un passato fatto di sofferenza, con un episodio, risalente al 1993, che ha segnato la sua vita per sempre. “Non appena stavo per fermare l’auto”, racconta il vescovo, “uno dei banditi aprì il fuoco. Una pallottola attraversò la portiera alla mia destra. La pallottola sparata era una di quelle del tipo chiamato “damdam”, che esplode non appena colpisce il bersaglio. Quando esplose nella mia gamba tutti i frammenti entrarono nel mio fianco destro e sentii anche alcune parti più piccole nelle budella – ed in effetti alcune schegge sono ancora lì. In quel momento sentii come se ci fosse un grande bruciore dentro di me”. A quel punto l’allora Superiore dei cappuccini fu derubato di tutto e lasciato lì per strada, da solo: “Vidi questi Shifta”, racconta, “intorno a noi che ci ordinarono di scendere subito dall’auto. Visto che non riuscivo a scendere da solo a causa della mia gamba destra ferita, il mio femore era in frantumi, i volontari mi aiutarono a scendere. Due dei banditi mi chiesero dei soldi. Dissi loro che non ne avevo e quindi mi presero tutto quello che potevano portare via, inclusi occhiali, orologio da polso, cintura, scarpe, e calzini”. “Cerchiamo segni di vita e capita di venire soffocati dalla polvere e di ritrovarci con la carne lacerata da un proiettile”, scrive nella presentazione del volume, Mons. Dario Edoardo Viganò, Prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, “sono quei momenti in cui anche l’aria sembra trattenere il respiro e tutto è immobile, come se ci si preparasse all’inevitabile, alla tragedia che potrebbe cancellare un’esistenza. In realtà, in quei momenti, siamo nel cuore della testimonianza, intesa come martirio, in cui ci è chiesta la condivisione della passione, della Via Dolorosa, del dramma di tanti nostri fratelli e sorelle che, ancora oggi, muoiono confessando il nome di Gesù, il Signore. Provi l’angoscia della solitudine”, continua Viganò, “sperimenti l’arsura, mentre la gola ti brucia irritata dalla sabbia che ti toglie il respiro, porti nel tuo corpo i segni della brutale violenza e dell’odio che da millenni continuano a seminare morte e a condannare innocenti, a crocifiggerli”.
Il volume raccoglie anche testimonianze drammatiche dal campo profughi keniota di Dadaab
 Dadaab, il più grande del mondo con 360.000 persone ospitate: anche in questo caso storie di sofferenza, storie di dolore e di martirio. “Faccio fatica a continuare a scrivere dopo aver letto l’ultima parte del testo”, dice Mons. Dario Viganò nella presentazione, “vorrei lasciare spazio al silenzio e alle lacrime, all’ascolto e alla tenerezza, al perdono e alla misericordia per meditare e accogliere la testimonianza preziosa di questi martiri. Affiorano alla memoria le affermazioni di Papa Francesco nell’omelia a Santa Marta del 30 gennaio 2017. ‘I martiri sono quelli che portano avanti la Chiesa, che l’hanno sostenuta e la sostengono oggi. E oggi ce ne sono più dei primi secoli. I media non lo dicono perché non a notizia: tanti cristiani nel mondo oggi sono beati perché perseguitati, insultati, carcerati. Ce ne sono tanti in carcere, soltanto per portare una croce o per confessare Gesù Cristo: questa è la gloria della Chiesa e il nostro sostegno e anche la nostra umiliazione, noi che abbiamo tutto, tutto sembra facile per noi e se ci manca qualcosa ci lamentiamo. Pensiamo a questi fratelli e sorelle che oggi, in numero più grande dei primi secoli, soffrono il martirio”.“Così i fotogrammi di una persecuzione sempre più globalizzata”, conclude il Prefetto della Segreteria per la Comunicazione, “come sostiene Papa Francesco, si susseguono, mentre ci inchiniamo al sacrificio di tanti fratelli, per i quali anche una pallottola si trasforma in un dono, per Amore”.

COLPITO DA UNA PALLOTTOLA, IL VESCOVO JOE PORTA UNA CICATRICE D’AMORE (BERGAMONEWS DEL 06.07.17)
“Joe” è il nuovo volume, edito da Velar e Marna, distribuito dalla Fondazione Santina Onlus che raccoglie la splendida testimonianza di monsignor Joseph Alessandro, conosciuto da tutti come Joe e vescovo di Garissa, ferito in Kenya da una pallottola.Una testimonianza incredibile quella raccolta nel libroJoe” edito da Velar e Marna e distribuito dalla  che ripercorre i drammatici momenti quando monsignor Joseph Alessandro, conosciuto da tutti come Joe e vescovo di Garissa, è stato ferito in Kenya da una pallottola. Joe è stato la guida al campo profughi diDadaab Refugee Camp per la Fondazione Santina di monsignor Luigi Ginami che ha avviato in diverse parti del mondo progetti di carità per essere accanto ai più poveri, ai più soli, a più dimenticati.“Era il 18 ottobre, guidavo la macchina, con me c’erano anche tre volontari maltesi che si trovavano in Kenya da un po’ di tempo. Ad alcuni chilometri di distanza dalla parrocchia, quattro uomini armati, puntando le armi alla nostra auto, fecero segno di fermarci. Facevano parte del gruppo terroristico Shifta”Comincia così la drammatica testimonianza di monsignor Joseph Alessandro, attuale vescovo di Garissa, in Kenya, racconta la sua storia, da quando era un semplice frate cappuccino alla strage terroristica che 2 anni fa causò la morte di 150 persone all’università della città. Lo stesso vescovo ha un passato fatto di sofferenza, con un episodio, risalente al 1993, che ha segnato la sua vita per sempre. Il volume, già splendido per questa testimonianza di fede, è preceduto dalla preziosa e profonda riflessione di monsignor Dario Edoardo Viganò, Prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, di cui proponiamo uno stralcio.“Faccio fatica a continuare a scrivere dopo aver letto l’ultima parte del testo. Vorrei lasciare spazio al silenzio e alle lacrime, all’ascolto e alla tenerezza, al perdono e alla misericordia per meditare e accogliere la testimonianza preziosa di questi martiri. Affiorano alla memoria le affermazioni di Papa Francesco nell’omelia a Santa Marta del 30 gennaio 2017: «I martiri sono quelli che portano avanti la Chiesa; sono quelli che sostengono la Chiesa, che l’hanno sostenuta e la sostengono oggi. E oggi ce ne sono più dei primi secoli. I media non lo dicono perché non fa notizia: tanti cristiani nel mondo oggi sono beati perché perseguitati, insultati, carcerati. Ce ne sono tanti in carcere, soltanto per portare una croce o per confessare Gesù Cristo: questa è la gloria della Chiesa e il nostro sostegno e anche la nostra umiliazione, noi che abbiamo tutto, tutto sembra facile per noi e se ci manca qualcosa ci lamentiamo. Pensiamo a questi fratelli e sorelle che oggi, in numero più grande dei primi secoli, soffrono il martirio».
Provo un senso di gratitudine verso questi fratelli nella fede che pagano con la sofferenza, con le torture, con ogni genere di violenza, perfino con la vita, la loro fedeltà a Cristo e al Vangelo. I loro nomi sono da ricordare come persone care, familiari, che pagano per la nostra libertà, anche se noi non ci pensiamo e, forse con un po’ di superficialità, diamo per acquisito ciò che scontato non è. In questo momento scorrono davanti ai miei occhi i volti degli studenti cristiani massacrati nel campus universitario di Garissa, in Kenya. A questi si aggiungono il volto di Asia Bibi, imprigionata in un carcere pakistano da 2.160 giorni con l’accusa di blasfemia. I volti delle migliaia di cristiani fuggiti da Mosul dopo che le loro case erano state marchiate come abitazioni dei seguaci di Gesù. «A Mosul abbiamo lasciato tutto, ma non abbiamo perso ciò che di più prezioso ci era rimasto: la nostra fede», aveva detto il vescovo Abel Nona, profugo con altri 100mila dalla Piana di Ninive. Così, i fotogrammi di una persecuzione sempre più globalizzata, come sostiene Papa Francesco, si susseguono, mentre ci inchiniamo davanti al sacrificio di tanti fratelli, per i quali anche una pallottola si trasforma in dono, per Amore”.

ITALIA CARITAS NEL MESE DI GIUGNO 2017
Una breve, ma significativa recensione viene proposta dalla grossa rivista della Caritas, dal nome ITALIA CARITAS nel mese di giugno, chi vuole leggere la recensione può cliccare qui ITALIA CARITAS GIUGNO 2017